| INTERVENTO di SAVINO PEZZOTTA Care amiche, cari amici,
carissime famiglie che siete qui oggi in questa piazza per dire ad alta voce che “ciò
che è bene per la famiglia è bene per il Paese”.
Siamo venuti qui in tanti –
bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne, uomini, mamme, papà, nonni e nonne - per
dire con convinzione che crediamo nel valore civile e sociale della famiglia, così come
definita dall’art. 29 della Costituzione della Repubblica e cioè che la famiglia è una
“società naturale fondata sul matrimonio”.
Noi vogliamo bene alla nostra Costituzione e per questo vogliamo che nella Repubblica
Italiana si rimetta al centro il tema della famiglia dal punto di vista culturale,
sociale, economico e politico. La famiglia sempre di più diventa un bene e un “affare”
pubblico che contribuisce a formare la coesione sociale e la qualità dello sviluppo,
elementi senza i quali la repubblica deperisce. Noi vogliamo fare della famiglia una “causa
nazionale” e stabilire il principio che ognuno deve poter avere i figli che vuole, senza
che questo comporti una drastica diminuzione del tenore di vita.
Siamo convinti che la famiglia
sia la prima e più originaria “formazione sociale” - art. 2 della Costituzione –
nella quale si sviluppa e si perfeziona la persona umana e che questo suo carattere
originario, precedente lo Stato, ne prescrive una “zona di rispetto” ed esige un agire
primario e duraturo in suo favore.
Per noi che oggi siamo convenuti in questa piazza, senza distinzioni
di fede, di cultura, di ideologia e di orientamento politico, affermare che la
famiglia deve sempre avere una rilevanza sociale, politica e civile significa, in ultima analisi, far riferimento al
bene comune e – come tutti sappiamo - il bene comune dovrebbe essere sempre l’unico e
discriminante criterio dell’azione sociale, economica, politica e legislativa.
Ci viene chiesto: come mai
scendete in piazza solo ora?
Noi rispondiamo con onestà che,
nonostante gli sforzi fatti in questi anni da parte dell’associazionismo e di pochi
volenterosi, siamo sicuramente in ritardo. E restare fermi o passivi sarebbe colpevole.
Per molto tempo si è pensato che
la famiglia ponesse solo domande socio-economiche e abbiamo trascurato le questioni più profonde, ovvero quelle mutazioni culturali e
di costume che indebolivano la famiglia sul piano dei principi e dei valori, lasciando
spazio a una visione individualista che ne minava le fondamenta.
E’ sempre più chiaro che l’affermarsi
di questa deriva genera frantumazione, dispersione e indebolimento delle responsabilità
personali, il cui esito è l’affidarsi esclusivamente alla dimensione della pura e semplice competizione sociale, della
salvaguardia dei corporativismi, degli interessi individuali e il crescere di una visione
politico-sociale che fa dei diritti individuali il criterio di riferimento di ogni
proposta legislativa. In una simile prospettiva a rimetterci sono le famiglie, in
particolare quelle popolari.
Le grandi trasformazioni sociali,
economiche e culturali pongono a noi e a tutti gli italiani una domanda: cosa è la famiglia?
Noi oggi siamo qui per rispondere
con chiarezza e affermare che la famiglia è il nocciolo costitutivo della società,
costruito attorno ad un rapporto, il più possibilmente stabile, di coppia e cioè di un
uomo e una donna. Una donna e un uomo che s’incontrano attraverso una tensione affettiva
e d’amore, che consolidano in un’espansione generativa e di “cura” di sé, dei
figli.
Nel patto famigliare l’affettività
si declina nella possibilità di generare e, pertanto, su un’alleanza preventiva e
solida tra generazioni, orientata al bene di chi viene e di chi è stato, e che si nutre
dialetticamente nella dimensione del dono e del donarsi per la vita.
Conosciamo tutte le difficoltà, i
problemi e le tensioni che attraversano le famiglie, conosciamo la loro solitudine e la
fatica del navigare controcorrente, eppure siamo convinti che dobbiamo puntare ad una
cultura del legame e non a quella della dissociazione - che oggi sembra essere tanto di
moda - e che si ammanta in modo mistificante sotto l’egida della libertà. Proprio per
questo parliamo di famiglia e non di famiglie.
Bisogna fare uno sforzo e superare
la confusione babelica in cui siamo immersi, che confonde gli animi e i pensieri e che
alla lunga finisce per mettere in crisi la comunità, la società e il vivere insieme.
Quello che oggi serve è la chiarezza del linguaggio. È arrivato il tempo in cui il
nostro parlare deve essere chiaro e ispirarsi al detto evangelico: “si, si” “no, no”.
La chiarezza non è rigidità né tantomeno incapacità di cogliere i problemi, le
sofferenze e i dolori di tante persone. Lungi da noi ogni atteggiamento di discriminazione
e d’incomprensione, ma nell’essere aperti ai problemi degli uomini e delle donne che
con noi vivono l’avventura umana, non possiamo non dire quello che pensiamo, anzi la
chiarezza di linguaggio e la sua limpida espressione concettuale è una forma della
carità, d’amorevolezza: è in ultima analisi avere cura delle persone e creare le basi
per un dialogo sereno, chiaro e non ipocrita.
Questo atteggiamento forse ha
molta più consistenza umana dei tanti buonismi oggi di moda. È allora importante dire
con estrema limpidezza se si vuole effettivamente tutelare, rafforzare e proporre il
modello di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio oppure se si vogliono
intraprendere altre strade.
Oggi questa piazza così numerosa
e attenta, così serena e pacifica la risposta l’ha data in modo inequivocabile.
Abbiamo visto che qui a S. Giovanni sono convenuti molti rappresentanti
della politica. Li ringraziamo per la loro presenza, per la loro attenzione. Anche a
loro vogliamo ricordare che la nostra idea di famiglia è quella che si fonda sul
principio di responsabilità, principio che obbliga a giudicare e valutare gli atti che si
compiono non solo per le ricadute che hanno sul presente ma anche sul futuro. Oggi abbiamo
il diritto di sapere se chi ci governa punta su un modello antropologico centrato
unicamente sull’autonomia dell’individuo, sull’utilitarismo delle affettività
temporanee e deboli o se invece punta a consolidare quello della dinamica famigliare e
pertanto di un’affettività che si incardini nella dimensione della responsabilità
sociale.
Per questo nel nostro ordinamento
deve essere chiara la distinzione tra tutela e promozione di un soggetto che ha una
dimensione e responsabilità sociale e la risposta ai bisogni delle persone.
Il nostro essere qui oggi in
tanti, l’essere gioiosamente in campo non è manifestare contro o a favore dell’uno o
dell’altro schieramento politico. Siamo qui perché abbiamo una visione societaria e
personalista del vivere insieme che centra la sua attenzione sulla persona intesa come
capacità e possibilità di relazione.
Il bene comune, il bene del Paese,
il bene dell’Italia, il bene delle nuove generazioni è il nostro riferimento di fondo. Siamo qui come cercatori del
bene, di un bene che si fonda sul primato della persona, sul principio di sussidiarietà,
di solidarietà e di responsabilità.
Nessun integralismo o
fondamentalismo da parte nostra, nessuna volontà di dividere il Paese o alimentare
scontri anacronistici. Questa non è una piazza guelfa. Qui non si strumentalizza la
religione, ma neppure si vieta alla religione di illuminare la coscienza delle persone,
credenti e non. Perché la fede per un credente non è irrilevante nella costruzione della
società. Poniamo questo nostro impegno sociale a favore della famiglia e del Paese non
sotto il segno dell’intransigenza, ma del dialogo.
Molte delle persone che qui sono
convenute sono da sempre impegnate, per la libertà, la giustizia sociale, la salvaguardia
del creato e per la pace contro la guerra, così come sono impegnate per la vita contro
tutto quello che la mortifica: dall’aborto, alla fame, dagli incidenti mortali sul
lavoro che sono troppi e che colpiscono molte famiglie, all’eutanasia. È su questo terreno di difesa della libertà e della
dignità della persona umana che si colloca l’impegno per la famiglia, per il matrimonio
civile e per fare in modo che le figlie e i figli abbiano un padre e una madre. Non
possiamo essere applauditi quando ci schieriamo contro la guerra, quando ci battiamo
contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, quando ci impegniamo per l’economia
civile e per la giustizia sociale e essere considerati oscurantisti quando vogliamo
valorizzare la famiglia. Per noi sono le facce diverse di un unico impegno sociale e
politico.
Esistono questioni sociali ed
economiche che pesano sulla famiglia e che le impediscono di svolgere con serenità il
proprio compito o addirittura di nascere. Oggi le povertà e le disuguaglianze passano
attraverso le famiglie, le difficoltà economiche, la carenza di servizi, il costo delle
case e degli affitti, le metamorfosi del mercato del lavoro, la disoccupazione, la
precarietà, il lavoro nero sono questioni che incidono sul “fare famiglia”. Molti
sono i ritardi che dobbiamo recuperare, e in fretta.
Sostenere che la famiglia è una
società naturale fondata sul matrimonio e non solo sul rapporto affettivo o d’interessi
tra un uomo e una donna o tra persone omosessuali, non è una questione confessionale. I cattolici sanno bene che cosa
è il sacramento del matrimonio e, in nessun modo, lo vogliono imporre a chi non crede.
Premiamo perché il Parlamento non introduca, per legge e in via surrettizia, i Dico. A
tutti coloro che hanno cercato di ridurre la
portata di questo disegno di legge, rispondiamo che l’aver posto il tema nei modi con
cui è stato posto ha già determinato nell’immaginario collettivo l’idea che vi
possano essere nel futuro una normativa che contempli una pluralità modelli famigliari.
Questo non va bene. Si è determinata una condizione culturale che dobbiamo recuperare. Ecco perché minimizzare significa confermare un
modello che noi non accettiamo. Opporsi ad un
pluralismo di modelli famigliari non è una battaglia confessionale ma civile e laica che
si fonda sul dettato costituzionale e punta al consolidamento del matrimonio civile.
Questo non vuol dire non avere a cuore i problemi che riguardano le coppie di fatto: come
si legge nel manifesto “Piu’famiglia”, si dice anche un chiaro « sì » alla tutela
dei conviventi attraverso il diritto comune.
Operare perché sia data
centralità culturale, politica e sociale alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo
e una donna e aperto alla fecondità, esige che questo legame sia
sostenuto e che si determini una condizione culturale che veda cattolici e laici agire di
concerto e non attraverso contrapposizioni o anacronistiche contro-manifestazioni.
Oltre alla questione culturale che
riteniamo centrale e orientativa di tutte le politiche per la famiglia, poniamo in campo
altre priorità economiche e sociali, che speriamo siano assunte dall’azione politica,
ad iniziare dalla prossima conferenza governativa.
Affermiamo la necessità che il
nostro Paese si doti finalmente di normative
organiche per la famiglia che affrontino il tema della protezione del diritto alla
vita d’ogni essere umano: dal concepimento alla morte naturale; che assumano la famiglia
come soggetto sociale da sostenere con politiche specifiche attraverso criteri che la
promuovano fin dal suo sorgere e che accompagnino il processo di generatività dal
concepimento alla nascita e alla crescita dei bambini, degli adolescenti, dei giovani
(consultori, asilo nido, salute, scuola e formazione), del lavoro dei coniugi con l’introduzione
di flessibilità per la cura famigliare, dell’istruzione dei figli, attraverso il
sostegno al reddito, con politiche fiscali, tariffarie e degli affitti ispirate all’equità,
e dell’accompagnamento in tutte le azioni di cura parentale (handicappati, non
autosufficienti, malattia, malattie terminali) che le famiglie sono chiamate a svolgere.
In pratica se un tempo abbiamo
costruito, per contrastare le disuguaglianze generate dal nascere e dal consolidarsi della
società industriale, un sistema di protezione sociale attorno alla figura del lavoratore,
oggi occorre, se vogliamo evitare il crescere di disuguaglianze, riformare in profondità il nostro welfare e
ricentrarlo sulle esigenze della famiglia.
Questa è la sfida che ci poniamo
e che poniamo e che ci chiede di stare in campo con chiarezza di principi per il bene del
Paese e della società italiana.
Come si vede dai comportamenti e
dalla presenza delle famiglie con i loro figli, di molti fidanzati, di giovani e di nonni,
non siamo venuti in piazza per fare spettacolo mediatico, non è nelle nostre tradizioni.
Ci siamo da cattolici e laici, da italiani che fanno riferimento alla Costituzione e che
chiedono che di quella carta si tenga conto. Le famiglie italiane vogliono anche affermare
una soggettività sociale e una domanda politica e ricordare che sono un po’ stanche di
essere considerate solo come elettori. È qui un grande movimento sociale e civile che fa
delle proposte e che vuole essere ascoltato ma anche partecipare.
Per chiudere vorrei solo ricordare
a tutti noi e a chi ci ascolta che quest’iniziativa
s’inserisce con forza in un grande movimento europeo di popolo; negli ultimi anni
sono state organizzate in Europa dalle associazioni famigliari cinque grandi
manifestazioni: in Belgio, Portogallo, due in Spagna e recentemente in Francia. Tutte
convocate, pur nelle differenze nazionali, sull’onda dell’impegno per la vita, la
famiglia, la libertà d’educazione e per rivendicare un maggior impegno a favore dei
nuclei famigliari. Iniziative di popolo, perché i ceti popolari, a differenza di chi
frequenta i salotti buoni, conoscono invece bene il valore della famiglia. Questo è il nostro modo di stare in Europa,
nell’Europa delle profonde ed inestirpabili radici cristiane.
Mi sia consentito di augurare a
Benedetto XVI° un incontro felice con il popolo brasiliano e di esprimere tutta la
solidarietà a Mons. Bagnasco per gli insulti e gli attacchi. Le siamo vicini, le vogliamo
bene.
Ora voglio dire ad alta voce ed
insieme con voi: VIVA LA FAMIGLIA, VIVA L’ITALIA.
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