di
Giovedi 15 settembre si è svolto presso
l’Auditorium san Carlo a Milano l’incontro 11 settembre
2001-2011 cosa è cambiato organizzato dal Centro Culturale san
Benedetto (http://www.cccsanbenedetto.it/)
e da Alleanza Cattolica. Introdotti da un filmato che ha ripercorso
il decennio 2001-2011 sono intervenuti V.E.Parsi Professore
ordinario di Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano con una relazione sul tema: "Il
mediterraneo: un solo spazio geopolitico, comune a nord e a
sud" e M.Introvigne sociologo, filosofo e scrittore italiano,
direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni, con una relazione
sul tema: "Dall'11 settembre alle rivolte arabe. Tre scenari
per il mondo arabo" Ha moderato la serata Paolo Tanduo.
V.E.Parsi ha iniziato il suo intervento
ricordando come oggi si possa ritenere che l'11 settembre ha avuto
un effetto sistemico meno imponente di quello che avevamo pensato
all'inizio, resta un fatto grave resta un fatto che ha prodotto
conseguenze molto profonde nel decennio che è seguito ma il fatto
più nuovo che si sta producendo nel mondo arabo non è una
conseguenza dell'11 settembre. La vera novità sono state le
rivoluzioni arabe. Le rivoluzioni arabe, ha continuato V.E.Parsi,
segnano la sconfitta del jihadismo globale, quel fenomeno
rappresentato da Bin Laden è stato sconfitto perche’ le
rivoluzioni arabe hanno sottratto spazio politico al jihadismo e al
terrorismo conseguendo risultati che il terrorismo non ha mai
conseguito : cambiare le leadership, rovesciare i regimi, ridare
fiducia e protagonismo agli esclusi. Le rivolte arabe sono il vero
epitaffio sul sogno criminale di un nuovo califfato. Il loro
successo ha anche riportato speranza alla possibilità che le società
arabe e musulmane possano conoscere una loro via graduale, non
lineare, talvolta contraddittoria verso la costruzione della
democrazia. Ma come mai si sono diffuse così velocemente? V.E.Parsi
ha risposto a questo interrogativo evidenziando come il mondo arabo
sta subendo un effetto di cambiamento endogeno che ne spiega la
velocità del contagio in tutta la regione
V.E.Parsi ha sottolineato come non possiamo
sciupare questa occasione: siamo di fronte ad una domanda
politica da parte delle opinioni pubbliche basata su libertà,
uguaglianza, rispetto, trasparenza, responsabilità dei governi :
sono compatibili alle domande politiche presenti in occidente nelle
quali non prevale l'elemento identitario e che spiega come mai
le rivoluzioni sono state rivolte verso i governanti. Se c'è stato
fallimento nell'esportare democrazia è stato legato alla difficoltà
di incontrare una domanda, è molto difficile esercitare influenza
su una domanda politica che è fatta da centinaia di milioni di
teste ognuna indipendente all'altra. Tra i vari aspetti di queste
rivoluzione V.E.Parsi si è soffermato sul ruolo svolto dai giovani
e dai network arabi. Internet ha anche avuto un ruolo. I giovani
vivono una realtà dissociata, vivono in una società reale
gerontocratica che non da loro possibilità e poi la sera si
collegano ad internet e vivono un mondo virtuale reale con amici in
tutto il mondo, per loro è un altra vita reale che li ha aperti
alla possibilità di confronto.
La presenza dei partiti islamisti nell'offerta
politica è un dato di fatto. La domanda che dobbiamo porci è
secondo V.E.Parsi se i partiti islamisti con la loro piattaforma
ideologica messi in un mercato più libero, nella competizione delle
idee, non siano costretti a riformarsi, non vengano contagiati dal
libero mercato delle idee. Nessuno di noi sa cosa succederà.
Bisogna cercare degli interlocutori. L’altro elemento da
considerare e da evitare, ha continuato V.E.Parsi, è la convergenza
tra dinamiche interne e dinamiche esterne. Cosa bisogna fare?
Bisogna fare dei passi in avanti nella questione
arabo-israeliana.“Quel che è cambiato in questi mesi,
l’elemento di grande novità, è la rapida, sorprendente perdita
di influenza di Washington in Medio Oriente e nel mondo arabo più
in generale: e a mano a mano che l’egemonia americana nella
regione si indebolisce, sarà impossibile evitare la deflagrazione
di una nuova guerra arabo-israeliana se non verrà risolta la
questione palestinese. È un declino che, con buona pace di chi
vedeva nell’iperpotenza degli Stati Uniti una delle cause
principale del nanismo politico dell’Europa, non vede riaffermare
una centralità politica del vecchio continente. Solo l’egemonia
americana in Medio Oriente ha finora impedito che un ordine senza
equilibrio non degenerasse in disordine e caos”. Ma quei tempi
stanno rapidamente finendo. L'attuale dirigenza israeliana è miope
perché non sta vedendo cosa sta succedendo. I fatti del Cairo ci
dicono che il tempo è breve, gran parte della popolazione egiziana,
continua a ritenere che la «pace separata» siglata dall’allora
presidente Sadat abbia rappresentato un tradimento della causa
araba. Senza l’influenza determinante esercitata da un attore
esterno, gli Stati Uniti, nessuno stato di quiete (non parlo di
pace) è possibile nella regione. Gli unici che possono evitare il
deteriorarsi della situazione sono gli israeliani facendo una
politica più aperta. In simili circostanze, il rischio che la
regione corra rapidamente verso un nuovo conflitto, ha continuato
V.E.Parsi, è tutto fuorché aleatorio, anche a fronte del crescente
isolamento di Israele, che in poco più di un anno ha perso i due
soli (tiepidi) alleati che aveva nella regione: Turchia ed Egitto.
Non c'è nessuna avvisaglia che si stiano facendo passi in avanti.
USA stanno per porre il loro veto alla proclamazione all'ONU dello
stato di Palestina che raccoglierà 130-150 voti su 193 paesi che
appartengono all'ONU, palesando al cosa peggiore per gli
occidentali, noi siamo contrari e tutto il resto del mondo è
favorevole mettendoci in una posizione di minor influenza possibile
sull'offerta politica araba, significa alleggerire i nostri
strumenti di pressione sull'offerta politica araba. Gli Israeliani,
ha concluso V.E.Parsi, non hanno capito che la soluzione militare da
sola non è capace di risolvere i problemi. Il riconoscimento dello
Stato Palestinese è una scelta audace che rimetterebbe la palla al
centro disinnescando una situazione esplosiva. E' il momento di
scelte coraggiose e diverse anche a quelle del passato, se cambiano
i venti bisogna cambiare.
M. Introvigne ha in particolare ripercorso i
fatti dell’11 settembre e la storia dell’Islam e ha fatto un
analisi sulle sue diverse componenti. L'11 settembre
M.Introvigne nell’introdurci le dinamiche nel
mondo islamico ci ha fatto fare un salto nella storia tornando
all’11 settembre 1683. La sconfitta del 1683 fu drammatica per
l’islam e fece sorgere un profondo confronto al suo interneo.
L’islam aveva perso perché era rimasto indietro rispetto
all’Occidente o al contrario perché all’Occidente si era troppo
avvicinato, dimenticando la purezza della fede dei padri? Le due
risposte, ha continuato nella sua analisi M.Introvigne,
rappresentano i tipi ideali di quelli che nel secolo XX sarebbero
stati chiamati "modernismo" e "fondamentalismo".
Nel secolo XIX e nella prima parte del secolo XX è sembrata
vincente la risposta modernista. La decolonizzazione ha portato al
potere quasi ovunque regimi "nazionalisti", cioè
modernizzatori e ispirati a ideologie occidentali, anche se queste
ideologie erano di rado democratiche e i dittatori guardavano con più
entusiasmo al nazionalsocialismo o al socialcomunismo. Poi, le cose
sono cambiate, ha ricordato M.Introvigne, a partire dalla
rivoluzione iraniana del 1979, la risposta fondamentalista ha
trovato nei secoli XX e XXI nuovo vigore, dal momento che l’altra
risposta, quella modernista, in un certo senso era stata provata e
aveva fallito. L’11 settembre, ha sottolineato M.Introvigne ben
prima delle vicende del 2010 e
Poco prima di morire Oriana Fallaci (1929-2006)
raccontò ad amici americani che, nel suo colloquio con Benedetto
XVI, aveva chiesto al Papa perché mai s’impegnasse nel dialogo
con l’islam, secondo la giornalista italiana impossibile. Il
Pontefice avrebbe risposto sorridendo: «impossibile ma obbligatorio».
In effetti, l’unica alternativa a un dialogo che sembra spesso
quasi impossibile è la guerra atomica contro un miliardo e mezzo di
musulmani ed allora ha continuato M.Introvigne, non ci sono
alternative al dialogo. Bisogna trovare qualcuno con cui dialogare.
Ma questo qualcuno non possiamo sceglierlo noi, ha giustamente
sottolineato M.Introvigne, noi dobbiamo cercare interlocutori che
devono avere 3 requisiti: devono essere disponibili a dialogare con
noi, che abbiamo qualchecosa da dirci, ci sono forze cosi radicali
con cui non abbiamo nulla da dirci e terzo che siano
rappresentativi, non possono essere persone che non hanno alcun
seguito nei loro paesi. Bisogna dialogare con quelle che ci sono.
Durante e dopo le primavere arabe ci sono diverse linee, c'è chi
dice che dobbiamo dialogare con i modernisti, questa è una linea
vecchia che non è più un opzione perché i regimi arabi sono
finiti perché hanno governato male e perché con le nuove
comunicazioni non riescono a contenere il dissenso e anche perché
non è possibile che delle minoranze governino e dominino sulla
maggioranza. Non possono essere loro i nostri interlocutori perché
sono finiti. A chi dobbiamo guardare si è chiesto M.Introvigne?
Anche a me piacerebbe, ha risposto, che nascesse una nuova offerta
politica che non sarà uguale ai partiti che troviamo in occidente
ma che sarà radicata nelle tradizioni locali e sarà legata alla
religione però se nasce dalle nuove imprenditorie saremmo tutti
contenti. Nell'attesa dobbiamo prenderci una grande lente di
ingrandimento e guardare dentro al mondo che nasce dal
fondamentalismo e quindi riflettere sulla differenza tra
fondamentalismo neo-tradizionalista e il fondamentalismo radicale e
favorire dove possibile il dialogo. M. Introvigne ha concluso
ricordando come Coi fondamentalisti neo-tradizionalisti dobbiamo
tenere aperto il dialogo come faceva il vituperato governo Bush.
Questo fa parte del dialogo impossibile ma obbligatorio. Il caso di
Erdogan è significativo secondo M.Introvigne di come sia possibile
partendo dal fondamentalismo fare una svolta moderatrice mettendosi
sul mercato politico. Infatti, è l’analisi di M.Introvigne,
riguardo il problema arabo-israeliano Erdogan indurisce la
propaganda anti-israeliana perché porta voti, in questo momento
vede l'occasione di emergere come potenza regionale nelle crisi di
tutte le altre potenziali leadership regionali dei paesi a
maggioranza mussulmana e anche in quella che è una grave carenza
dell'iniziativa americana nella regione.
