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I testi per approfondire i nostri incontri

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Francesco Botturi

Ordinario di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano

 

L’autodeterminazione: valore e limiti

 

 

I. Come figli dell’Occidente, siamo tutti d’accordo sull’affermazione che la libertà è valore fondamentale, anzi è in un certo senso il valore dei valori, perché siamo convinti che nulla vale se non ha come sua condizione soggettiva la libertà (un valore imposto si trasformerebbe soggettivamente in un disvalore).

La libertà, però, è tale nella misura in cui non sottostà a condizioni esterne ad essa, che le si impongono estrinsecamente: certamente l’idea fondamentale di libertà è quella di autonomia. È essenziale alla libertà essere “legge a se stessa” e, se ha da misurarsi con dei limiti, questi non la contraddicono nella misura in cui sono limiti interni ad essa o da essa stessa accettati (e quindi resi interni).

Per questo è essenziale ben comprendere che cosa sia libertà. Se essa, infatti, non sopporta limiti esterni, e la sua definizione esauriente fosse quella di “autodeterminazione”, allora questa esigerebbe di non trovare limiti fuori di sé e quindi nulla potrebbe legittimamente condizionarla. Inoltre, se la dignità umana è riposta nella libertà e questa coincidesse con l’autodeterminazione, l’autodeterminazione coinciderebbe a sua volta con la dignità umana e il rispetto dell’autodeterminazione con il rispetto della dignità umana.

In definiva, se la libertà si identifica con l’autodeterminazione, i giochi – per così dire - sono già fatti: criterio etico non potrà essere se non il rispetto assoluto  dell’autodeterminazione.

Tale concezione sembra oggi essere quella più condivisa. La persuasione forse più comune è che tutti gli ambiti dell’esperienza umana siano semplicemente “a disposizione” della libertà di scelta e quindi che sessualità, affetti, paternità/maternità, vita, morte abbiano senso umano solo come campi di esercizio di tale libertà, in cui il soggetto moderno (o quel che resta di esso) gioca tutta la sua consistenza e dignità. Il principio di autodeterminazione è, infatti, l’argomento pubblico per eccellenza a sostegno della temporaneità dei legami affettivi, dell’equivalenza antropologica e morale delle identità sessuali (etero/omo/bi/trans), della liceità della (o del diritto alla) fecondazione tecnologica, dell’aborto procurato, dell’eutanasia.

In tale prospettiva il contenuto della scelta è riassorbito dalla forma della libertà: non conta se ciò che è scelto è bene o male, ma solo se è stato scelto; è la forma dell’essere scelto che attribuisce valore al contenuto e quindi lo rende bene. Indifferenza del contenuto dunque e trionfo della forma: il formalismo della libertà come unica origine del valore. Alle spalle sta la cancellazione dell’idea della libertà come adesione al bene, essendo lo stesso scegliere l’unico sicuro bene della libertà. Per questo i dibattiti sui temi etici del nostro tempo sono spesso dialoghi tra sordi: qualunque argomento si porti, nessuno di essi sarà in grado di persuadere di alcunché, perché esiste un argomento unico e univoco (o a senso unico), già sempre pronto, sempre vincente  che si presume indiscutibile: il primato della libera scelta.

Questo sembra essere divenuto, a livello di opinione pubblica, l’ultimo valore comune dell’ethos occidentale. Di fatto, è sovente l’unico criterio messo a capo dei valori come il rispetto, il dialogo, la tolleranza, cioè dei maggiori valori pubblici dell’Occidente odierno.

In realtà, tale concezione è teoricamente fragile e carica l’autodeterminazione di una pretesa eccessiva, che rischia di deformare ed esasperare l’esperienza della libertà. Una diversa concezione della libertà, invece, è possibile e più ragionevole, come di una realtà non unidimensionale ma pluridimensionale, non monofunzionale, ma plurifunzionale, come un complesso organismo vitale. Un’immagine, povera ma utile per orientare il pesniero, può essere quella di un cerchio suddiviso in tre settori, distinti e comunicanti, e dotato del suo centro. La considerazione sulla libertà che possiamo fare, infatti, si dispone su due livelli: quello in cui si evidenziano tre dimensioni coessenziale della libertà e quello in cui si considera il centro della figura, con cui si rappresenta la radice della libertà tutta.

 

II. All’autodeterminazione – abbiamo detto -- viene attribuito una sorta di valore assoluto. Ma, viste più da vicino, si scorge che la cosa non sta realmente così. Anzi, a partire dalla stessa libertà di autodeterminazione, si può cominciare a vedere che in essa sono implicate anche altre dimensioni.

L’autodeterminazione della libertà significa:

a) potere di decidere di sé determinandosi a questo o a quello; tale potere traccia il confine tra ciò che dipende dal soggetto e ciò che non vi dipende e produce la distinzione tra eventi di prima ed eventi di terza persona;

b) espressione dell’identità soggettiva: la coscienza di sé solo astrattamente può essere concepita come statica riflessione dell’io; più concretamente prende forma attraverso il processo decisionale dell’autodeterminazione. Il bambino che comincia a dire “no”, inizia anche a prendere coscienza di sé.

Bastano poche considerazioni per rendersi conto che l’autodeterminazione non si dà mai in modo isolato ed autosufficiente (così come l’io non è mai un’isola autosufficiente). La libertà come potere di scelta:

a) deve misurarsi con le possibilità a disposizione, deve discriminare tra esse; di conseguenza, è in grado di esprimere nella scelta la propria indipendenza solo dipendendo dalle possibilità che le si presentano. Dipendenza  - si noti - che non è solo esterna all’atto di scelta, ma interna, perché ogni scelta implica un criterio di bene, di rispondenza o meno dell’oggetto di scelta al bene diretto o indiretto di chi la compie, cioè alla sua realizzazione umana del soggetto agente. Dunque la libertà di scelta (“libertà di”) si combina sempre con una libertà di realizzazione (“libertà per”), che pone la sua ipoteca sulla sensatezza della scelta: diversamente da quanto afferma frettolosamente il senso comune odierno, nulla diventa buono per il solo motivo di essere scelto, ma in quanto risponde in qualcosa al bene del soggetto che la compie. L’autodeterminazione perciò, già a questo livello, mostra di non essere un sufficiente criterio di senso della decisione e dell’azione.

b) afferma l’identità dell’agente, ma così facendo afferma insieme la relazione ad altro soggetto.  Tracciando il confine tra ciò che dipende e ciò che non dipende da sé, il potere di scelta evidenzia correlativamente, almeno in negativo, un’esperienza di relazione ad altri. La percezione del proprio potere di scelta è fondamentale, infatti, per l’autoidentificazione ai diversi livelli della maturazione umana dalla puerizia all’età adulta; ma tale identificazione avviene sempre stabilendo la differenza da altri e quindi entrando in qualche modo in relazione con altri: la relazione ad altri è parte della mia identità. Anche per questo secondo aspetto l’autodeterminazione non è sinonimo di individualità autosufficiente.

Dunque, autodeterminazione non significa affatto indipendenza assoluta e autosufficienza individualistica. D’altra parte, basta riflettere sulla condizione antropologica dell’agente, per approfondire ed estendere queste considerazioni: l’identità umana non ha una genealogia monologica, ma dialogica (Ch Taylor), che necessariamente appartiene a delle narrative e tradizioni storiche (MacIntyre), i cui atti morali non si esauriscono nel decidere per sé solo, ma contemplano anche atti fondamentali della convivenza come la “testimonianza”, la “promessa”, la “fiducia”, ecc., che implicano intrinsecamente relazione ad altra libertà.

In definitiva, la libertà non è solo libertà-di-scelta, ma anche libertà-di-scelta-per-un-qualche-bene, e non è solo questo, ma è anche sempre, direttamente o indirettamente “libertà con” altri, libertà-in-relazione-con-altra-libertà. Dalla atomi(sti)ca auto-determinazione siamo così passati all’idea molecolare della libertà come libertà-di-scelta-per-un-qalche-bene-in-relazione-con-altra-libertà.

In tal modo il valore dell’autodeterminazione, che è senz’altro un irriducibile potere di disporre di sé, si accompagna con il limite della sua non autosufficienza, del suo dover rispondere di sé ad altro (contenuti della scelta) e ad altri (altre libertà con cui è in inevitabile relazione).

 

III. In ambito bioetico l’autodeterminazione liberale comporta il primato del criterio della “qualità della vita”, identificato normalmente con la valutazione soggettiva dell’interessato, portatore di attese e valutazioni non generalizzabili e non comparabili con altre.

Ma, in base a quanto abbiamo osservato ora, l’interpretazione tipicamente individualista del principio di autodeterminazione si espone ad alcune osservazioni critiche:

a) l’assolutizzazione dell’autodeterminazione e dei criteri soggettivi di valutazione  della qualità della vita conduce a considerare il consenso informato del singolo come condizione sufficiente di giustificazione delle scelte. Ma è necessario riconoscere che in ogni pratica (in specie quella terapeutica) entra in conto un insieme più complesso di valori da ponderare, che riguardano appunto i beni e le relazioni in gioco nella scelta, per cui il principio di autodeterminazione non può essere comunque criterio sufficiente di valutazione;

b) l’esaltazione unilaterale del principio di autodeterminazione avviene sulla base di una implicita valutazione negativa della condizione umana di dipendenza come tale; valutazione che cozza contro l’evidenza - che si richiamava - della coesistenza di autodeterminazione e di dipendenza, dalla cui accettazione derivano valutazioni morali più complesse. È più realistico pensare che il bisogno primario degli esseri umani non sia solo un’isolata e perciò “astratta” esigenza di gestire in prima persona i processi decisionali, ma anche un perlomeno coesteso bisogno di trovare un senso alle condizioni di indigenza, di malattia, di mortalità (cfr. D. Callahan); un senso – si noti – che è escluso a priori, se la libertà non è altro che autodeterminazione e che, invece, una libertà come capacità di bene e di relazione ad altra libertà può sempre ricercare.

In sintesi, ci troviamo a convergere con il giudizio di M. Reichlin, quando afferma che «l’identificazione della dignità personale con il rispetto delle scelte individuali costituisce [...] l’errore centrale di quelle concezioni “naturalizzate” della dignità umana secondo cui tale dignità sarebbe riferibile unicamente a tratti intrinsecamente individuali della vita umana», mentre il rispetto per la dignità umana sarebbe equiparabile al rispetto della libertà di ciascuno di attribuire o non attribuire senso alla propria vita in base alla proprie preferenze (L’etica e la buona morte, Ed. di Comunità, Milano 2002, p. 190).

 

IV. Secondo la tradizione liberale (o, meglio, quella di matrice empirista) l’autodeterminazione assomma in sé tutto il significato della libertà. Rivelativa è in tal senso l’identificazione di autodeterminazione ed autonomia, trattati normalmente come sinonimi: si dice, infatti, autodeterminazione o autonomia.

Questa identificazione è un errore perché azzera la “profondità” della libertà. L’autonomia, infatti, significa la radicale capacità del soggetto di prendere posizione nei confronti di se stesso e di automotivarsi all’azione. Se libertà umana si dà, è questa appunto la sua radice e la sua origine. Tale radicale autonomia – notiamolo subito, perché decisivo – è la sorgente dell’agire umano in quanto umano, non suo prodotto, e quindi come tale non dipende dall’agire: ciò significa che l’agire e la sua capacità di scelta promanano da una fonte che è di principio sottratta alla disponibilità della scelta, poiché è esso piuttosto a disporre/predisporre l’azione. È questa la radice d’autonomia della libertà, in cui consiste propriamente la dignità dell’uomo.

L’autodeterminazione, invece, è libertà di scelta, cioè la capacità che la libertà, in quanto autonomia, ha di determinarsi, di particolarizzarsi nella scelta; il potere di esercitare in concreto la propria autonomia.

Stiamo dunque passando dal piano della considerazione del diverse forme della libertà (di-per-con), al piano della scoperta del fondamento e del punto d’origine della libertà. Per stare alla figura ricordata all’inizio, stiamo passando dalla considerazione dell’area del cerchio a quella del suo centro. Ora, l’orientamento ed il senso della libertà si decidono nella identificazione oppure nella distinzione di autonomia e di autodeterminazione (e con essa delle altre forme della libertà). Dal punto di vista che stiamo presentando, l’identificazione è l’errore filosofico corrente, da cui dipende la legittimazione dell’integrale autodisposizione dell’uomo in ogni ambito della sua esistenza e ad ogni livello della sua esperienza. Al contrario, è il gioco tra autonomia radicale e autodeterminazione storica che dà valore e insieme segna il limite intrinseco all’autodeterminazione. Il valore dell’autodeterminazione, infatti, è di dare espressione storica concreta all’autonomia dell’uomo, cioè alla sua libertà più originaria, principio della sua dignità. Il limite interno dell’autodeterminazione, invece, consiste nella dipendenza dalla sua sorgente, dal momento che la capacità di automotivazione, in cui consiste l’autonomia, l’uomo si trova ad averla come qualcosa che non dipende dal suo potere (decisione e scelta), ma che anzi lo precede sempre, e che costituisce perciò  il senso e la misura di valore dell’autodeterminazione stessa.

È davvero necessario – ci si deve chiedere a questo punto – distinguere la libertà di autonomia da quella di autodeterminazione? Un’argomentazione compiuta sarebbe complessa, ma il suo principio è semplice e consiste nel bisogno di un fondamento da parte dell’autodeterminazione stessa (come riconoscono per diverse vie sia Tommaso d’Aquino, sia Kant): se l’uomo è capace di scegliere, è perché è dotato della capacità di “trascendere”, di portarsi al di là di ogni relazione ai contenuti delle sue azioni e al di là di ogni sua stessa azione. Se l’uomo fosse chiuso nell’immediatezza della sua situazione, infatti, non potrebbe scegliere, ma solo sarebbe costretto a rispondere a ciò che gli si presenta (come sembrano proprio fare gli animali, benché con un range di reazione molto diverso in qualità e in ampiezza di campo). Per scegliere, invece, è necessario valutare le possibilità; per fare una valutazione è necessario disporre di uno spazio più ampio delle possibilità stesse che le includa e ne renda possibile il confronto; tale spazio è immagine dalla capacità del  “trascendere”, del portarsi al di là degli oggetti e delle loro immediate circostanze. È evidente che questo spazio è condizione e non prodotto del potere di scelta, che dunque è sempre preceduto da uno spazio di libertà più originario e più fondamentale, in cui consiste appunto la libertà di autonomia.

 

V. Tutto ciò non toglie affatto valore all’autodeterminazione, bensì afferma che il principio di autodeterminazione è veramente rispettato e valorizzato, nella misura in cui non è scorporato dalla totalità antropologica che ne costituisce l’origine, il fondamento e il criterio di valore.

Se la libertà di autonomia, fondamento della dignità dell’uomo, è un sinonimo del suo essere persona, la prospettiva etica del rispetto della persona include il principio dell’autodeterminazione e insieme lo supera; nel senso che lo stesso agente libero si autodetermina compiendo le sue scelte con piena razionalità nella misura in cui porta rispetto alle esigenze del suo essere persona  e dunque regola la sua autodeterminazione in riferimento alla dignità e ai beni del suo essere persona.  In tal senso il criterio morale delle scelte non può essere lo scegliere stesso, e neppure lo sono desideri o interessi o relazioni non commisurati alla dignità e ai beni esigiti dall’essere persona. Qui l’autodeterminazione scopre con chiarezza di non essere fine a se stessa, come nell’etica liberale, ma di possedere il suo insostituibile valore come potere di realizzazione storica dell’essere persona, cioè dell’autonomia originaria, che precede la scelta e non dipende in radice da essa. Di conseguenza, non sarà l’autodeterminazione che ad avere per se stessa titolo sufficiente a decidere sensatamente delle sorti dell’agente.

 

Si obietta a questo punto che, anche qualora si accettasse questa limitazione del potere di autodeterminazione a favore di una superiore dignità dell’uomo, è proprio il rispetto della dignità della persona che può legittimamente suggerire o esigere che si ponga termine ad una condizione di esistenza che si giudichi senza rimedio contraria alla dignità dell’uomo. 

L’obiezione sollecita le seguenti osservazioni.

a) innanzitutto bisogna notare – traendo insegnamento da quanto siamo venuti dicendo – che l’idea secondo cui un atto di autodeterminazione possa salvare la dignità umana dipende da quella troppo facile identificazione dell’autodeterminazione con la libertà come tale e quindi con la dignità umana; da cui consegue un ragionamento del tipo: se la situazione è valutata in contraddizione con la dignità umana e se la dignità umana consiste nella capacità di scegliere, allora l’eliminazione del soggetto (sé o altri) in condizione non-dignitosa, in quanto scelta, riafferma e quindi  salva la sua dignità. La linearità dell’argomentazione è apparente. Il togliere di mezzo sé o altri -- in ogni caso un soggetto umano dotato della sua dignità -- può “risolvere” empiricamente una condizione negativa estrema, ma non rimedia affatto alla mancanza di dignità, dal momento che semplicemente non la riabilita, ma la abolisce. Che il ragionamento non “corra” risulta evidente dalla contraddittorietà pratica di una condotta che con l’intenzione di salvare la dignità umana, ottiene il risultato concreto di eliminare il portatore della dignità, e quindi lo spegnimento (storico) di tale dignità. Nella soppressione volontaria di una vita si vorrebbe utilizzare il potere di scelta per salvaguardare la dignità (autonomia, personalità), ma non si sortisce altro che la sua eliminazione.

b) come abbiamo detto, la dignità dell’uomo non sta nel potere di autodeterminazione (che ne è invece solo l’esercizio), ma è riposta nella sua più originaria autonomia, che è un livello radicale dell’umano, dato a se stesso e perciò non dipendente dallo scegliere e dall’agire, ma da cui, invece, ogni agire dipende. Ciò riguarda anzitutto il livello strutturale (ontologico) prima che morale del soggetto umano. Per questo motivo l’autonomia-dignità non è realmente a disposizione dell’autodeterminazione, che può migliorarne o peggiorarne le condizioni d’esistenza, ma non può né produrla, né manipolarla; molto probabilmente non può neppure distruggerla; può solo farla sparire, come un torrente che rivolgendosi contro la sua stessa sorgente la sommerga e la renda invisibile.

c) per lo stesso motivo, l’autonomia-dignità può risultare certo mortificata nella sua espressione dalla condizione in cui un uomo venga a trovarsi, ma non può mai essere persa, perché non è mai radicalmente a disposizione degli eventi e delle azioni, delle situazioni e delle circostanze.

d) ne consegue il giudizio – “politicamente scorretto” -- che l’intervento soppressivo nei confronti di una condizione umana ritenuta gravemente e inesorabilmente compromessa potrà essere motivato sensatamente (dal punto di vista antropologico; anche se non morale) dall’insofferenza, l’intollerabilità soggettiva per tale condizione, ma non potrà essere sensatamente giustificato in nome della dignità umana. Nella prospettiva del nostro discorso tale giustificazione dovrebbe essere abbandonata come impropria e non pertinente.

Ma anche come giustificazione ambigua, dal momento che sopprimere qualcuno in nome della dignità umana significa obiettivamente tracciare un’invisibile ma efficacissimo confine tra chi si ritiene degno di vivere e chi no: l’operazione “liberatoria” si regge infatti sul giudizio (rivolto ad altri o a se stessi, non importa): “il tuo vivere non è degno”, “la tua dignità è solo morire”. Se a ciò si aggiunge poi – come avviene di frequente -- la motivazione di rinforzo della “pietà”, diventa legittimo (o forse doveroso) a questo punto, il sospetto critico che in una “compassione” così giustificata si possa nascondere un’inconsapevole ma drastica forma di “risentimento” (Nietzsche insegna) nei confronti di ciò che appunto non si è (più) in grado di tollerare. Il ricorso al tema giustificativo della “dignità” non è dunque una buona via per affrontare il doloroso intrico di questi problemi e, invece, serve troppo facilmente come criterio universalistico nobilitante per campagne di opinione su questioni che meritano più attente considerazioni.

 

Da tutto ciò si può trarre un insegnamento importante a riguardo del dibattito bioetico in cui vengono normalmente contrapposti il valore della vita e quello della libertà (con correlativa opposizione dei criteri della “sacralità della vita” in senso oggettivo e della “qualità della vita” in senso soggettivo). Da quanto detto tale contrapposizione è impropria e sviante. Nel senso che un dibattito che relativizza il valore della vita in forza della deliberazione della libertà oppure che limita il potere  della libertà a causa del valore oggettivo della vita appare immotivato e perciò sterile, come è indizio il fatto che si contrappongono “valori” entrambi essenziali: che cosa sono, infatti, per l’uomo “vita” e “libertà” l’una senza l’altra? Il cammino della coscienza antica ci ha insegnato che la libertà deve guardarsi dalla arroganza che perde il senso della misura e diviene violenza (la hybris denunciata dai tragici greci) nei confronti della realtà; il cammino della coscienza moderna ci ha insegnato che non c’è oggettività rilevante per l’uomo che non passi attraverso l’esperienza della sua soggettività libera. Allora non è sensatamente possibile lasciare la vita in balìa della libertà e neppure limitare la libertà in forza della vita intesa come una sua misura esteriore. Piuttosto la libertà umana trova in se stessa la sua prima misura, non come limite estrinseco, ma come regola interiore; e la trova in quella autonomia radicale che essa non si dà, che è sempre già data e che perciò è un indisponibile criterio di senso per ogni suo esercizio storico (scelta, ricerca del bene, relazione ad altra libertà).

L’autentica, incomponibile contrapposizione non è allora tra libertà e vita, ma tra diverse concezioni della libertà, tra chi riconosce nella libertà quel livello fondamentale che precede e fonda l’azione libera e chi ritiene, invece, che la libertà sia ad integrale disposizione di se stessa. Un’opposizione che attraversa lo stesso campo “laico”, separando chi ritiene che nell’uomo vi sia qualcosa di “sacro”, cioè appunto di non riconducibile alla sua azione (cfr. P. Barcellona, L’epoca del postumano, Città aperta, Troina 2007) e chi invece reputa che l’autonomia della libertà significhi misurare tutto con il potere della propria azione, per cui il sottrarsi di principio  (non solo in caso di una sopraggiunta condizione intollerabile) ad una morte non decisa da se stessi è la piena espressione dell’autonomia (cfr. M. Charleswoth, L’etica della vita. I dilemmi della bioetica in una società liberale, Donzelli, Roma 1993).

Da parte nostra riteniamo che la saggezza sta dal lato di una definizione della realtà umana essenziale come quella contenuta nel titolo dell’ultima grande opera di P. Ricoeur: Soi-même comme un autre (Se stessi come un altro), di cui offre un adeguato commento sant’Agostino, quando con realismo chiede: «che cos’è tanto tuo quanto te stesso, che cos’è tanto meno tuo quanto te stesso […]?» (Commento al Vangelo di Giovanni, 29,3).