|
Francesco Botturi
Ordinario
di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano
Il
volto di Eluana: sofferenza e libertà
Eluana
non è un caso, ma un volto. Volto della fragilità divenuta
totalmente inerme, volto
della gioventù radiosa e della sofferenza silente, della cura
amorevole e della morte programmata; volto del dramma che il
nostro tempo ha acceso su tutto ciò, forse senza sapere davvero
che cosa sia fragilità e cura, sofferenza e morte; senz’altro
non sapendo più come rapportare tra loro queste cose della vita.
Su quel corpo si sono annodati e scontrati problemi tremendi, sui
quali il suo volto continua a interrogarci, perché le decisioni
prese nei lunghi anni della degenza e nel momento breve della
morte, riguardano le radici stesso dell’ethos
occidentale. Non si tratta solo di strategie tecniche nei
confronti delle condizioni sofferenti, né di ampliamenti o
restrizioni di spazi della libertà, ma di decisioni fondamentali
a riguardo del soffrire e dell’essere liberi e del loro
rapporto. Dopo il dramma personale e collettivo vissuto con o su
Eluana, è doveroso, al di là delle polemiche, cominciare a
sostenere il peso delle domande che ne sono scaturite.
Sofferenza e giudizio
In
molti ambiti del vissuto contemporaneo (si pensi a quello degli
affetti) sembra consumato il divorzio dal “pensiero”. Così
“che cosa significa soffrire” appare una domanda
impossibile, perché sembra solo inutile o indiscreta, in ogni
caso sconveniente. Inutile, come lo è porre questioni
esistenziali o metafisiche o religiose a riguardo di ciò che
altro non è che oggetto di tecniche ritenute gli unici interventi
appropriati e risolutivi; indiscreta, perché nei confronti della
sofferenza si può solo fare silenzio e forse condividere, ma non
si può (più) giudicare. Strana combinazione di prospettive, però,
tutta oggettiva e manipolatoria l’una, tutta soggettiva e
astensoria l’altra, che si incrociano con l’effetto
complessivo di neutralizzare la questione della sofferenza.
Invece la sofferenza,
quella vissuta, è cosa umana e per questo non si dà mai senza
una sua interpretazione,
più forte della tecnica e del silenzio. Certamente la sofferenza
in ultimo è indicibile; essa è ciò contro cui il discorso umano
si infrange. Tuttavia non si vive la sofferenza senza darne
un’interpretazione di senso o di non-senso, di accettazione o di
ribellione, di compassione o di risentimento; e su tale
interpretazione il giudizio è possibile, anzi, inevitabile e
doveroso. Anzitutto non scambiando i termini, chiamando ad esempio
compassione il risentimento. Com-passione significa patire-insieme
qualcosa che ci riguarda in comune: l’inevitabilità della
sofferenza, la nostra ultima impotenza nei suoi confronti e
insieme il desiderio di senso e di consolazione che essa suscita.
La compassione viene dal riconoscere che la sofferenza più acuta
o grave di qualcuno è l’emergenza di una situazione
dell’esistenza che ci accomuna tutti: prima della asimmetria del
curante e del paziente esiste la simmetria di uomini soggetti
all’impotenza e desiderosi di ben-essere. Per questo
l’accoglienza è un atto profondamente razionale, che riconosce
nell’altro il medesimo problema umano e si sostanzia di atti di
comprensione intelligente e competente, di accoglienza efficiente
e strumentata, oltre che di condivisione paziente e saggia.
Un’etica di tale compassione
è così la premessa indispensabile ed efficace per un’etica
della cura. Suggestivamente H.G. Gadamer evoca l’immagine
mitologica del “guaritore ferito” del terapeuta che porta su
di sé i mali per i quali fornisce la cura, simbolo – critico di
ogni prometeismo tecnologico e scientifico – dello scambio di
ruoli fra terapeuta e paziente, della loro radicale comunanza e
della compassione come regola di saggezza. D. Grossman, a sua
volta, ha scritto che innanzitutto «io non ho bisogno di un
medico. Io ho bisogno di un altro che abbia la mia stessa ferita».
Compassione e risentimento
Ma
la sofferenza subisce anche un’interpretazione in termini
tecnicisti, come fosse nulla più che un problema da risolvere. Il
primato della mentalità tecnico-scientifica porta all’idea che
tra bisogno e sapere tecnico-scientifico ci sia e ci debba essere
un’essenziale adeguatezza. Nella cultura medicale moderna –
l’ha osservato M. Foucault – la malattia, separata dalla
metafisica del male cui da secoli era apparentata, si presume sia
esaustivamente leggibile, «irresidualmente aperta alla dissezione
sovrana del linguaggio e dello sguardo». È difficile negare che
oggi il dolore sia compreso come qualcosa che può e quindi deve
essere affrontato essenzialmente in quanto dominabile. Del dolore si parla
normalmente solo in quanto è associato a una proposta
terapeutica. In tal modo la sofferenza viene tenuta a distanza e
cessa di essere “esperienza” riconosciuta e riconoscibile.
Come il morire, anch’essa è tenuta in disparte, affidata al privato individuale, sempre più
povero di parole significative; oppure – è l’altra faccia
della medaglia – è spettacolarizzato, cioè reso ancora una
volta oggetto di sguardo e dissolto in quanto esperienza e domanda
sull’esistenza. Oggi, per l’effetto pervasivo delle nuove
tecniche terapeutiche la sofferenza torna a essere oggetto del
discorso pubblico, ma non per questo è affrontata in termini
personali; piuttosto cresce l’insofferenza
per il problema della sofferenza, come per qualcosa di cui si
torna a parlare per dire che non dovrebbe esserci. La grande
povertà di simboli interpretativi dell’esperienza della
sofferenza, che caratterizza la cultura contemporanea, è come se
togliesse alla sofferenza la sua parola, quella con cui essa può
esprimere la domanda che essa stessa è sull’esistenza. La
sofferenza resta così un rumore
di fondo che genera ansia, angoscia e risentimento. Risentimento, spesso inconsapevole, ma per questo anche più
profondo, come si prova verso ciò o colui che non riusciamo in
alcun modo ad accettare, a compartecipare, a compatire; in ultimo
verso il sofferente stesso: se in ipotesi la sofferenza non deve
esistere, in tesi neppure il sofferente ha ragione d’esistenza.
Se questo diventa sentire sociale, allora può anche succedere che
ai più sembri che eseguire sino in fondo la spietata sentenza del
risentimento sia il migliore esercizio di compassione.
Sofferenza e libertà
La
sofferenza minaccia la libertà; essa porta con sé il «marchio
della schiavitù», come si esprime S. Weil. La libertà ha il
diritto di difendersi dalla sofferenza. Certamente, ma quale
libertà? Anche la libertà sembra divorziata dal pensiero; non le
sembra più necessario il pensarsi, per comprendere che cosa essa
sia, che cosa vi sia in essa. La libertà soggettiva, libertà di
scelta e di autodeterminazione, sembra essere rimasto l’ultimo e
l’unico valore assoluto della cultura occidentale, l’argomento
apologetico universale per i più diversi contenuti di scelta,
legittimati dal fatto stesso di essere oggetto di scelta o di
allargare gli spazi della scelta. Un’idea formale della libertà,
dunque, in cui cioè la forma dello scegliere prevale sul
contenuto e gli attribuisce valore; bene perché scelto, purché
scelto; piuttosto che scelta del bene. A suo modo, è lo scegliere
che viene considerato l’ultimo e unico bene oggettivo; mentre i
beni sono ritenuti suscettibili solo di giudizi soggettivi ed è
quindi mancanza di rispetto, segno di intolleranza, discutere in
merito al valore dei contenuti di scelta.
Ma
qual è la fisionomia interiore di una libertà che si riconosce
solo come libertà di scelta? In apparenza è una libertà
massimamente liberata da vincoli, una libertà pienamente libera,
perché non deve rispondere che a stessa e a nessun altro, cioè
semplicemente a nessuno ma solo al proprio autoconvincimento.
Libera – potremmo dire – perché tautologica e disponibile a
legittimare ogni possibilità. Tuttavia, anche la libertà ha una
logica, inesorabilmente più forte delle intenzioni soggettive. Un
tarlo insidia l’entusiasmo o l’arroganza libertaria: il dubbio che la libertà non sia solo scelta e
che in qualche modo debba rispondere di sé oltre se stessa, al di
là della sua tautologica affermazione. Il libertario Sartre
scrisse che «siamo condannati alla libertà», esprimendo così
un residuo di coscienza che la libertà da cui tutto dovrebbe
dipendere, non dipende da sé ma è data a se stessa. Più
saggiamente L. Pareyson ha detto che se la libertà è «inizio»,
è anche sempre «iniziativa iniziata», perché non è l’uomo a
darsene la capacità. Ma, più di tutti, Dostoevskij ha visto in
profondità. Nel personaggio de I
demoni, l’ing. Kirillov ha raffigurato la prova a cui è
sottoposta un libertà che si vuole come integrale autopossesso.
Kirillov radicalizza la questione: si tratta di dimostrare
l’assoluta in-dipendenza della libertà dimostrando
l’in-esistenza del principio ultimo della dipendenza, Dio. Ma
l’unico gesto a disposizione della libertà a misura di questo
compito è per Kirillov l’atto della sua suprema
autodisposizione, l’atto del suicidio: solo in
quell’attimo infatti si può realizzare la perfetta equivalenza
tra la propria libertà e la propria esistenza, nell’unica forma
possibile a una libertà che non è in grado di generare se
stessa, ma che può mostrare la sua potenza di autodisposizione
(solo) autosopprimendosi.
La
realtà dei fatti non è lontana dalla figura letteraria. I
discorsi ricorrenti sull’autodeterminazione non rivendicano solo
il dovuto riconoscimento della dignità e dello spazio della
scelta, ma si riferiscono all’equazione di autodeterminazione e
autodisposizione: essere liberi significa poter disporre
integralmente di sé. Il teorema Kirillov – pur senza tutta la
dignità argomentativa dell’ingegnere dostoevskijano – sembra
diventato senso comune: la libertà significa libertà di scelta,
questa significa autodisposizione, e questa si dà nella sua
radicalità esemplare nel disporre pienamente di sé, cioè della
propria vita, se non nel modo del darsela, almeno in quella del
togliersela o del farsela togliere. In questo scenario mentale,
l’autodisposizione (negativa) della vita a fronte di una
condizione sofferente diviene l’unica seria riaffermazione
vittoriosa della libertà.
L’interpretazione
della sofferenza e della libertà ancora non decidono di tecniche
e di leggi, ma sono i luoghi delle opzioni fondamentali da cui
dipendono e tecniche e leggi in rapporto al senso della nostra
dignità personale e al volto del suo futuro storico.
|