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I testi per approfondire i nostri incontri

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Dr.ssa Nunzia D’Abbiero

Dirigente Medico I Livello Radioterapia Oncologica - Azienda Ospedaliera Arcispedale Santa Maria Nuova Reggio Emilia e Docente a.c. Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Terapia palliativa tra abbandono e cura

 

1. Premessa

“Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare…”[1]

La morte fa parte della vita, è innegabile. Eppure la medicina moderna nell’estenuante corsa a ricercare ed attuare terapie sempre più efficaci, ai fini della guarigione, sembra esserne dimenticata. Ci troviamo, così, di fronte ad una medicina guerriera che però getta la spugna laddove non ci sarebbe più nulla da fare. In questi ultimi decenni abbiamo assistito alla emarginazione e quasi all’abbandono dei malati terminali, di quei malati cioè che non possono più essere strappati al loro inesorabile destino. Il ventesimo secolo ha segnato una svolta epocale per la medicina: i progressi farmacologici, tecnici e diagnostici hanno permesso di debellare alcune malattie e di modificare profondamente la storia naturale di altre, di recuperare con tecniche chirurgiche e riabilitative sofisticate traumi e patologie altrimenti mortali, hanno permesso di spostare in avanti l’evento morte, ma non l’hanno vinta: la morte non è stata debellata. E’ ovvio che, in questo contesto dove il pensiero dominante è rappresentato dall’eliminazione del limite, la condizione della terminalità, vista come una sconfitta della medicina della guarigione, provoca un certo imbarazzo ed una certa censura. Censura ed imbarazzo che non giovano certo alla stessa medicina nè all’effettivo successo dei suoi progressi. E’ in tale situazione culturale che si sta sviluppando l’acceso dibattito sulle decisioni di fine vita. Ma affinchè il dibattito possa svilupparsi in maniera non ideologica e tenendo in adeguato conto il malato con i suoi bisogni, la sua libertà e le possibilità di cura effettivamente disponibili occorre ricordare che da oltre 40 anni sta avvenendo qualcosa di diverso e contrario nell’ambito stesso della medicina. Se da una parte la ricerca scientifica promette salute e benessere, rinnegando però i limiti connessi, dall’altra si sta sviluppando un filone totalmente trasversale, un modo nuovo di affrontare le problematiche dei pazienti con malattia in fase avanzata non guaribile e con sintomi gravi. Si tratta delle Cure Palliative, che non sono da ascriversi come una sorta di medicina di serie B, ma possono essere considerate come una risposta adeguata perchè scientificamente competente ed umanamente efficace per numerose situazioni cliniche. La sua ampia diffusione e, perchè no, la sua influenza culturale sulla medicina della guarigione possono rappresentare una risposta alle richieste eutanasiche? In parte sì. Questo perchè l’esigenza più e più profonda per le persone malate, come per ciascuno di noi, non è tanto decidere quando “farla finita” ma piuttosto vivere fino alla fine, nel pieno rispetto della dignità e della totalità della persona malata. Questo è l’obiettivo principale delle cure palliative.

2. Cosa sono le cure palliative?

Il termine “palliativo”, secondo l’uso corrente, avrebbe una connotazione negativa, quasi sinonimo di  inutile o inefficace. Al contrario le cure palliative rappresentano le sole cure davvero utili per il malato morente, perché arrecano quel necessario sollievo dalle sofferenze evitabili salvaguardando la dignità della persona fino all’ultimo istante. Le cure palliative (dal latino “ pallium” = mantello e “palliare” = coprire, avvolgere con un mantello) “affermano la vita e considerano il morire come un evento naturale; non accelerano né ritardano la morte; provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri disturbi; integrano gli aspetti psicologici e spirituali dell’assistenza; aiutano i pazienti a vivere in maniera attiva fino alla morte; sostengono la famiglia durante la malattia e durante il lutto.” [2]

Si tratta quindi della cura (care) globale, attiva, di quei pazienti la cui malattia non sia responsiva ai trattamenti con intento di guarigione. L’obiettivo principale è rappresentato dal controllo del dolore, dei sintomi legati all’estensione della malattia e delle problematiche psicologiche, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita per i pazienti e per le loro famiglie. E’ da sottolineare che molti aspetti dell’approccio palliativo sono applicabili anche in fasi più precoci della malattia, in concomitanza con i trattamenti antiblastici, per esempio, o radioterapici che con gli effetti collaterali connessi possono condizionare fortemente la qualità di vita.  

3. Breve storia delle Cure Palliative e dell’Hospice Movement

Le cure palliative sono un tipo di cura e per capirne l’origine e l’evoluzione bisogna collocarle nell’ambito della storia della sanità, ma non tanto in quella delle grandi scoperte, dei successi, dei grandi personaggi della medicina, bensì in quella della storia della gente normale, della storia della vita quotidiana. Infatti il prendersi cura, caratteristica specifica dell’essere umano verso i suoi simili, ha avuto, fino a qualche decennio fa, come luogo privilegiato la famiglia. Con la rivoluzione industriale la famiglia ha progressivamente perso la sua funzione di essere il luogo privilegiato dell’assistenza e i malati cronici e gli anziani hanno trovato assistenza solo negli ospedali. La tecnicizzazione progressiva degli ospedali e la possibilità di manipolare la morte ed il morire hanno portato alla ospedalizzazione della fine della vita, senza però avere mezzi, competenze e luoghi adeguati e dignitosi. Quando, perciò, la famiglia non è più stata in grado di prendersi cura dei malati terminali e quando l’ospedale ha cominciato ad essere specializzato nelle terapie intensive delle patologie acute, era divenuto indispensabile l’emergere di una nuova modalità di approccio a questo tipo di malati, così come di luoghi adeguati. Ed è in questo periodo, collocabile dalla fine della seconda guerra mondiale, fino ai nostri giorni, che possiamo datare la nascita di due idee significative: la terapia del dolore e degli altri sintomi e l’assistenza in Hospice. Le due cose sono di per sé fortemente embricate essendo la prima uno strumento della seconda.

La storia delle Cure Palliative s’intreccia, soprattutto all’inizio, con la storia dei protagonisti che ne hanno permesso la nascita e lo sviluppo.

Il concetto moderno di Hospice e quindi di Cure Palliative è in gran parte dovuto all’intuizione originale di Cicely Saunders, che negli anni 50 ha iniziato ad occuparsi, quasi fortuitamente, delle problematiche di questi malati. Questa dama inglese proveniente dalla buona e ricca borghesia londinese, infermiera, assistente sociale e poi medico, ebbe l’intuizione e il coraggio di realizzare il primo Hospice della storia moderna come luogo della cura dei malati “inguaribili”. Il suo impegno a favore di tali malati cominciò negli anni ’50 quando nessuno, se non ospedali ed Case di Cura religiose, se ne occupava. Il suo grande merito è stato quello di introdurre un approccio scientifico nelle terapie della condizione clinica avanzatissima.

Introdusse anche  il concetto di dolore globale, riaffermò l’unità psichica e fisica della persona e promosse con forza la costituzione di luoghi che, nella cura dei malati, tenessero conto di tutti gli aspetti della sofferenza umana.

La creazione del St. Christopher’ Hospice da parte della Saunders, con tutti gli Hospice che seguirono, costituì l’inizio di un “fenomeno” terapeutico e sociale di straordinaria rilevanza.  

4. Novità introdotte dalla Cure Palliative

Il campo d’azione delle Cure palliative riguarda quei malati con patologia oncologica e non, non guaribili e in fase avanzata di malattia. Si tratta una branca della medicina che si basa essenzialmente sulla cura dei sintomi con uno sguardo attento alla globalità della persona. Possiamo asserire sinteticamente che le novità apportate nel campo della medicina siano essenzialmente le seguenti:  

a. Terapia del dolore e controllo dei sintomi: la terapia del dolore  diventa una scienza

Nel 1806 fu isolata in laboratorio una sostanza, chiamata in seguito morfina, un derivato dell’oppio. Qualche anno più tardi la possibilità della somministrazione in vena evidenziò le potenzialità davvero “stupefacenti” dei derivati dell’oppio nel controllo del dolore. Questo ne determinò un largo uso in guerra per lenire il dolore dei soldati mutilati da ferite da guerra. 

Durante la seconda guerra mondiale J. Bonica, un anestesista, trasformò la gestione del dolore in un corpo organico di conoscenze e qualifiche, ascrivendo questa nuova attività, la terapia del dolore, all’anestesiologia come una sorta di ulteriore specializzazione. Bonica riteneva che il dolore doveva essere trattato in ospedale, in una nuova unità chiamata “unità del dolore”. Quasi come un contagio poco tempo dopo anche altri autori cominciarono a lavorare nella stessa direzione di Bonica.

Non furono solo questi anestisisti ad interessarsi del trattamento del dolore. Nello stesso periodo, infatti,  anche Cicely Saunders fu impressionata dalla mancanza di un trattamento adeguato del dolore.

“Cominciai a lavorare come infermiera di reparto nel 1941 all’Ospedale St. Thomas…. Giovani pazienti morenti di tubercolosi e setticemia per le ferite riportate in guerra  ci supplicavano di salvarli in qualunque modo, ma avevamo molto poco da offrire se non una premurosa assistenza infermieristica…..Avevamo la morfina ma la usavamo con parsimonia…. Nel marzo del 1948 cominciai a lavorare come infermiera volontaria , una due volte la settimana, in una delle antiche case per l’assistenza terminale. L’Ospedale St. Luke aveva 48 posti letto per pazienti con tumore avanzato. Qui conobbi la regolare somministrazione di un ‘cocktail Brompton’ modificato somminsitrato ogni quattro ore dove la cannabis e la cocaina venivavo omesse, mentre la dose di morfina veniva adattata alla necessità del paziente; se erano richiesti dosi superiori a 60 mg la somministrazione veniva effettuate per via parenterale. La scopolamina veniva utilizzata insieme alla morfina per il trattamento dell’irrequietezza terminale.”[3] Nell’ottobre del 1958 Cicely Saunders arrivò al St. Joseph Hospital come studentessa di medicina, dove usufrendo di una borsa di studio per ricerche cliniche del Dipartimento di farmacologia al St. Mary’s Hospital Medical School ebbe l’opportunità di fare ricerche sul dolore oncologico terminale e sulle possibilità di controllarlo. I risultati furono presentati alla Royal Society of Medicine nel 1963 e pubblicato lo stesso anno. Il lavoro esponeva i risultati evidenziati su di una casistista di 900 pazienti dove furono analizzati non solo l’efficacia dei farmaci utilizzati ma anche i metodi di somministrazione. Furono così per la prima volta fissate le regole cardinali della terapia del dolore:

- accurata valutazione della natura ed intesità del dolore ;

- somministrazione dei farmaci ad intervalli regolari.

Fu anche osservato che il dosaggio dei farmaci pur ottenendo un eccellente controllo del dolore non era tale da determinare variazioni dello stato dell’umore e/o della personalità, nè tanto meno la paventata dipendenza. “non osservammo tolleranza e dipendenza significative anche in quesi pazienti lungosopravviventi

Constatò anche che l’effetto della somministrazione regolare di farmaci non solo agiva sul dolore fisico ma che poteva incidere favorevolmente sullo stato psico-fisico di un malato.

b. Introduzione del concetto di “dolore totale”

Non fu proposto, però, solo un approccio solo farmacologico. Curando la persona nella sua totalità invece del solo dolore fisico o di altri sintomi, le sofferenze si attenuano e  se un paziente si accorge di essere ascoltato e capito lo stato d’ansia può migliorare sensibilmente. (vedi Maltoni)

Nell’ultimo brano di vita non è solo il dolore fisico a condizionare la sofferenza ma molti altri sintomi altrettanto impegnativi e ovviamente legati alla storia naturale della malattia. La Saunders scovò tutto quello che la medicina poteva offrire, sia farmacologico che non, per ottenere un controllo sintomatico adeguato.

Fu, per esempio, una grande sostenitrice dell’uso della radioterapia nel controllo dei sintomi.

c.  Valorizzazione dell’assistenza infermieristica

Se la filosofia di approccio si basa sul prendersi cura è chiaro che l’assistenza infermieristica ne è il cardine.  Lavoro in equipe, organizzazione e tempi di assistenza concepiti in modo elastico ed adeguato per ciascun paziente, professionalità, educazione medica continua sono tutte peculiarità dell’assistenza infermieristica delle Cure Palliative.

5. Cure palliative ed eutanasia

Fin dall’inizio coloro che si occupavano di Cure Palliative dovettero in qualche modo fare i conti con le proposte di legalizzazione dell’eutanasia. Infatti, nel 1969 fu presentato alla Camera dei Lord, un progetto di legge per la legalizzazione dell’eutanasia e la Saunders scrisse una lunga lettera al The Times dove diceva:” Noi, come medici, desideriamo far rilevare come vi siano pochissime forme di sofferenza fisica che non si possono alleviare con una buona assistenza clinica ed infermieristica e come il disagio emotivo e spirituale di una malattia incurabile richieda comprensione e compassione e la disponibilità ad ascoltare ed aiutare invece di un farmaco letale.”[4]

“Non un farmaco letale” ma una presenza: questo è l’approccio  delle cure palliative.

Eppure per alcuni autori più recenti “la soluzione offerta dalle cure palliative, seppur di notevolissima importanza, non risolve alla radice la questione dell’eutanasia.”[5] E questo fa notare come la richiesta eutanasica esuli spesso dalla situazione clinica stessa ma affonda le sue radici in un certo retaggio culturale che considera l’essere padroni della vita come l’unica possibilità di vita degna. Raramente, infatti, anche in condizioni di abbandono e di sofferenza, quando questi fattori vengono considerati ed affrontati, viene formulata con determinazione la richiesta eutanasica. E’ ben documentato, infatti, che nello stato americano dell’Oregon dove eutanasia e suicidio assistito sono consentiti, quando è offerta la possibilità delle cure palliative, il numero di pazienti che preferisce avvalersi dell’opzione eutanasica è davvero esiguo.[6]

“ In un’altra occasione una vecchia e colta professoressa giunta ormai al capolinea desiderava l’eutanasia. Non voleva essere di peso ai suoi cari. Parlammo molto in un freddo pomeriggio invernale ed al termine del nostro colloquio si convinse che quanto desiderava era un assurdo”[7] L’aneddotica è ricca di episodi così, perché in fondo la febbre di vita prende la mano anche quando si vede la fine, anche quando il limite è vicino ed ineluttabile. Ciascuno, perché essere umano, vuole vivere fino in fondo e la dignità di questi ultimi fondamentali momenti non è dato dal poter essere e fare come se non si fosse malati ma dall’esserci stesso e dall’essere amati. Probabilmente il fronte fragile di questo dibattito è rappresentato non tanto dai malati ma da coloro che si occupano di questi malati. “Incertezza, sensazione d’impotenza, incompresione dell’evento, angoscia, delusione, senso di nullità, voglia di sfuggire ad un confronto, sono tutti sentimenti che si avvertono in quei momenti e che ci fanno percepire fino in fondo tutta la nostra fragilità.”[8].

 

9. Conclusioni

Non un farmaco letale ma una presenza: questo suggerisce l’esperienza di quanti oggi che si prendono cura di questi malati. “Stare vicino al morente significa “somministrarsi” all’altro, facendo sì che questi, anche nei silenzi avverta una presenza che, se pur priva di parole, gli comunica che ci siamo. Stare vicino al morente significa che, quando vi sono richieste precise di verità, la nostra parola dovrà essere attenta, dosata, sincera, ma ricca di speranza per un futuro che non è comunque nelle nostre mani.”[9] Le Cure Palliative, come abbiamo precedentemente accennato, rappresentano un tipo di cura e attualmente le procedure palliative riescono ad ottenere percentuali importanti di remissioni sintomatiche. In altre parole la maggior parte dei sintomi correlati all’avanzamento della malattia vengono controllati e la qualità di vita[10] del paziente ne giova fortemente. E allora perchè si continua a parlare tanto di eutanasia anche nel campo delle Cure Palliative? Forse perchè occuparsi di questi malati vuol dire essere ogni giorno a contatto col limite, con la sofferenza, con la morte. E allora, come l’esperienza di Cicely Saunders ben documenta, o si è disposti ad un percorso umano ed esistenziale oppure si preferisce la scorciatoia di procedure che, con l’alibi della libertà del malato, vorrebbero evitare in qualche modo l’impatto umano che la sofferenza e la morte delle persone malate pongono a ciascuno di noi. Al contrario raccogliere questa provocazione, anche se espone a dilemmi e sofferenze, può rappresentare per la medicina e per quanti, a vario titolo, assistono questi malati l’unica possibilità per poter continuare ad esercitare un reale servizio all’uomo.



[1] Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1998, p. 182

[2] National Council for Hospice and Palliative Care Services WHO-OMS 1990 (modificata dalla Commissione Ministeriale per le cure palliative nel 1999).

[3] C. Saunders, A personal therapeutic Journey, BMJ, 1996.

[4]

[5] Defanti CA, RiCP 4, (2) 2002,77-79

[6]  Rothschield A., J Law Med 2004 Nov; 12(2):217-25

[7] A. Scanni, Terminal care: a personal experience, Journal of Medicine &Person, 2003( 2) 26

[8] ibidem

[9] ibidem

[10] Il termine “qualità di vita” nonostante le numerose ed articolate modalità di misurazione è e rimane un parametro fortemente soggettivo.