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Dies
Irae
Il
giudizio universale da Giotto a Bosch
È
il titolo del libro della docente e saggista Zaira Zuffetti,
presentato dall’autrice stessa lunedì 11 gennaio presso la
Parrocchia Madonna dei Poveri a Milano, in un incontro organizzato
dal Centro Culturale San Benedetto in collaborazione con il Centro
Culturale P. Tedoldi e la casa editrice Ancora che ne ha curato la
pubblicazione.
Attraverso
una presentazione multimediale di rappresentazioni artistiche del
Giudizio Universale (sculture, dipinti, affreschi, tavole…),
abbiamo attraversato sette secoli di arte e di fede, dal Medioevo
al secolo scorso, scoprendo come l’uomo di fede abbia via via
immaginato il giorno del Giudizio attingendo dalle Scritture,
dalla teologia e dalla sua creatività, ma proiettando in esso
paure e speranze legate al momento storico ed ecclesiale che stava
vivendo.
La
diffusione sempre maggiore che hanno avuto nel corso dei secoli le
rappresentazioni del Giudizio in realtà non corrisponde ad
un’altrettanta ricchezza di testi biblici che ne parlano.
Le
opere dei primi secoli hanno degli elementi in comune: in un unico
spazio ci sono cielo, terra, paradiso ed inferno; ci sono Cristo
al centro in una mandorla, Maria e S. Giovanni Battista che
intercedono per l’umanità, gli Apostoli con i santi e gli
angeli; sulla terra l’arcangelo Michele “pesa”- sull’amore
che hanno donato a Dio e a gli uomini – i “risorti” che
escono dalle tombe per condurli a Dio o alla dannazione; il
Paradiso è sempre alla destra di Gesù, l’inferno alla sua
sinistra.
Le
prime rappresentazioni del Giudizio Universale iniziano nel
Medioevo.
Nelle
prime
comunità cristiane infatti non si parla di inferno ma
piuttosto della certezza che la nostra vita non avrà fine, che la
vita evangelica è gioia, che il cristiano vive con speranza perché
il Signore è risorto. Dopo il dramma delle persecuzioni si mette
l’accento sulla gioia della salvezza, sul fatto che la vita
eterna è il destino che attende ogni uomo.
Secoli
dopo, la certezza che il mondo sarebbe finito nell’anno Mille,
aveva segnato profondamente la coscienza delle persone: la fine
era imminente e sembrava plausibile che Dio chiudesse la storia
con un tremendo giudizio in cui avrebbe castigato l’umanità per
tutti i crimini commessi. Le carestie, le pestilenze, le invasioni
barbariche non sembravano altro che anticipazione dei suoi
castighi.
Con
la rinascita culturale ed economica dopo il Mille iniziarono
numerose rappresentazioni scultoree del Giudizio. In Francia
divenne tradizione rappresentarlo nelle lunette
sopra i portali di ingresso delle chiese (Notre Dame,
Bourges…), sulla soglia tra il “mondo” esterno e il
“sacro” all’interno. Così si ricordava alle persone che
alla fine della vita li avrebbe attesi un giudizio,
invitandoli ad un esame di coscienza sul mondo che
lasciavano alle spalle entrando.
In
Italia invece viene rappresentato nelle controfacciate
delle chiese, con lo stesso messaggio delle lunette
francesi, ma rivolto a chi esce dalla chiesa e torna nel mondo.
Nuovissimo
è l’affresco di Giotto del 1305 nella cappella degli Scrovegni a Padova. Fino ad
allora, per cercare di raffigurare il divino, Gesù, i santi e i
beati venivano resi quasi trasparenti, privi di consistenza e
volume; Giotto invece dà “peso” e spessore ai corpi che
risorgono. La resurrezione della carne li renderà ancora più
consistenti e li consacrerà tali per sempre. Molto bella
l’espressione di Gesù: ha il capo e lo sguardo reclinati verso
i giusti e una ruga sulla fronte, “segno
forse del rammarico di non aver potuto salvare tutti”; le
braccia sono aperte, con la mano destra accoglie i giusti, con la
sinistra respinge i dannati.
Con
l’umanesimo, nel ‘400, scompare l’interesse degli artisti
italiani sul tema del Giudizio. L’attenzione è sull’uomo e la
sua storia, meno sul suo destino eterno. Le uniche
rappresentazioni sono quelle del Beato Angelico, in
particolare quella che oggi si trova nel convento di san Marco a
Firenze.
Un
dipinto “poetico” per come viene rappresentato il paradiso e
per la pietà che l’autore ha anche dei condannati
all’inferno. Gesù non è un giudice severo nemmeno nel momento
del Giudizio. Anche qui la mano destra accoglie i beati mentre la
sinistra cade lungo la veste, senza indicare i dannati, che a
differenza di altre opere, vengono quasi accompagnati, senza
crudeltà, verso l’inferno.
Il
paradiso è pieno di luce e colori, di eleganza, di tenerezza, i
beati vengono accolti dagli angeli e con bellissimi abiti si
preparano “all’incontro stupendo che li aspetta”.
Invece
nel Nord Europa c’è un forte interesse degli artisti fiamminghi
per il Giudizio Universale, spesso rappresentato nei tribunali
come monito a ricordarsi che la giustizia umana verrà poi
completata dalla giustizia divina.
Nella
miniatura di Van Eyck - conservata a New York - risalta la figura della
morte: uno scheletro, in prospettiva e perfettamente definito
anatomicamente, si stende con ali enormi sopra l’inferno,
avvolgendolo, mentre i dannati vengono divorati dai mostri.
Molto
bella invece nel trittico di Memling
l’immagine dei beati che, nudi, si avviano verso il paradiso (la
Gerusalemme Celeste, raffigurata da uno splendido palazzo) e,
prima di entrare, vengono man mano rivestiti dagli angeli con i
loro abiti di un tempo.
L’idea
del Giudizio torna in Italia dopo il 1500, alimentata dal
desiderio di un rinnovamento della Chiesa, dalle tragiche profezie
di Savonarola e dalle prediche dei frati mendicanti. Torna in modo
nuovo, lontana dallo stile medievale e dai fiamminghi, e trova il
suo apice nel 1541 con il Giudizio di Michelangelo
nella Cappella Sistina.
La
prima novità è la sua collocazione: non più sulla
controfacciata, ma dietro l’altare, occupando un’immensa
superficie.
La
seconda è la figura di Cristo: non ha più i segni della passione
(ormai rimarginati) e non è più lontano, ma ha un corpo
possente, muscoloso e non ha la barba: “È
un Cristo partecipe, umanamente vivo, estremamente espressivo”.
Rivolge lo sguardo ai dannati “che
respinge quasi con orrore” con il gesto delle mani. Vicino a
lui c’è una Maria commossa per la sorte dei dannati, che si
volta dalla parte opposta per non assistere al loro dolore.
Un’opera
che è il “trionfo della
corporeità”: i tantissimi personaggi sono ritratti con una
perfetta definizione anatomica, muscolosi, attorcigliati,
contorti, nelle più diverse prospettive.
Da
Michelangelo in poi le rappresentazioni sono molto più
realistiche e attente alla sofferenza dei personaggi.
Controcorrente
è il trittico di Bosch, pittore fiammingo del 1500, in cui manca totalmente il
realismo e c’è un pessimismo totale e non evangelico: il male
è dappertutto e alla fine vincerà sul bene. Non ci sarà
salvezza per l’umanità.
Questa
idea viene resa da una terra buia, che brucia e si consuma (che
occupa buona parte del dipinto), mentre al bene, alla vita eterna,
è lasciato solo uno spazio irrilevante: Cristo è seduto al
centro di un tribunale in cui ci sono solo gli Apostoli e pochi
angeli. Pochissimi sono i beati, mentre l’umanità viene
torturata e divorata da mostri di ogni genere, al limite del
grottesco.
Dopo
il ‘500 le rappresentazioni del Giudizio scompaiono
definitivamente.
La
fede inizia ad assumere caratteristiche private, domestiche,
individualistiche, l’uomo è “arbitro” di se stesso,
sottolineature tipiche dell’epoca illuminista.
Particolare
a questo proposito è il Giudizio di Vermeer un “quadro nel quadro”, all’interno della “Donna con
una bilancia” (1664): una donna in primo piano davanti ad uno
specchio ha in mano una bilancia, che ricorda la “pesa delle
anime”, e alle sue spalle, nell’ombra, il dipinto di un
Giudizio Universale.
Un’immagine
“domestica”, quotidiana, come invito a ricordarsi ogni giorno
della fragilità della vita, che le cose passano e che il destino
dell’uomo è abitare nel cuore di Dio.
Manuela Stelluti Scala
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