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Dott
Giovanni Battista Guizzetti
Responsabile
reparto stati vegetativi Centro Don Orione Bergamo
L’umano
nascosto prendersi cura dello stato vegetativo
Lo
stato vegetativo è una condizione relativamente recente, per lo
più consegue ad uno stato di coma, caratterizzato da un ritorno
alla vigilanza, testimoniato dall’ apertura degli occhi, ma
senza segni
che indichino una evidente attività cognitiva. Il balzo in avanti
compiuto dalle terapie intensive negli anni ‘50
se da un lato ha permesso a un numero sempre maggiore di
pazienti recuperi sino ad allora inattesi ed insperati, ha
dall’altro prodotto questa condizione.
Non
è una malattia lo stato vegetativo, ma una grave, la più grave
delle disabilità. La vita di chi trova a vivere in questa
condizione non dipende dai freddi macchinari della medicina
tecnologica, ma da quello da cui noi stessi dipendiamo per vivere:
l’acqua, il cibo, l’igiene, la mobilizzazione, la relazione.
Solo questo nient’altro. Se
consideriamo lo stato vegetativo una malattia le domande
che da esso sorgono semplicemente vengono ignorate, si fa finta
che non siano poste, che non esistano. Qui non si tratta di dare
terapie o di fare esami. C’è in ballo qualcosa di molto più
grave. Si tratta di
ripensare a cosa sia l’uomo, al suo valore e alla sua dignità.
Il disabile, soprattutto il grave disabile (non dimentichiamo che
ognuno di noi potrebbe essere il disabile di domani),
ci obbliga a ripensare alla relazionalità sociale, alle
politiche di sostegno e di integrazione che riguardano lui stesso
e la sua famiglia troppo spesso
posti ai margini della convivenza, costretti
a sopportare sforzi inumani per continuare a vivere.
Ma
lo stato vegetativo non è neppure uno ‘stato’ non è cioè
qualcosa di cristallizzato, destinato a non modificarsi, è una
condizione esistenziale che
nel tempo continuamente, anche se impercettibilmente,
muta. Mai
uguale a se stessa, mai uguale al giorno prima. Piccoli
cambiamenti certo che solo un occhio attento può rilevare, ma che
pure ci sono. Un sorriso al sentire la voce di un proprio caro,
uno sguardo che ti segue, una mano che stringe la tua su comando,
un cucchiaino di gelato ingerito, una cannula tracheale rimossa,
un decubito che finalmente si chiude.
La
nostra esperienza di cura dello stato vegetativo
è la storia
di una presa in carico molto
semplice, a basso contenuto tecnologico, ma ad elevato impegno
umano ed assistenziale, che sa di non poter guarire, ma che sa
prendersi cura sempre, senza mai cadere nell’accanimento
o nell’abbandono diagnostico o terapeutico. Una cura
che cerca di
dare risposta alle concrete
quotidiane esigenze fisiche, di trattare
le patologie intercorrenti - niente di eccezionale si
tratta di somministrare un antibiotico o un antipiretico -, di prevenire le complicanze
legate all’immobilità, di una assistenza di base mirata ad
ottenere il maggior benessere possibile e di rispondere alle
domande poste dai familiari. Una presa in carico che ci ha
consentito in taluni casi, di ottenere risultati sorprendenti ed
assolutamente inattesi come il recupero stabile
della coscienza, la capacità ad alimentarsi per via orale,
la rimozione della cannula tracheale, la guarigione dei decubiti e
il rientro al domicilio.
Fare qualcosa di
assolutamente inutile, in termini efficientistici od utlitaristici,
non sempre è privo
di rilievo. In una società
ci sono delle realtà segnale che ci dicono
del livello di civiltà di una convivenza.
La disponibilità a prenderci cura
delle persone in SV è certamente una di queste.
L’assistenza erogata a questa condizione è espressione
dell’indisponibilità a rassegnarci
troppo facilmente e troppo fatalisticamente
all’esperienza del male e
del dolore che comunque, con buona pace di tutti, saranno sempre
presenti nella nostra vicenda umana.
La possibilità,
anche di fronte alle manifestazioni più sconvolgenti della nostra
finitezza, di poter riconoscere un bene e un valore che comunque
permane, significa riaffermare, permettetemi di dirlo con forza,
l’assoluta dignità della nostra condizione umana. Ed
è stato davvero sorprendente vedere come questo ha potuto
accadere anche nei parenti di questi soggetti.
Il tempo trascorso a prendermi cura di queste persone non mi ha
mai fatto pensare che il mio impegno rappresentasse per loro un
sur plus di sofferenza inflitta e per me una perdita
di dignità professionale , ma mi ha portato spesso a
domandarmi se il desiderio che quella loro vicenda si concluda
risponda davvero ad un’ esigenza per quell’essere
o non sia invece espressione di
una nostra incapacità a stare loro di fronte.
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