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Regia Andrzej Wajda (Polonia, 2007)

Polonia, primavera del 1940. Un cospicuo
numero di militari e intellettuali polacchi viene trucidato e
sepolto in una fossa comune dai servizi segreti sovietici nei
pressi di Katyn, dopo il patto stipulato tra Stalin e Hitler che
aveva stabilito la spartizione della Polonia tra Germania e Unione
Sovietica. Le madri, le mogli, le figlie e le sorelle degli uomini
uccisi aspetteranno a lungo, se non addirittura invano, di
conoscere la sorte dei loro congiunti. Nel 1943 l'esercito tedesco
comunica i nomi di coloro che sono stati ritrovati nella fossa
comune. Nel 1945, dopo la liberazione di Cracovia da parte
dell'esercito di Stalin, la propaganda sovietica incolperà del
massacro l'esercito tedesco.
Il Massacro di Kayn
Nella
primavera del 1940, nella foresta di Katyn, in Polonia, vennero
giustiziati più di 22.000 prigionieri di guerra polacchi. Rimasto
ignoto all'opinione pubblica per tre anni, l'eccidio fu reso noto
al mondo nella
primavera del 1943 dalla radio tedesca.
Alle 9.15
del mattino, ora di New York, la propaganda nazista rendeva noto,
come quattro giorni prima il ministro Joseph Goebbels
annotava nel suo diario, che
" vicino a Smolensk sono state trovate delle fosse comuni
piene di cadaveri
polacchi. (la foto sopra). I bolscevichi hanno semplicemente
ucciso circa 10.000 prigionieri seppellendoli alla rinfusa in
fosse comuni". I responsabili dell'eccidio, quindi, erano i
sovietici.
Gli
sventurati erano stati freddati con un preciso colpo alla nuca e
gettati in diverse
fosse comuni, un'intera generazione di ufficiali, appartenenti
alla borghesia e
all'intellighenzia polacca. Per più di cinquant'anni
quest'eccidio è
rimasto avvolto nel mistero e nella menzogna. A chi apparteneva la
regìa di questo
crimine? A quale delle due dittature che si erano gettate di
comune accordo sulle
spoglie della Polonia, spettava la responsabilità di quanto
accaduto alla Germania Nazista o alla Russia comunista? La
versione dei tedeschi non fu accettata, gli alleati non vollero
credere alla responsabilità russa.
L'apertura
degli archivi sovietici dopo il crollo del regime, ha permesso di
togliere il velo della menzogna alla verità di Katyn. Già negli
ultimi mesi di glasnost gorbacioviana questa verità appariva
sempre più difficile da nascondere. Con l'avvento al potere di
Eltsin, e la denuncia del PCUS come organizzazione criminale,
finalmente è emersa una documentazione agghiacciante dalla quale
si può comprendere, in più larga scala, gli stessi meccanismi
criminali di un sistema totalitario.
"Varsavia,
17 febbraio - Un documento della Croce Rossa polacca (CRP), datato
giugno 1943 e pubblicato ora dal settimanale "Odrodzeine",
indica come data probabile del massacro di migliaia di ufficiali
polacchi nella foresta di Katyn, ora in Bielorussia, il periodo
marzo-maggio 1940, ciò che suggerisce una chiara responsabilità
dei societici e non dei tedeschi, come fin qui sostenuto dalla
propaganda comunista. In seguito all'invasione della Polonia da
parte degli eserciti hitleriani nel settembre del 1939, l'Urss
occupò i territori orientali della Polonia, inclusa la regione
dove sorge la foresta di Katyn. Il rapporto, redatto dal
segretario della Crp, Kazimierz Skarzynski, fu da questi
presentato al consiglio generale della Croce Rossa polacca nel
giugno del 1943. Nel 1945, scrive Odrodzeine, una copia unica fu
consegnata all'incaricato d'affari britannico a Varsavia e quindi
trasmessa a Londra nel 1946. E' stata ora ritrovata da un
ricercatore polacco negli archivi del Foreign Office" (Comun.
Ansa, 17 febbraio 1989, ore 14.09).
"Varsavia
- Il documento fu celato al governo polacco in esilio a Londra
durante la guerra per non turbare le relazioni della Gran Bretagna
con Mosca. In un commento, datato 1945 e allegato al rapporto,
Skarzynski indicava chiaramente la responsabilità sovietica. La
commissione della Crp si era al contrario rifiutata di indicare i
responsabili dell'eccidio, per evitare di giovare alla propaganda
tedesca".
"Londra
- Radio Mosca ha ammesso per la prima volta la responsabilità
della polizia segreta sovietica nel massacro di Katyn. La radio ha
aggiunto che da "parte sovietica si esprime il più profondo
rincrescimento per la tragedia che viene giudicata uno dei
peggiori crimini dello stalinismo".
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Il caso Wajda.
Il maestro censurato "Sono in molti ad avere interesse a
che il mio film non sia proiettato, ad acquistarne i diritti per
non farlo vedere". Le scomode verità del grande regista di
"Katyn"
di Roberto Persico e Annalia Guglielmi
È appena tornato da Berlino, dove il suo Tatarak ha vinto il
premio speciale della giuria per un'opera che "apre all'arte
cinematografica nuove prospettive". "Pensi - dice
sorridendo all'inviato di Tempi nei suoi studi a Varsavia - che il
riconoscimento lo hanno dato ex-aequo a me e a un regista
argentino poco più che trentenne al suo primo film". Lui,
Andrzej Wajda, di anni ne ha ottantatré, e di regie alle spalle
ne conta oltre tre dozzine. Ma ha ancora l'entusiasmo di un
giovanotto e il gusto di usare la macchina da presa per continuare
a raccontare le gioie e i dolori della vita, oggi come trent'anni
fa, quando opere come L'uomo di marmo, L'uomo di ferro e Danton
filtravano attraverso la cappa di piombo del socialismo reale e
facevano sentire anche in Occidente la voce di un uomo libero, che
non ha mai rinunciato a guardare la realtà coi suoi occhi
rifiutando le lenti deformanti dell'ideologia. L'arrivo nelle sale
italiane, dopo lunghe peripezie, di Katyn, il film sull'eccidio
degli ufficiali polacchi perpetrato dai sovietici durante la
Seconda guerra mondiale e a lungo attribuito ai nazisti tedeschi,
è l'occasione per incontrare Wajda e parlare con lui di cinema. E
di molto altro. Andrzej Wajda, cominciamo dalla pellicola che sta
riproponendo il suo nome in Italia. Da dove nasce l'idea di fare
un film sul massacro di Katyn? Un film su Katyn fino al 1989
sarebbe stato impossibile, perché secondo la versione ufficiale
imposta dai sovietici il massacro di ventiduemila ufficiali
dell'esercito polacco compiuto nel 1940 nei boschi di Katyn era
stato opera dei tedeschi. In realtà in Polonia tutti sapevano che
i colpevoli erano i russi, e nessuno era disposto a fare un film
intriso di menzogna; così Katyn nella nostra storia rimaneva una
ferita aperta. Perché allora non lo abbiamo fatto subito dopo il
1989? Perché sulla vicenda c'era stato come un blocco: mentre
tutti gli altri episodi drammatici della Seconda guerra mondiale
avevano trovato qualcuno che ne facesse materia di qualche
racconto, su Katyn non c'era nulla. Così, realizzare una
sceneggiatura è stato un lavoro lungo e difficile. Io ho
continuato a leggere tutta la documentazione disponibile,
soprattuto i diari delle donne che, come mia madre, avevano perso
il marito nella strage. Oggi tutto quel che si vede nel film è
rigorosamente basato sui documenti che io ho letto nel corso di
anni di ricerche.
Che cosa ha voluto dire allora per lei girare un film come
questo? Ho sempre avuto in mente che un film su Katyn avrei potuto
e dovuto farlo io: farlo ha voluto dire saldare un debito con mio
padre e mia madre, far conoscere a tutti l'eccidio compiuto sugli
uomini e la menzogna perpetrata nei confronti delle loro donne.
Ci risulta, però, che l'opera abbia avuto qualche
"problema di circolazione". È vero? Guardi, in Polonia
ha avuto oltre tre milioni di spettatori, posso dire di essere
soddisfatto. Del resto era un'opera che la gente aspettava da
sessant'anni. Il problema è che i diritti per la distribuzione
all'estero sono stati assegnati alla televisione di Stato polacca,
che non ha fatto nulla perché il film avesse una circolazione
dignitosa: lo ritengono un film scomodo e non hanno voluto
spingerlo. Pensi che nel rapporto della Televisione Polacca sulla
società New Media Di-stribution, l'azienda che deve distribuire
il film contemporaneamente sia in Russia sia negli Stati Uniti, ho
visto una nota a margine scritta a mano che informa che
"l'iniziativa potrà fallire per ragioni politiche".
Tanti infatti hanno interesse a che il film non venga proiettato,
e in molti paesi ci sono distributori che lo hanno acquistato per
non farlo vedere. Viene mostrato solo in circuiti ristretti, nei
cinema d'essai o in rassegne per un pubblico selezionato. Così si
fa in modo che non incida, che non abbia un vero rilievo nella
mentalità comune. Il caso più clamoroso, comunque, è quello
della Russia.
Per quali ragioni? Perché in Russia, ancora oggi, Stalin è
amato. Compare ancora in cima alle classifiche dei personaggi più
popolari. Si sa che ha ucciso decine di milioni di persone, eppure
molti russi ritengono ancora che lo abbia fatto per il bene del
suo paese. Il massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, invece,
è un crimine senza giustificazioni, che ha infranto tutte le
convenzioni di guerra, e quindi qualcuno non vuole che venga
ricordato. Pensi che gli organizzatori della Settimana del cinema
polacco, in Ucraina, a Kiev e Charków (mi stava a cuore
soprattutto questa proiezione, perché proprio in quella città fu
ucciso mio padre nella primavera del 1940 e là è sepolto), si
sono visti recapitare una una lettera della Televisione Polacca di
questo tenore: "Telewizja Polska - l'unico e solo titolare
dei diritti di distribuzione del film - non è a conoscenza di
NESSUNA proiezione di Katyn in programma per la Settimana del
cinema polacco in Ucraina. Per favore, abbiate la cortesia di
ritirare il titolo dalle vostre programmazioni, e di comunicarci
nome e contatti della persona o dell'organizzazione che vi ha
fornito i diritti per la proiezione". Un tono piuttosto
minaccioso, non le pare?
Chi si oppone alla circolazione di Katyn? Gli stessi che hanno
pilotato il processo che ha portato alla scandalosa assoluzione
degli assassini di Anna Politkowskaya?
Non ho ancora fatto in tempo a valutare fino in fondo la
notizia a cui ha accennato. Però certo mi fa impressione che in
un paese che pretende di essere democratico ritornino gli
assassinii politici, come ai tempi della dittatura. È un fatto
che non può non preoccupare vivamente.
In Italia qualcuno dice che Katyn sarà un flop perché non
interessa, è una storia datata. Perché riproporla adesso che il
comunismo è finito da vent'anni? In Polonia il perché è
chiarissimo: perché non potranno esserci rapporti normali fra la
Polonia e l'ex Unione Sovietica fino a che non sarà detta la
verità su questo crimine. I tedeschi hanno compiuto crimini
peggiori, ma i loro governanti lo hanno riconosciuto, e ora i
nostri rapporti con la Germania non sono più avvelenati dal
rancore. Non ci può essere amicizia fra due popoli se non si
riconoscono i torti commessi.
Le sue opere sono state armi importanti per la lotta dei
polacchi contro il regime. Come giudica il mondo che da quella
lotta è nato, la Polonia e l'Europa di oggi? Non solo i miei
film, ma tutto il cinema polacco ha sempre fatto di tutto per
costruire un ponte con l'Occidente. La Polonia è parte
dell'Europa, i polacchi si sono sempre sentiti occidentali. Dov'è
il confine dell'Europa occidentale? Io dico che l'Europa finisce
là dove arrivano le chiese gotiche. Dove c'è una chiesa gotica
vuol dire che è arrivata non solo la religione cattolica, ma la
civiltà mediterranea. Noi polacchi, pur con tutti gli ostacoli,
le difficoltà che abbiamo incontrato nella storia, apparteniamo
pienamente a questa cultura, a questa civiltà.
Ma la Polonia di oggi è quella che immaginavate vent'anni fa?
Guardi, io non sono preoccupato perché la Polonia non ha
sviluppato quella bella forma che noi speravamo. La democrazia è
un sistema difficile, si assimila solo lentamente. La cosa davvero
importante è che la società adesso può parlare di se stessa,
che le persone possono mettere a tema quel che sta loro a cuore:
è questo, in fondo, che ci interessava. La gente prima ha dato
fiducia a Solidarnosc, poi ha ridato una possibilità alla
sinistra, poi ha preso altre strade. L'importante è che le
persone hanno cominciato a scegliere. Poi fa parte del gioco della
democrazia che alcune scelte siano felici, altre meno.
Personalmente, ho apprezzato molto le decisioni del primo governo,
quello di Mazowiecki, la scelta di puntare subito su una forte
integrazione con l'Europa: ha rivitalizzato la nostra economia, ci
ha dato una moneta forte. L'integrazione con l'Europa ormai è un
fatto irreversibile, i tentativi nazionalistici sono puramente
folkloristici. Ma in Europa ci si imbatte anche in una nuova
ideologia, più sottile ma non meno penetrante, un'ideologia
nichilista che afferma che nulla ha valore, una "dittatura
del desiderio" secondo cui l'unico valore è soddisfare i
desideri immediati di ciascuno. Cosa pensa a questo proposito? Non
ho paura di questo. In Polonia la situazione è diversa, la Chiesa
ha ancora un ruolo importante. A me non spaventa che la gente,
dopo quarant'anni in cui ogni iniziativa era inibita, riprenda a
muoversi secondo i propri desideri, che cerchi la propria
soddisfazione in tutti gli ambiti della vita. La gente ha ripreso
in mano la responsabilità per il proprio destino: non mi sembra
che sia nichilismo. L'importante è che la Chiesa continui a
essere quella che è. La Chiesa nella storia polacca ha avuto un
ruolo fondamentale. I preti erano contro il nazismo, i preti erano
contro il comunismo, si sapeva bene la Chiesa da che parte stava.
In Polonia oggi ci sono settori della Chiesa che si intromettono
troppo nella politica spicciola, che pretendono di stabilire chi
debba essere quello o quell'altro ministro (il riferimento è a un
gruppo di sacerdoti che da qualche tempo svolge in Polonia una
chiassosa campagna politica in chiave fortemente nazionalista, da
cui peraltro i vescovi hanno nettamente preso le distanze, ndr).
Non è il suo compito. Il compito della Chiesa è quello di
sempre, difendere la persona dal potere dell'ideologia. Vorrei che
non si scostasse da questo, che è il suo ministero di sempre.
Un compito che è ben rappresentato dall'opera di Giovanni
Paolo II. Lei lo ha conosciuto bene. Che cosa ce ne può
raccontare? Forse è meglio dire, come fece una volta Zanussi (Krzysztof
Zanussi, altro grande regista polacco, ndr), a cui era stata
rivolta la stessa domanda: "È lui che conosce me". Ma
visto che insiste, le racconterò un episodio che per me è stato
particolarmente commovente. Una volta in Vaticano era stata
organizzata una proiezione alla sua presenza del mio film Pan
Tadeusz, che porta sullo schermo il più classico dei testi della
letteratura polacca: anche il giovane Wojtyla lo aveva
interpretato quando recitava nel "Teatro rapsodico".
Ebbene, a un certo punto il Papa ha chiuso gli occhi, e si vedeva
che stava assaporando quelle parole, che tante volte anche lui
aveva recitato. Poi li ha riaperti, ha seguito il film fino al
termine e alla fine mi ha detto: "L'autore ne sarebbe
soddisfatto". È stata la più importante recensione che ho
ricevuto.
È questo che la spinge a continuare, a realizzare a
ottant'anni suonati opere che vengono premiate perché
"aprono all'arte cinematografica nuove prospettive"?
Chissà (Wajda sorride, ndr). Certo che non mi aspettavo proprio
questo riconoscimento. Oggi va di moda realizzare film mescolando
invenzione e realtà, così ci ho provato anch'io. Avevo
cominciato a girare un film su questa novella di uno scrittore
polacco, Jaroslaw Iwaszkiewicz, che si intitola Tatarak (è il
nome di una canna selvatica che cresce lungo i fiumi, dal profumo
inebriante). La storia ha come protagonista una donna il cui
compagno è gravemente malato, però a un certo punto il marito
dell'attrice che impersonava la protagonista, Krzystyna Janda, si
è ammalato per davvero, e lei ha dovuto prendersene cura. Pensavo
che non se ne sarebbe fatto più niente, invece, dopo la morte del
marito Krzystyna è venuta da me e mi ha detto che era disposta a
proseguire il lavoro, inserendo però anche il racconto di che
cosa aveva significato per lei seguire la malattia del marito.
Così è venuto fuori questo film, in cui realtà e finzione si
incontrano per mettere a tema il nostro atteggiamento nei
confronti della malattia e della morte, un dramma che riguarda
tutti. Insomma, questo significa che è ancora possibile fare del
cinema che non sia di evasione, ma che aiuti a guardare più
profondamente le cose. Assolutamente sì. La differenza è che
anni fa i temi prevalenti erano la politica e la società, oggi è
l'uomo, i suoi drammi, i suoi desideri. E la morte, che ci aspetta
dietro l'angolo, che non possiamo evitare.
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