La crisi di Gaza e il
Medioriente
di Vittorio Emanuele Parsi
Più ancora che le divisioni interne alla
comunità internazionale, l'imbarazzo del mondo arabo e islamico o
le frizioni occidentali, la crisi di Gaza, scoppiata il 27
dicembre scorso, ha messo in luce tutta l'impotenza di governi e
diplomazie nel trovare anche solo una realistica via che
conducesse alla cessazione delle ostilità. Per una volta, a
livello di governi se non di opinioni pubbliche, è sembrato che
nonostante un tasso di discordia inferiore al consueto o, se si
vuole, una polarizzazione tra gli attori significativi esterni
alla regione minore di quanto normalmente si registra sul
contenzioso arabo-isreliano, la capacità di intervento della
comunità internazionale sulla crisi di Gaza sia stata
estremamente bassa. La mia tesi è che ciò si sia verificato
proprio a causa della natura di azzardo politico deliberato che
gli attori direttamente coinvolti sul terreno hanno scelto per le
proprie azioni strategiche. Detto in altri termini, sia Hamas sia
Israele (senza che questo accostamento voglia suonare minimamente
come un'equiparazione dei due attori sul piano etico o della
legittimità politica) hanno tentato di giocare il match decisivo
della loro lunga sfida, per ottenere, al costo del sangue delle
popolazioni civili coinvolte, un radicale cambiamento dello status
quo, ritenuto dagli uni e dagli altri insostenibile, sia pur per
ragioni opposte. La comprensione dell'elevato contenuto intrinseco
di politicità della crisi (cioè, in ultima analisi, della minor
rilevanza della sua dimensione puramente militare) ha reso
estremamente difficile l'intervento esterno. Quest'ultimo, in
Palestina, si è mosso prevalentemente seguendo le logiche di
emergenza, talvolta definita "umanitaria", alla ricerca
di puri e semplici "cessate il fuoco", sempre
temporanei, che di fatto allontanavano la possibilità e la
necessità di prese di posizione più squisitamente politiche che,
proprio in quanto tali, impegnassero la comunità internazionale
ad azioni concrete di peace-keeping e peace-building. L'unica
rilevante eccezione in questi anni è stata rappresentata dal
rafforzamento del preesistente contingente UNIFIL tra Alta Galilea
e Libano Meridionale nell'estate del 2006, ad opera dei buoni
uffici dei governi italiano e francese di allora. Non a caso,
quella è apparsa la sola strada percorribile e,
contemporaneamente, la più difficile, per le oggettive differenze
dei due teatri e della natura di alcuni degli attori coinvolti. Al
di là del fatto che si possa giudicare più o meno appropriata la
reazione israeliana alla denuncia unilaterale delle tregua da
parte di Hamas, e alla successiva provocazione platealmente
ricercata con l'intensificarsi del lancio di razzi sul sud del
Paese, una cosa appare infatti chiara: per settimane, mentre i
morti superavano rapidamente il numero di mille e l'escalation
arrivava fino all'invasione della Striscia, nessuno è riuscito a
produrre un'ipotesi di lavoro che consentisse di raggiungere una
tregua duratura. Anzi, proprio lo stesso concetto di "tregua
duratura" è divenuto rapidamente ostaggio delle diverse
posizioni, non solo e non tanto in Medio Oriente, ma anche
all'interno della comunità internazionale. Alcuni attori hanno
infatti ritenuto che, per ragioni umanitarie, fosse necessario
porre uno stop immediato all'azione militare israeliana, altri
hanno considerato invece impossibile una tregua che non impegnasse
le parti a una sospensione delle reciproche ostilità prolungata
nel tempo e "garantita". Difficile non vedere come il
sostegno alla prima ipotesi, al di là delle motivazioni invocate
magari nella più perfetta buona fede, finiva oggettivamente col
fornire un assist ad Hamas. Il movimento palestinese (tuttora
inserita dall'Unione Europea nella lista delle organizzazioni
terroristiche) vedeva infatti nella cessazione dell'offensiva
militare israeliana una delle tre precondizioni (insieme
all'apertura di tutti i valichi e alla fine dell'assedio
economico) per poter interrompere il lancio dei propri missili. E,
d'altra parte, era evidente come un tale esito avrebbe segnato una
vittoria di Hamas, che proprio per ottenere la fine dell'assedio
economico e l'apertura permanente dei valichi aveva intrapreso la
pericolosa strada della denuncia della tregua e dell'escalation
missilistica. Analogamente, i sostenitori della "tregua
duratura" hanno sposato di fatto la posizione israeliana, per
la quale era inammissibile continuare a non reagire allo
stillicidio di attacchi missilistici sul Negev ed era impossibile
lasciare senza risposta la denuncia materiale della stessa tregua
operata da Hamas. Per rompere uno status quo giudicato
insostenibile, il governo di Gerusalemme non aveva del resto
deciso di imboccare la rischiosa via di un'offensiva militare
massiccia e destinata, inevitabilmente, a produrre centinaia di
morti anche tra la popolazione civile di Gaza? Con una simile
articolazione delle rispettive posizioni, una cosa appariva subito
evidente. Che non sarebbe stato possibile per nessuno cavarsela
con la classica salomonica presa di posizione tanto cara a molte
diplomazie europee, che mentre "ribadiva il diritto di
Israele alla sicurezza … invitava a non far scorrere sangue
innocente ". Gli attori in campo, ambedue gli attori, tanto
Hamas quanto Israele, avevano infatti scelto deliberatamente di
assumersi oneri, costi e rischi per modificare lo status quo, e
nessuno dei due era disposto a recedere. A differenza da quanto
avvenuto con la guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah, nel caso
di Gaza non si può parlare di un errore di calcolo da parte di
Hamas o di una sottovalutazione delle capacità militari
dell'avversario da parte di Israele. Hamas ha consapevolmente
provocato la reazione israeliana, mettendone in conto la
presumibile durezza e l'altissimo costo che la popolazione civile
palestinese avrebbe dovuto sopportare. Anzi, in certo qual modo,
la "mattanza" di civili, e la capacità di sfruttarla
mediaticamente attraverso le reti televisive arabe e
internazionali, era uno degli strumenti essenziali scelti da Hamas
per il conseguimento dei propri obiettivi strategici: cioè
rompere, ad un tempo, l'assedio economico e militare di Gaza da
parte israeliana, e l'isolamento politico di hamas rispetto
all'Occidente oltre che alla gran parte del mondo arabo. Israele,
dal canto suo, ha preparato l'offensiva con meticolosità militare
e con un'ampia serie di mosse diplomatiche, ottenendo la
"comprensione preventiva", se non il vero e proprio via
libera, dai suoi alleati occidentali e persino da diversi governi
della regione. E anche le autorità israeliane avevano
necessariamente messo in conto che l'offensiva sarebbe stata lunga
e sanguinosa, provocando disagio crescente tra le opinioni
pubbliche "neutrali" e rabbia in quelle arabe, così
mettendo in difficoltà sia i governi arabi "moderati"
sia lo stesso Abu Mazen. Sul versante del comportamento degli
attori esterni, è possibile individuare alcuni snodi piuttosto
significativi anche per le conseguenze di lungo periodo che
potrebbero determinare. Innanzitutto si è osservata una certa
assenza di incisività nell'azione americana, sia pur orientata
alla classica linea di sostegno al governo di Israele. In parte
questo è stato evidentemente imputabile alla transizione tra le
amministrazioni di George W. Bush e di Barack Obama; in parte,
invece, essa è il portato dell'appannamento della leadership
degli Stati Uniti in Medio Oriente in seguito all'esito non
brillante della sanguinosa campagna irachena. Anche in questa
regione le aspettative che circondano la nuova amministrazione
sono molto elevate. Ma occorre anche qui osservare una certa
cautela. Seppur con l'uscita di scena di George W. Bush sia
ipotizzabile che gli USA abbandoneranno la posizione di appoggio
incondizionato a qualunque azione israeliana (con ciò tornando
all'antico), non è lecito attendersi un radicale cambio di
paradigma da parte di Washington nella lettura della crisi
arabo-israeliana e, soprattutto, della natura degli attori e del
trattamento da riservare loro. La maggiore attenzione per la crisi
di Gaza, promessa dalla Segretario di Stato Hillary Clinton
durante l'Audizione di conferma della sua nomina alla Commissione
Esteri del Senato, e il contemporaneo annuncio di un cambiamento
di approccio da parte della nuova amministrazione democratica nei
confronti di Siria e Iran sono stati infatti accompagnati dalla
secca smentita di qualunque possibilità di trattative che
coinvolgessero Hamas. Queste "aperture" verso due Paesi
chiave per l'ordine regionale, che si sono spinte fino al
riconoscimento del loro ruolo e alla disponibilità di offrire
oggettive garanzie rispetto alla stabilità dei loro regimi (pur
fatte salve le legittime preoccupazioni israeliane per la propria
sicurezza), sono molto importanti, anche se è difficile che
possano produrre risultati immediati. La sfida del nucleare
iraniano resta infatti una partita dall'esito quasi certamente
infausto per la comunità internazionale, ed molto probabile che
colui che è stato capace di metterla a tema dell'agenda politica
interna iraniana, il Presidente Ahmainejahd, si trovi ad essere
confermato e rafforzato dalle imminenti elezioni presidenziali.
Non è per nulla scontato, comunque, che l'America sia in grado di
mantenere una tale apertura, qualora essa venisse platealmente
lasciata cadere, magari rafforzando il rifiuto con qualche
smaccata provocazione. D'altronde, un maggiore impegno degli USA
sulla vicenda palestinese e un loro più diretto coinvolgimento
non è così scontato. Da un lato Barack Obama sa di giocarsi il
suo futuro politico e la sua possibile rielezione sui temi della
politica interna e della grave crisi economica che sta colpendo
pesantemente gli Stati Uniti. Con le elezioni di mid term a due
anni, sarà quella la scadenza entro la quale Obama vorrà poter
registrare risultati reali da poter esibire alla propria opinione
pubblica, almeno in termini di occupazione. Ciò consentirà a
Hillary Clinton di avere il disco verde presidenziale per
iniziative di politica estera che siano connotate da una forte
valenza simbolica e di comunicazione, ma da un basso impegno
economico o militare. E questo è tanto più probabile per il
Medio Oriente, dove restano ancora aperti il fronte iracheno e,
soprattutto, quello afgano. Già altre volte in passato
"l'aquila calva" presidenziale si è bruciata le piume
con tentativi di mediazione tra arabi e israeliani andati a vuoto,
l'ultimo dei quali è stato promosso da Bill Clinton alla fine del
suo secondo mandato: anche questa indiretta esperienza personale
della nuova Segretario di Stato peserà nel consigliarle di
muoversi con estrema prudenza. Durante questa "vacanza"
dell'attore americano è oggettivamente cresciuto lo spazio
disponibile per l'Unione e i Paesi europei. La specificazione è
d'obbligo se solo si rammenta il pasticcio combinato da cechi e
francesi e il discredito inferto alle istituzioni comunitarie da
parte dei due governi che si stavano avvicendando alla presidenza
di turno dell'Unione. Alla "condanna" francese per la
sproporzione della reazione israeliana ha fatto seguito, come
noto, il riconoscimento del diritto israeliano a tutelare i propri
cittadini da parte ceca. Ma è stata la frettolosa convocazione di
un improvvisato vertice da parte francese, nell'ultimo giorno
della presidenza di Parigi, e l'invio di una propria delegazione
"nazionale" nell'area, in concomitanza con la missione
ufficiale della troika dell'Unione, a far chiaramente percepire
come la Francia non intenda rinunciare al tradizionale
atteggiamento di considerare l'Unione una sostanziale protesi per
la propria politica estera. Non a caso, nelle stesse ore, la
Cancelliere Angela Merkel affermava il "diritto legittimo di
Israele a proteggere la propria popolazione civile ed il proprio
territorio" e attribuiva la responsabilità dell'attacco
israeliano a Gaza "chiaramente ed esclusivamente" ad
Hamas, per aver "unilateralmente rotto gli accordi per il
cessate-il-fuoco" e dato avvio a un "continuo lancio di
razzi in territorio israeliano". Nel prendere una posizione
così netta è probabile che Merkel stesse guardando lontano,
oltre Atlantico piuttosto che sulle rive della Senna, e abbia
deciso di "supplire" temporaneamente, almeno in termini
di impegno politico, a quella che è stata giustamente definita la
"latitanza di Washington", destinata a durare fino
all'insediamento della nuova amministrazione. E' sembrato che la
Cancelliere volesse mandare a Obama e alla sua Segretario di Stato
il segnale che l'Europa è pronta ad assumersi maggiori
responsabilità e a giocare un ruolo più importante in Medio
Oriente: spazzando innanzitutto il campo dalle differenze di
sfumature che spesso si son prestate a qualche ambiguità, a
cominciare da quelle riguardanti il sostegno convinto ad Abu Mazen
e il rifiuto di considerare Hamas un interlocutore possibile fino
a quando non si dimostrerà responsabile e rispettoso del diritto
di Israele ad esistere. Com'è noto la Germania fa anche parte di
quel "terzetto" europeo incaricato di cercare di
stabilire le pre-condizioni per un dialogo diretto tra USA e Iran
sulla questione del programma nucleare iraniano. Una Germania meno
"cerchiobottista" a Gaza potrebbe, contemporaneamente,
trovare più ascolto a Gerusalemme e a Washington nel tentare fino
all'ultimo di scongiurare pericolose opzioni militari e chiarire a
Tehran che giocare la carta di una possibile spaccatura
occidentale potrebbe rivelarsi una tragica illusione. I buoni
uffici francesi restano nonostante tutto determinanti per
raggiungere il risultato di una tregua duratura a Gaza,
possibilmente assistita e garantita dalla presenza di un corpo di
spedizione internazionale (un po' sul modello Libano 2006), magari
con la presenza di un contingente militare turco. Questa
sembrerebbe la sola soluzione accettabile per Israele, ancorché
Hamas l'abbia osteggiata apertamente, in quanto ciò la costringe
sospendere la lotta armata contro Israele, giacché un accordo
simile implica non solo l'interruzione del lancio di missili ma
anche la rinuncia a eventuali campagne terroristiche, le quali
altrimenti riavvierebbero la spirale delle rappresaglie
israeliane. Il difficile del percorso verso la tregua duratura, in
effetti, sta tutto lì: perché questa si realizzi occorre che
Hamas si muova nella direzione dell'elaborazione di una nuova
posizione politica che comporti, di fatto, l'accettazione della
presenza israeliana. Evidentemente è irrealistico che una simile
evoluzione possa avvenire sotto le bombe ma, come sempre accade in
Medio Oriente, è d'altronde necessario trovare una soluzione che,
mentre contribuisce a salvare centinaia di vite umane, consenta a
tutti di "salvare la faccia". Attraverso la mediazione
egiziana, e con il tacito consenso israeliano, l'Unione Europea (o
la Francia a nome dell'Unione) potrebbe allora intavolare dei
dialoghi con Hamas che portino oltre il minimo esito di un
immediato cessate il fuoco bilaterale, sia pur integrato da
un'intesa più ampia che implichi l'impegno per Hamas a non aprire
un fronte terroristico e per Israele a cessare l'assedio
economico. Sarebbe invece opportuno cogliere l'occasione, sempre
con il consenso israeliano e la mediazione ufficiale dell'Egitto e
dell'Autorità Nazionale Palestinese, ed eventualmente
coinvolgendo la Lega Araba, affinché l'Unione predisponga un
dettagliato piano di intervento, costituito da una serie di misure
di carattere economico e politico, concordate con Hamas, che
diverrebbe però operativo solo nel momento in cui Hamas
trasformasse lo stato di "tregua per ragioni umanitarie"
in quella "tregua duratura" (pluriennale), che resta la
sola che Israele potrebbe prendere in considerazione. Solo questo
potrebbe contribuire sia a spezzare il quadro di rabbia e rancore
che caratterizza la regione, sia a trasformare la stessa natura
del movimento di Hamas. Perché se è vero che si "tratta coi
nemici" e che "la pace si fa col nemico", è
altrettanto vero che ciò diventa possibile solo a condizione che
il nemico rinunci a voler "continuare la guerra con altri
mezzi", cioè manifesti concretamente la sua intenzione di
collaborare al reciproco riposizionamento, al passaggio dallo
status di nemici a quello di avversari, di "non-amici",
che rinunciano all'esercizio reciproco della violenza. Questo
sarebbe il solo modo di contribuire a rendere poco remunerative le
politiche dell'azzardo degli uni e degli altri, consentendo a
entrambe le parti di non risultare sconfitte.
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