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Venerdi 24 Ottobre 2008 presso “Il
Gabbiano” in via Ceriani 3 IL Centro Culturale Cattolico San
Benedetto insieme al Movimento per la Vita Ambrosiano hanno
organizzato un incontro sui temi della Missione con particolare
attenzione al problema dell’AIDS. Sono intervenuti la Dott.ssa Chiara
Atzori Medico infettologo presso ospedale Sacco di Milano e il
Dott. Alberto Reggiori Medico Missionario AVSI per 10 anni
in Uganda.
- La dott.ssa Atzori ha presentato alcuni
dati sulla diffusione dell’AIDS e sulle cause e i fattori di
rischio analizzando poi le prospettive di cura e gli attuali
protocolli che si usano in Italia e nel mondo mettendo in
evidenza la loro complessità ed anche le prospettive future
della medicina. Il dott. Reggiri ha raccontato la sua
esperienza in Uganda, la realtà di questo paese e di come
partendo anche dall’aspetto educativo questo paese
gravemente colpito dall’AIDS abbia saputo, meglio di altri
prendere atto del problema ed affrontarlo.
PAPA E AIDS / 1 « PAROLE INOPPUGNABILI
»
Come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura
dell’infezione da Hiv, e che ha avuto la fortuna di poter lavorare
anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse
terreno di ricolonizzazione culturale ed economica, scrivo per
esprimere innanzi tutta la mia vicinanza a Benedetto XVI in
viaggio in Africa. Sono allibita dalla virulenza con cui viene
attaccato a proposito della sua lapalissiana constatazione,
scientificamente inoppugnabile, a proposito della priorità
dell’aspetto educativo sull’esercizio della sessualità
rispetto alla semplificazione del tema della prevenzione ridotto
a pura diffusione dell’utilizzo del profilattico. Stupisce che
a più di 25 anni dalla conoscenza dell’epidemia e delle
modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender
atto dell’inefficacia della proposta di « inondare il mondo
di preservativi » come criterio risolutivo per arginare
l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni.
Stupisce la pervicacia nel non riconoscere l’enorme numero
di dati accumulati a propositi della evidenza di potere solo
ridurre il rischio di infezione ma non certo di eliminarlo, dato
emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti
come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio
più cautelativo, che irrealisticamente escludeva tutti i possibili
( e frequentissimi) « incidenti di percorso» (rotture, scivolamento,
cattiva qualità ecc. del condom) si arrivava a dare un margine di
rischio infettivo del 5% in tal modo addirittura eccedendo il
parametro di efficacia contraccettiva del preservativo stesso,
che si attesta sull’ 85%. Oggi non si può certo ignorare che
il « sesso sicuro con il preservativo » non esiste. E questo
tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologica,
emotiva, addirittura allergica (l’allergia al lattice è in
crescita esponenziale ovunque) che rendono ben più che un
semplice problema morale quello del « sacchettino magico » .
Ma tant’è. Anche in Italia alcuni esperti glissano e si inalberano
continuano a proclamare che il preservativo è sicuro al 100% e
che quella è la soluzione per il problema Hiv. Non parliamo
dell’ideologico silenzio sul successo della politica ugandese
dell’Abc ( Abstinence, Be faithful and Condom) documentata
non dal Vaticano ma anche da un sociologo laicissimo di
Harward, Edward Green nel suo « Rethinking Aids prevention
learning from successes in developing Countries » del 2003. Fa
male, soprattutto, la vergognosa « dimenticanza » soprattutto
dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura
dell’Aids nei Paesi africani, oggi percorse in lungo e in
largo da miriadi di neofilantropi ( spesso miliardari), attori
e « personaggi » a caccia di facili consensi, esistono grazie
al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e
volontari cristiani che ben prima che i burocrati e politici che
oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboccati
le maniche curvandosi sulle persone infette o malate. Grazie
dunque a Benedetto XVI che con serena fermezza non evita di
andare al nodo dei problemi antropologici: la prevenzione
efficace dell’infezione dell’Hiv riguarda l’esercizio
della ragionevolezza e della libertà intera dell’uomo, non è
riducibile ad un sacchettino di lattice o peggio ancora a un criterio
che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. È dalla
riconnessione della ragione con il primo organo sessuale
dell’uomo, il suo asse « cuore- cervello » , che può scaturire
la vera svolta per contenere questo dramma in atto.
Chiara Atzori
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