La più grande riforma.
San Carlo e la sua passione
per l'uomo
San Carlo era nato nel 1538 ad Arona, sulla Rocca
dei Borromeo, padroni del Lago Maggiore e delle terre rivierasche.
Quando morì il vescovo di Novara, san Carlo aveva solo 46 anni,
ma era già sfinito per le fatiche, i digiuni, le malattie. Gli
riferirono la notizia come un rimprovero: «Quel sacerdote è
morto perché non sapeva risparmiarsi». Ma lui, tranquillamente,
rispose: «È così che deve morire un vescovo». Chiunque
incontrava san Carlo restava colpito dalla sua forza, dalla
tenacia, dall’instancabile impeto di costruzione. Il suo amico
san Filippo Neri, un giorno, si chiese: «Ma quest’uomo è di
ferro?». Eppure il suo fisico era debole, provato dalle continue
penitenze e perfino dalle pallottole conficcate nella carne a
causa di un attentato. Il rigore alla base del suo insegnamento,
riportò l'ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore
da buscarsi un colpo d'archibugio, sparato da un frate indegno,
mentre stava pregando nella sua cappella. Ma egli era forte
perché amava.
Tutto cominciò quando Carlo aveva 22 anni,
Chiamato a Roma, venne creato Cardinale. Allora si diceva di lui
che fosse il vero padrone della Chiesa: nipote del papa, ne era il
collaboratore più diretto e autorevole, e accumulava cariche,
privilegi e responsabilità. L’ascesa pareva inarrestabile,
quando, ad un tratto, tutto cambiò. Carlo restò impressionato
dalla morte del fratello, che era, come lui, nel pieno della
gloria. Incontrò padre Ribera, e capì che la salvezza di se
stesso importava più di tutto il mondo. Da allora iniziò una
vita di preghiera e penitenze, fu sacerdote per il popolo,
pastore, guida e compagno per tutti quelli che incontrava.
Il concilio di Trento ribadì l'obbligo di
residenza dei vescovi nelle proprie diocesi. San Carlo fu nominato
vescovo di Milano nel 1564 e subito vi si trasferì. Entrò
trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua
attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta quanto un
regno, stendendosi sulle terre in Lombardia, Piemonte, Veneto,
Liguria e Svizzera.
A Milano l'ignoranza in materia religiosa era
così profonda che molti avevano perso la cognizione di Dio,
restavano senza sacramenti per anni. C'erano conventi dove le
suore si cofessavano dalle badessa, monasteri usati come sale da
ballo, chiese utilizzate per battere il grano. Si diceva
"Milano ha le bettole sempre più pine e le chiese sempre
più vuote". Il giovane Vescovo visitò la Diocesi in ogni
angolo, preoccupato della formazione del clero e della condizione
dei fedeli. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di
famiglia in favore dei poveri. Nello stesso tempo difese i diritti
della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Fu l’anima della
riforma Tridentina, fondò seminari, riformò congregazioni, diede
vita a molte opere di carità, edificò ospedali ed ospizi per i
poveri. Soprattutto fu sacerdote vicino alla gente, dimostrando
con la sua stessa vita che non c’è passione per Cristo senza
passione per l’uomo. Fondò e sostenne tante forme di servizio
per i più poveri, tra le altre il "Monte di pietà" per
sottrarre allo sfruttamento degli usurai i bisognosi di denaro, la
"Casa di Santa Maria Maddalena" per aiutare le donne che
volevano uscire dalla prostituzione. Fino all'ultimo, continuò a
seguire personalmente le sue fondazioni, contrassegnate da una
sola parola: Humilitas.
Operò con intensità e determinazione nell'opera
educativa in particolare rivolta ai giovani. A Milano esistevano
già da tempo le "Scuole della dottrina cristiana" che
lui irrobustì e regolamento con sapienza, al suo arrivo le scole
erano 28, alla suo morte se n conteranno 740 con oltre 40.000
scolari.
Quando a Milano scoppiò la peste nel 1576 egli
non scappò, ma assistette personalmente gli ammalati. Spesso
ripeteva: «Gesù ha sofferto per noi cose molto più grandi,
ripaghiamo l’amore con l’amore». Sul suo esempio molti
sacerdoti e frati rimasero a Milano. Non si fermava mai. Visitò
per due volte tutte le parrocchie della diocesi, la più popolosa
del mondo. Normalmente fissava le visite nei mesi più caldi
perché, diceva lui, «è bello fare del bene nelle giornate che
molti dedicano al riposo». E siccome le ore più afose del
pomeriggio invitano al sonno, in quelle ore, per non perdere
tempo, viaggiava.
San Carlo traeva la sua forza dalla preghiera
Nella preghiera trovava la ragione e la forza del suo lavoro. Se
di giorno era troppo occupato pregava di notte. Egli era famoso
anche per le penitenze e la capacità di sacrificio.
La santità di Carlo fu come un bagliore nella
notte della crisi protestante, delle lotte politiche, della
povertà. Da lui impariamo che non c’è cambiamento del mondo
senza conversione del cuore, che non c’è riforma della Chiesa
senza riforma dell’io. È per questo che i nostri tempi, pure
così difficili, sono tanto belli: perché è chiaro che la
fragile creatura, l’io umano, è l’unico punto da cui si può
ripartire.
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