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I testi per approfondire i nostri incontri

 SUCCESSI e INSUCCESSI nell'EDUCARE

Parrocchia Madonna della Divina Provvidenza 12 maggio 2010

Don Bosco: un vero EvangEducatore

Diceva Jean Duvallet, anziano compagno dell’Abbè Pierre, ai Salesiani: “Voi avete opere, collegi, oratori per giovani, ma non avete che un solo tesoro: la pedagogia di Don Bosco. Rischiate tutto il resto, questi non sono che mezzi, ma salvate la pedagogia. Venti anni di ministero nella rieducazione mi obbligano a dirvi: siete responsabili di questo tesoro. In un mondo in cui gli uomini e i ragazzi sono frantumati, disseccati, triturati, classificati, psicanalizzati, in cui i bambini e gli uomini sono utilizzati come cavie e materie prime, il Signore vi ha affidato una pedagogia in cui trionfa il rispetto del ragazzo, della sua grandezza e della sua fragilità, della sua dignità di figlio di Dio. Conservatela, rinnovatela, ringiovanitela, arricchitela di tutte le scoperte moderne, adattatela ai vostra ragazzi strapazzati in un modo come Don Bosco non ne aveva visti mai… ma, per carità, conservatela. Cambiate tutto, perdete, se è il caso, le vostre case, che importa? Ma conservate per noi questo tesoro, il modo di Giovanni Bosco di amare e salvare i ragazzi, che batte in migliaia di cuori”.

Il problema prioritario che le nostre società moderne devono affrontare è l’educazione. Questa fu l’intuizione di Don Bosco nel diciannovesimo secolo. Ricordiamoci le parole che pronunciò a Parigi, durante il suo viaggio trionfale del 1883: «Non indugiate nell’occuparvi dei giovani, altrimenti loro non indugeranno ad occuparsi di voi!».

Evangelizzazione ed educazione agiscono, all’interno del Sistema Preventivo, in intima e armoniosa reciprocità. La prassi di Don Bosco è un’arte pedagogico-pastorale.

La pedagogia è un’arte che esige talento, come diceva quel “genio del cuore” che fu Don Bosco.

 

Esistono, in estrema sintesi, alcune caratteristiche necessarie per un’opera che sia realmente educativa secondo il cuore di don Bosco:

 

1            Creatività di artista per coniugare l’impulso pastorale con l’intelligenza educativa, intimamente uniti tra loro dalla grazia di unità. Un po’ di “santa” pazzia e tanto equilibrio, insieme. Si tratta di un tipo di passione apostolica che si sente chiamata in causa dall’attuale clima di secolarizzazione (per cui la stessa educazione viene frequentemente ideologizzata). In Don Bosco il principio metodologico che lo spinge ad agire da vero artista è il suo atteggiamento di amorevolezza: costruire fiducia, familiarità ed amicizia per mezzo dell’esigente ascesi del “farsi amare”. Il sistema preventivo ha molto di carismatico e quindi di “chiamata vocazionale”: “Non basta amare i giovani. Essi devono sentire che sono amati” (Lettera da Roma). Questo non significa né svendersi, né cedere, né transigere con quel che non va bene.

In altri termini, la cosa essenziale, la più importante è la percezione del bambino. Questo grande educatore, considerato nella tradizione ecclesiale come «Padre e Maestro della Gioventù » ci viene spesso presentato, nell’immaginario popolare, con i tratti di un funambolo. Mi ci è voluto un po’ di tempo per comprendere la portata di questa presentazione. Certamente, evoca il periodo dell’adolescenza, quando Giovannino giocava a fare il saltimbanco per riunire i suoi amici. Ma ha anche una rappresentazione simbolica: l’arte di educare, non è forse come l’arte del funambolo? Sapere dire di sì, ma anche saper dire di no; essere sufficientemente vicino ma anche sufficientemente distante, rassicurare, ma anche responsabilizzare. È sempre questione di equilibrio!

 

2          In rapporto di solidarietà coi giovani. Fare il primo passo, “andare ai giovani” è “la prima e fondamentale urgenza educativa”, realizzata in una convivenza che è espressione di solidarietà operativa/effettiva. Il giovane è soggetto attivo nella prassi educativa e deve sentirsi veramente coinvolto come protagonista nell’opera che si vuole realizzare. Senza la sua libera collaborazione non si costruisce nulla. E’ questa l’esperienza di Don Bosco coi suoi ragazzi; egli non agiva conquistandoli educativamente, ma condividendo con essi le responsabilità. Una tale solidarietà educativa è oggi più necessaria che mai, quando la famiglia, la scuola, la parrocchia, la società non sono sempre in sintonia con le esigenze formative del giovane.

L’esperienza insegna che la sfera affettiva è costitutiva di ogni relazione umana. Così, piuttosto che escluderla all’interno della relazione educativa, egli consiglia all’educatore di saperla gestire per instaurare un clima di fiducia. «Senza affetto non c’è fiducia. Senza fiducia non c’è educazione». Questa è, oggi come ieri, la migliore sintesi del pensiero educativo di Don Bosco.

Ci sono, così ci dice Don Bosco, due modi di educare un bambino:

- la dissuasione : questo è il metodo repressivo, fondato sulla paura di una punizione,

- la persuasione : questo è il metodo preventivo, interamente fondato sul rispetto dei diritti umani del bambino. Un’educazione fondata sulla fiducia si basa su una fede incrollabile nell’educabilità del bambino, qualunque siano le difficoltà che lo circondano. Credere nei giovani, significa, ritenere ogni giovane, qualunque possano essere le sue povertà, come un’opportunità di crescita per il gruppo e non come un peso. Infatti, a ben pensarci, è sempre il giovane in difficoltà che fa progredire l’educatore nella sua arte pedagogica: egli lo obbliga a porsi delle domande, a rimettersi continuamente in gioco.

 

3          Con lo sguardo fisso sull’Uomo nuovo. Il fine che si prefigge l’educazione salesiana è la configurazione all’Uomo nuovo (Cristo) in ogni giovane. Evidentemente ciò non è preso in considerazione dall’educazione laicista. Questo principio è frutto delle nostre convinzioni. Per un educatore salesiano Cristo è la migliore notizia che si può dare ad un giovane. Cristo è la pienezza della rivelazione: ci rivela come è Dio e ce lo presenta come Padre; ci manifesta la nostra natura più profonda e ci dice che in Cristo siamo figli di quel Dio-Padre. Non vi è dignità maggiore né miglior notizia da trasmettere. Per questo, Cristo per il salesiano non è una alternativa tra le altre, bensì la pienezza della vita che dev’essere comunicata. Solo Lui è la Via, la Verità e la Vita. L’evento di Cristo non è semplicemente espressione di una formulazione religiosa, ma un fatto obiettivo della storia umana. Ogni persona ha bisogno di Cristo e a Lui tende, anche se non lo sa. Tale tendenza è intrinseca alla natura umana, dato che l’uomo è stato creato obiettivamente nell’ordine soprannaturale, nel quale il ‘progetto uomo’ è pensato in vista del mistero di Cristo. La ricerca malsana di efficacia ed il relativismo religioso va a scapito della personalità dei giovani.

 

4            Mediante un lavoro di carattere preventivo. Prevenire è l’arte di educare in positivo, proponendo il bene in modo attraente; è l’arte di far sì che i giovani crescano dal di dentro, con libertà interiore superando formalismi esteriori; è l’arte di guadagnarsi il cuore affinché camminino con allegria facendo il bene, correggendo deviazioni, preparandosi per l’avvenire. Si tratta di arrivare al nucleo in cui si formano e si radicano i comportamenti.

Bisogna aprire i giovani alla bellezza della germinazione. È questa attenzione al processo di germinazione che caratterizza lo sguardo di Don Bosco verso i giovani. La storia del seme, chiamato a divenire un grande albero, è senza dubbio la più bella parabola sull’educazione.

Esistono tre categorie di uomini e donne paragonate al seme. Prima di tutto, c’è chi nel seme non vede altro che il seme (prospettiva limitata!). Poi, c’è chi vedendo il seme non fanno altro che sognare l’albero (ma questi grandi idealisti, sognando, rischiano fortemente di distruggere il seme). Infine, ci sono coloro che vedono la relazione tra il seme e l’albero. Costoro sono allora attenti al terreno. Educare secondo Don Bosco, significa offrire il miglior terreno per permettere al bambino di radicarsi nell’eredità familiare, sociale, culturale, al fine di schiudersi come nuovo soggetto.

 

5            Unendo in un solo fascio di luce ragione e religione. Lo “‘speciale metodo educativo’ di Don Bosco si presenta sempre con tre poli di valori: la ragione, la religione, l’amorevolezza. Si tratta di tre poli che entrano in tensione “insieme” e non ognuno per conto proprio. Non sono valori semplicemente umani (orizzontalismo) e nemmeno solo religiosi (spiritualismo) né solamente valori di amabilità (sentimentalismo), ma tutti e tre i poli insieme, in un clima di bontà, di lavoro, di allegria e di sincerità, che assicura il funzionamento della grazia di unità nell’azione educativa. Evidentemente la pratica del sistema preventivo diventa, per l’educatore, una spiritualità molto esigente. Non si può praticare senza una comprovata carità pastorale, senza una vera passione per darsi totalmente alla salvezza delle anime. Stiamo parlando di santità pedagogica, di santità attraente ma profonda, di santità che si identifica con l’allegria, ma ottenuta a base di servizio ai giovani, di sacrificio, di lavoro e di temperanza (coetera tolle).

 

6          Con un impegno creativo nei confronti del tempo libero del giovane. Il CG23 afferma che “la vita di gruppo è un elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana”. A Chieri il giovane Giovanni Bosco fondò la “Società dell’Allegria”; Domenico Savio fondò la Compagnia dell’Immacolata; Michele Magone apparteneva alla Compagnia del Santissimo… Attraverso le associazioni si arriva agli ambienti e ad ogni persona all’interno del proprio gruppo. Naturalmente occorre essere sempre disposti ad offrire un competente accompagnamento personale, specialmente agli animatori e ai responsabili.

 

7          Verso il realismo della vita. Una delle caratteristiche della pedagogia di Don Bosco è il suo aspetto pratico, il voler abilitare i giovani alla vita sociale ed ecclesiale; aiutarli a trovare il posto che loro corrisponde nella Chiesa e nella società (dimensione vocazionale). A questo scopo non bastano le teorie. Occorre unire alla formazione della mente e del cuore l’acquisizione di abilità operative e relazionali : spirito di iniziativa, capacità sincera di sacrificio, inclinazione al lavoro con senso di responsabilità, apprendimento di servizi e di mestieri, ossia un addestramento al realismo dell’esistenza con senso di serietà e di collaborazione.

Una pedagogia della speranza, che vuole due atteggiamenti insieme: rassicurare ma anche responsabilizzare...in quanto solo esercitando responsabilità si impara a diventare responsabili… Molti adolescenti di oggi soffrono proprio per non avere la possibilità di esercitare alcuna responsabilità reale all’interno della società, e questo è particolarmente vero per i giovani in situazione di esclusione sociale… Non stupiamoci poi allora dei loro atteggiamenti di fuga! Il più grande dramma dell’esclusione risiede nel sentimento di inutilità sociale che essa genera. Ciò di cui ha maggiormente bisogno un gran numero di giovani non è tanto incontrare adulti che offrano loro aiuto, quanto adulti capaci di dire: «Ho bisogno di te». Nella buonanotte Giovanni Bosco amava dire ai suoi giovani: «Senza il vostro aiuto, non potrei fare nulla.» Sin dall’inizio della sua opera educativa ebbe l’idea di responsabilizzare i più grandi nei confronti dei più giovani. Tanto più, che quest’anno celebriamo il 150 anniversario della Congregazione Salesiana, nata dalla disponibilità di qualcuno dei ragazzi più sensibili di don Bosco.