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5 Marzo 2011 Corso Matteotti 14 MILANO
di Alberto TORRESANI L’unità politica
raggiunta dal popolo italiano nel marzo 1861 in larga misura risultò
fortunosa, affrettata, poco apprezzata dalla stragrande maggioranza
degli Italiani di allora che sicuramente non avevano molti motivi per
rallegrarsi. Il d’Azeglio affermò che, dopo la poesia epica della
formazione di un nuovo Stato, veniva la prosa della vita quotidiana
piena di problemi: dopo aver fatto l’Italia occorreva fare gli
Italiani. Per equità, dobbiamo dire che se
l’Italia ha conservato la sua unità, si deve concludere che nel
complesso l’unificazione fu un bene, anche se nell’operare quel
bene molti agirono male. Scalfari continua a ripetere che con l’unità
ebbero il potere i competenti e gli onesti, ma questa affermazione
viene smentita dai molti incompetenti e disonesti che sfruttarono il
nuovo sistema. Si ripete che Garibaldi chiese due sacchi di sementi
come compenso dei suoi meriti, dimenticando che gli fu regalata quasi
metà dell’isola della Maddalena e che i suoi figli, piuttosto
sprovveduti negli affari, furono salvati dal fallimento con denaro
pubblico. Marcello Staglieno, per incitamento del Montanelli che era
convinto sostenitore della sola epopea a nostra disposizione, quella
del Risorgimento, scrisse una biografia di Nino Bixio, il garibaldino
di ferro che morì di febbre gialla in Indonesia, mentre trasportava
soldati da un’isola all’altra per stroncare le insurrezioni degli
indigeni. Bixio si adattò a quei compiti dopo aver fatto fallire la
sua società di navigazione, favorita in precedenza da investimenti
statali. Agli eroici garibaldini della spedizione in Sicilia, alcuni
dei quali avevano fatto una carriera folgorante da soldato semplice a
colonnello nel giro di sei mesi, fu offerto l’inserimento
nell’esercito regolare, una evidente sine cura dal momento che non conoscevano nulla di tattica o
strategia. Nel 1862, quando fu bandito l’appalto per le Ferrovie
Meridionali Italiane, la gara fu aggiudicata a un consorzio formato
dal livornese Pietro Bastogi: su venti membri del Consiglio
d’Amministrazione, tredici erano deputati al Parlamento: ciò
significa che i conflitti d’interesse non sono una pratica di
recente invenzione. A fine secolo esplose il caso del Banco di Roma,
uno dei quattro istituti di emissione della moneta. È accertato che
veniva stampata una certa quantità di moneta in più rispetto alla
cifra stabilita e che quel denaro serviva a molti usi, per esempio
finanziare la campagna elettorale di candidati filo-governativi: nello
scandalo risultò coinvolta anche la famiglia dei Savoia. A questo
proposito si consiglia la rilettura del romanzo di Luigi Pirandello I
vecchi e i giovani perché nel nostro paese spesso la verità è
stata raccontata dai romanzieri, pensando che essi scrivono cose
inventate, non fatti reali; quando i fatti sono riferiti dagli storici
essi scoprono di avere molti amici di riguardo tra i potenti e che si
dimostra vero patriottismo quando si coprono certi pasticciacci
brutti, che si fanno, ma non si devono raccontare. Da ultimo, fino al
1892 tutti i primi ministri arrivarono a quella carica per meriti
risorgimentali. Il primo a non poter vantare tali meriti, perché nato
nel 1840, fu il Giolitti. Qualcosa del genere è avvenuto nel secondo
dopoguerra quando era necessaria la patente di partigiano per accedere
a impieghi e uffici, ma sempre tacendo che oltre la metà delle bande
partigiane si erano formate dopo il 25 aprile 1945, a guerra finita. Burocrazia Sappiamo
che la cinghia di trasmissione dal centro alla periferia è formata
dagli impiegati pubblici, costituenti ciò che si chiama
“burocrazia”. I due Stati più importanti precedenti l’unità
erano il Piemonte e il Regno delle Due Sicilie. Nel primo la
burocrazia era considerata onesta, ma molto lenta; nel secondo gli
impiegati apparivano venali ed essenzialmente al servizio di se
stessi, ossia compito primario della burocrazia sembrava quello di
perpetuare se stessa. Non è temerario affermare che la burocrazia
italiana ha fatto propri i difetti dei due sistemi. Il modello
esemplare fu quello francese, ma in Francia è sempre esistito un solo
centro politico, Parigi, e per di più sono esistite Scuole Superiori
di Amministrazione Pubblica, che formano un personale altamente
competitivo: esso considera efficienza e tempestività il mezzo per
fare carriera. Inoltre, a ogni livello c’è sempre un responsabile
che paga in caso di inadempienza. In Italia prevaleva l’idea che una
mano lava l’altra e che lo Stato può anche fallire purché le carte
siano ordinate in modo tale da scagionare il burocrate. Da noi mai gli
impiegati statali furono sfiorati dall’idea che il tempo è denaro e
falsa l’affermazione che l’importanza di un ufficio dipende dal
tempo di giacenza delle pratiche in esso. Esercito I
Savoia hanno sempre conservato la mentalità di sovrani di uno Stato
cuscinetto che separa due grandi potenze, ponendo all’asta
l’alleanza in base a ciò che ciascuna di esse è disposta a
concedere. Perciò i Savoia si sono sempre considerati comandanti
dell’esercito col dovere di intraprendere almeno una guerra nel
corso della propria carriera. L’esercito e la marina devono essere
numerosi, anche a costo di prescindere se esiste un’industria e una
capacità finanziaria in grado di ripristinare esercito e marina in
caso di insuccesso: perciò tali strumenti sono importanti nei giorni
di parata davanti al corpo diplomatico. Ossia sono strumenti da non
impiegare, perché il costo per tenerli in efficienza è superiore
alle possibilità di un piccolo paese. Ci fu un geniale disegnatore di
navi da guerra, Benedetto Brin che progettò la corazzata Duilio,
considerata, nel 1878, la più potente al mondo: la nave raramente fu
fatta navigare perché consumava troppo carbone. La mentalità da
Stato cuscinetto induceva a passare da uno schieramento all’altro
senza tanti riguardi. Al contrario, un grande Stato deve farsi guidare
da esigenze geopolitiche che non cambiano col mutare del vento. Per
fare un solo esempio, nel 1882 venne decisa l’adesione al patto
difensivo passato alla storia col nome di Triplice alleanza, perché
Austria e Germania permettevano all’Italia l’espansione coloniale.
A parte la considerazione che tale espansione avveniva quando in
Africa i territori migliori erano già stati occupati da Francia e
Inghilterra, bisognava tener presente che l’interscambio commerciale
per l’80% avveniva con Francia, Inghilterra e Stati Uniti, e solo il
residuo 20% avveniva con Austria e Germania: che cosa sarebbe avvenuto
in caso di guerra? E infatti, nel 1914, nel corso di dieci mesi
avvenne il passaggio dall’altra parte delle potenze in guerra.
Ancora più clamorosa la decisione di Mussolini, dopo aver conquistato
l’Africa Orientale Italiana, pur sapendo che la Gran Bretagna
possedeva Gibilterra, Malta, Suez, ossia le chiavi del Mediterraneo,
di stipulare il Patto d’acciaio con la Germania con la prospettiva
di dover impiegare la flotta italiana in una guerra contro la Gran
Bretagna, una circostanza giudicata dagli ammiragli come suicida, dal
momento che la flotta era stata costruita nell’ipotesi di non
doverla mai impiegare contro la potenza navale maggiore esistente al
mondo. Occorre aggiungere che nella flotta e nell’esercito si faceva
carriera acconsentendo alle proposte dei potenti di turno, anche
quando proponevano follie. La mancanza di gradualismo espose la
giovane nazione a nutrire aspirazioni possibili in altri paesi di ben
altra consistenza: non si passa alla maturità senza passare
attraverso adolescenza e giovinezza. Non si deve dimenticare che negli
Stati precedenti l’unità non esisteva il servizio militare
obbligatorio della durata di tre anni, da assolvere fuori della
propria regione per timore di collusioni dei militari coi problemi
locali. Il mantenimento di tanti giovani sotto le armi implicava costi
proibitivi. Fisco La
prosa più difficile da accettare è quella delle tasse e delle
imposte, perché spesso i rapporti tra cittadino e Stato si limitano a
questo aspetto cruciale. In luogo di adottare un prudente gradualismo,
fu deciso di estendere a tutto il paese il sistema fiscale piemontese,
in assoluto il più esoso. I Piemontesi avevano sempre sopportato
questo stato di cose perché amavano la loro indipendenza ed erano
sinceramente legati alla loro dinastia regale. Ma occorre sempre tener
presente che, nel decennio di potere del Cavour, in Piemonte erano
stati investiti gli importanti prestiti esteri per organizzare
ferrovie, telegrafo, strade e il nuovo molo di Genova, opere pubbliche
di gran lunga superiori a ciò che esisteva nel resto del paese. Perciò
l’esazione fiscale era sopportata meglio in Piemonte che nel resto
del paese, a eccezione della Lombardia che possedeva il migliore
sistema economico e i talenti necessari all’imprenditoria. Le
aspirazioni da grande potenza subito manifestate dal nuovo Stato
unitario suggerivano di non schiacciare la nascente industria italiana
perché potesse raggiungere la dimensione economica adeguata a quelle
aspirazioni. Perciò non erano le tasse dirette le più importanti per
lo Stato, bensì le tasse indirette che colpivano i consumi più
diffusi. Quintino Sella istituì la tassa sul macinato, ossia la
farina che usciva a sacchi dai mulini, facili da conteggiare e subito
tradotti in aumento del prezzo del pane che spesso era il solo
alimento dei poveri. Frequenti furono in Italia tumulti del pane come
quello di Milano nel 1898, causato dall’aumento dei noli marittimi
che trasportavano frumento in Italia in partenza da Chicago: in quel
caso le navi erano state requisite per trasportare soldati americani
nella guerra contro la Spagna per sottrarle Cuba e le Filippine. Agricoltura Occorre sempre tener presente che dopo l’unità la popolazione italiana viveva per almeno il 54% dispersa nelle campagne. Il rapporto dei contadini con lo Stato si limitava al servizio militare e alle tasse perché non esisteva alcuna previdenza sociale o protezione sanitaria. La condizione dei contadini era dura e per di più esisteva una gravissima ignoranza che induceva alcuni a non capire come mai nel sud del paese l’agricoltura aveva redditi così bassi rispetto all’agricoltura padana. Si ignorava che le terre settentrionali in genere non soffrono di siccità, al contrario delle terre del sud che possono dare un solo raccolto all’anno, quello estivo, perché manca l’acqua piovana o di irrigazione per un raccolto autunnale. Mancando di pascoli, manca anche il letame e il tempo dei concimi chimici era ancora lontano. I contadini nella pianura padana vivono in fattorie disperse, mentre nei paesi meridionali i contadini vivono in grossi paesi e impiegano, al tempo dei lavori agricoli, anche quattro ore di cammino a dorso di mulo. Non si capiva che risulta impossibile vivere senza aver nulla da fare in campagne coltivate a frumento con meno di settanta giornate lavorative l’anno, perché nelle altre non c’è nulla da fare. La conoscenza dell’agricoltura meridionale spesso risaliva al mondo classico quando era un luogo comune ripetere quanto fossero ubertose le campagne di Sicilia. Istruzione L’analfabetismo
era la condizione normale nelle campagne più povere. In Lombardia era
presente il maggiore tasso di persone capaci di scrivere perché fin
dai tempi di Maria Teresa, nel XVIII secolo, esisteva un sistema
scolastico obbligatorio. Ma anche qui gli abbandoni scolastici erano
numerosi perché i bambini erano impiegati nei campi. Nel 1878, con la
legge Coppino, fu istituita la scuola elementare obbligatoria di due
anni, perché si giudicava indispensabile che tutti sapessero leggere,
scrivere e far di conto, come si diceva allora. A Milano fu fondato il
Politecnico perché esisteva un incipiente sistema industriale. Nel
sud l’industria precedente l’unità politica aveva chiuso i
battenti, perché incapace di reggere la concorrenza estera dovuta a
tariffe doganali troppo basse. In Abruzzo esistevano milioni di
pecore, ma la lana veniva bruciata perché il paese era invaso dalla
lana inglese. Cavour aveva fatto i debiti, ora tutta l’Italia doveva
pagare gli interessi. Al sud lo studio era un privilegio delle classi
alte. Esistevano i seminari minori e maggiori delle diocesi,
frequentati anche da giovani che non intendevano proseguire gli studi
da sacerdote, ma molti seminari furono chiusi e gli edifici confiscati
per farne caserme e tribunali, quando nel 1866 le leggi eversive della
proprietà ecclesiastica furono estese al resto della penisola. Perciò
ai giovani meridionali rimanevano accessibili le facoltà di
giurisprudenza e di lettere classiche avendo come prospettiva
l’avvocatura o l’impiego pubblico, ma esercitato con mentalità
poco propensa all’efficienza. Crisi dell’agricoltura europea Generalmente non si tiene presente la grande crisi attraversata dall’agricoltura europea tra il 1876 e il 1894. Per quasi un quarto di secolo i prezzi agrari subirono un costante peggioramento: detto in altri termini, ogni anno chi portava il raccolto al mercato riceveva un prezzo inferiore a quello dell’anno precedente, mentre i costi agrari erano sempre maggiori. In larga misura il fenomeno si doveva alla messa a coltura delle grandi pianure centrali degli USA e della pampa di Argentina o Uruguay. Il bestiame di quei paesi non era mantenuto in stalla nei mesi invernali e perciò la carne costava molto di meno rispetto a quella europea. Infine, dopo il 1880, furono costruite le navi frigorifere che portavano la carne d’America e Australia direttamente in Europa, facendo crollare i prezzi di vendita. La conseguenza fu che da tutte le campagne europee partì un flusso di emigranti diretti all’estero. Particolarmente grave fu l’emigrazione dei braccianti italiani, perché non avevano in comune nemmeno la lingua, dal momento che ciascuno parlava un dialetto molto stretto, talora incomprensibile anche a chi abitava nella stessa regione. Il biglietto di viaggio era un investimento oneroso, talora pagato con anni di lavoro gratuito al servizio di chi l’aveva anticipato. L’industrializzazione rapida degli USA non si comprende se si dimentica questa abbondanza di mano d’opera giovanile a basso prezzo. Gli Stati europei dovettero affrettare la loro industrializzazione per offrire in cambio dei prodotti agricoli americani macchine e altri manufatti. In Italia la crisi agricola comportò il passaggio della guida del paese ai fautori degli interessi industriali, che sostituivano gli agrari ossia i proprietari terrieri con mentalità simile a quella del Cavour che proponeva un rispetto formale della Chiesa, ritenuta guida autorevole della popolazione contadina. La creazione della grande industria comportò nuovi assetti sociali, la creazione dei sindacati e dei partiti che si ispiravano al socialismo, allora estremamente ostile alla Chiesa cattolica, considerata un narcotico per la lotta di classe. Chiesa e Stato in Italia
La Chiesa cattolica nell’Italia nel XIX secolo era il
solo fattore di reale unità per tutto il paese. Fu un grave limite
culturale il non aver compreso che il papato in Italia era un dato
unico, da trattare con maggiore saggezza politica. Si volle emulare la
Francia quanto al trattamento della religione e del papato,
dimenticando il diverso peso specifico posseduto dal cattolicesimo in
Italia. Anche in questo caso la posizione della Lombardia era molto più
sfumata rispetto al resto d’Italia, perché esisteva un guelfismo
cattolico, aperto al progresso, ma anche rispettoso della Chiesa, come
si comprende dalle vicende di Rosmini e Manzoni. Nel 1876 andò al
potere la cosiddetta sinistra storica caratterizzata da un
anticlericalismo becero di personaggi come Crispi con aperture ai
protestanti, ritenuti capaci di dividere sul piano religioso la
compattezza degli Italiani di allora. Finché il voto fu riservato a
una ristretta categoria di persone, ossia i contribuenti con un certo
importo di tasse e gli alti funzionari pubblici, i governi liberali
non avevano molto da temere, ma era in corso in Europa la tendenza a
estendere il diritto di voto a più ampie categorie di cittadini e in
certi casi a tutti. I cattolici avvertivano di possedere un futuro sul
piano elettorale e perciò proclamarono il progetto di preparazione
nell’astensione dal voto, accettando di partecipare alle elezioni
solamente per l’amministrazione locale, che peraltro aveva poche
competenze, essendo stato scelto il sistema amministrativo francese,
che fa dipendere quasi tutti i provvedimenti dall’autorità centrale
mediante il sistema prefettizio. I contadini rappresentavano il ceto
dei cittadini più bisognosi di assistenza, ma la sinistra storica
rappresentava soprattutto il nascente ceto industriale e perciò le
risorse finanziarie venivano indirizzate in quel settore. I cattolici
perciò dovettero creare una propria rete di assistenza nelle campagne
con casse rurali, cooperative di consumo e di produzione, giornali e
altra stampa, riunendo tutte queste attività nell’Opera dei
Congressi che ad anni alterni potevano fare un bilancio della crescita
conseguita. L’obiettivo era sempre quello di far risaltare il peso
delle masse cattoliche quando si sarebbero recate alle elezioni
politiche. Giovanni Spadolini, nel più noto dei suoi libri, L’opposizione
cattolica, ha descritto le sottili schermaglie tra governi
liberali e diplomazia della Santa Sede, con continue punture di spillo
tra lo Stato e la maggior parte della popolazione che non era ostile
allo Stato e che meglio di altri cittadini era disposta a obbedire,
come si vide in occasione della Prima guerra mondiale quando i
contadini si presentarono in modo ordinato agli uffici di
reclutamento. Non fa onore ai governi liberali il fatto che
l’accordo passato alla storia col titolo di Patti
lateranensi sia stato firmato dal governo di Mussolini, il cui
anticlericalismo risultò più intelligente di quello liberale. La questione meridionale Il problema più grave dopo l’unità rimane il mancato sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, mai decollato e con un reddito che risulta il 45% di quello del Settentrione. Per circa un secolo si è sviluppata una pubblicistica di enorme interesse che ha analizzato i vari aspetti del problema. Un poco alla volta si comprese il dramma dell’agricoltura meridionale strutturalmente incapace di specializzazione; poi si comprese la struttura sociale del Mezzogiorno dove era assente un ceto medio di imprenditori in grado di mediare tra proprietari terrieri assenteisti e braccianti senza prospettiva. In una società a due classi senza ricambio si interpone un potere legato al controllo del territorio con esclusione delle forze dello Stato. Perciò dal Mezzogiorno d’Italia è avvenuta l’emigrazione delle forze migliori e il ristagno delle energie locali che conoscono perfettamente i problemi del sistema, ma sono incapaci di modificarlo.
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