di Renzo Puccetti*
ROMA, domenica, 5 aprile 2009 (ZENIT.org).- Il clamore che
è seguito sui media occidentali a certe veementi reazioni
suscitate dalle parole del Santo Padre in risposta ad una
domanda sull’uso del preservativo nella prevenzione
dell’infezione da HIV, non ha potuto evitare che il
confronto approdasse sulle riviste scientifiche e persino
in alcune aule parlamentari.
Molte persone sono disorientate, trovano grande
difficoltà a comprendere le motivazioni per cui il
preservativo non dovrebbe essere utilizzato, se la sua
funzione è quella di impedire che un uomo o una donna si
ammalino o trasmettano l’infezione. Una tale confusione
può essere comprensibile; in fin dei conti lo stesso
nome, profilattico, rimanda alla funzione di un custode
che si pone a guardia dell’integrità di chi lo usa. Di
fronte ad una tale percezione la resistenza ad un’ampia
diffusione del preservativo non raramente viene percepita
come una ostinata difesa di principi astratti che invece
dovrebbero essere messi da parte di fronte alla drammatica
carnalità di centinaia di migliaia di persone che si
ammalano e molto spesso muoiono.
La riflessione bioetica, prima di procedere alla
valutazione delle implicazioni antropologiche ed alla
successiva formulazione del giudizio etico dei
comportamenti, non può prescindere dal considerare quale
primo elemento il dato scientifico in sé. In via previa
è bene precisare un argomento talora utilizzato in
maniera non appropriata. I condom di lattice presentano
una struttura porosa; forami non identificati dal test di
permeabilità all’acqua possono determinare il passaggio
di una quantità di liquido seminale pari a 0,00001 ml. Si
ritiene che una tale quantità sia rilevante per virus ad
alta infettività, ma non per l’HIV, dove la quantità
di seme necessaria a veicolare una carica virale
sufficiente alla trasmissione dell’infezione è valutata
essere pari a 0,1-1,0 ml (1)
Quindi, puramente in termini teorici, usando il
preservativo ad ogni rapporto sessuale il virus dell’HIV
si trasmetterebbe solamente a seguito della rottura o
dello sfilarsi del preservativo stesso. Questa sicurezza
teorica del metodo ha indotto ad investire intensamente
sul condom per la prevenzione della trasmissione
dell’AIDS come intervento di profilassi generalizzata.
Oggi abbiamo a disposizione molti più dati rispetto agli
inizi dell’epidemia per una valutazione scientificamente
fondata di tale misura. La revisione di 13 studi da parte
dell’autorevolissimo Cochrane Database Review Institute
ha dimostrato che la protezione conferita dal preservativo
nella trasmissione eterosessuale del virus è pari
all’80% (2). Questo dato va bene inteso. Si tratta della
protezione conferita da un utilizzo del condom ogni volta,
cioè ad ogni rapporto sessuale, senza mai derogare, che
prevede dopo 10 anni di utilizzo costante l’infettarsi
dell’11% circa dei partner sani.
A questo punto è però necessario porsi due domande:
l’utilizzo del preservativo in tutti i rapporti è un
obiettivo raggiungibile sul piano sanitario? In caso di un
uso discontinuo del preservativo, qual è la protezione
conferita? Nella realtà l’uso costante del preservativo
è stato raggiunto solamente in alcuni gruppi ad elevato
rischio come le persone omosessuali e le prostitute
(93-97% dei rapporti con prostitute in Tailandia risultano
avvenire con l’uso del condom) (3) risultandone una
riduzione dell’infezione nella popolazione generale
quando il focolaio epidemico era concentrato in queste
stesse popolazioni (4). Diversamente in nessuna parte del
mondo ci si è neppure minimamente avvicinati ad una tale
diffusione del condom nella popolazione generale. Inoltre
l’uso discontinuo del preservativo non ha semplicemente
un’efficacia ridotta, non ha pressoché alcuna efficacia
come protezione a livello di popolazione.
Secondo i dati presentati da Kimberly Smith, della
divisione malattie infettive del Rush University Medical
Center di Chicago, dopo 10 anni di utilizzo incostante e
non perfetto, cioè tipico, il 70% dei partner sani si
infettano con virus dell’AIDS (5). In un articolo dal
titolo programmatico, “Dieci miti ed una verità
sull’epidemia generalizzata di HIV”, pubblicato
proprio sulla stessa rivista che nei giorni scorsi ha con
un editoriale veementemente criticato il Santo Padre,
l’affermazione “i preservativi sono la risposta”
costituiva il sesto mito dell’elenco. Diceva James
Shelton, dell’agenzia americana per lo sviluppo, autore
dell’articolo: “I condom da soli hanno un impatto
limitato sull’epidemia. A molte persone non piace usarli
(specialmente nelle relazioni regolari), la protezione è
imperfetta, l’uso spesso irregolare, e i preservativi
sembrano alimentare la disinibizione in cui le persone si
impegnano in un sesso a rischio, sia col preservativo, sia
con l’intenzione di usare i preservativi” (6). Non
è neppure il caso di aggiungere che la fine
dell’articolo conteneva un inno ai meriti della fedeltà,
un invito a concentrare gli sforzi su questo ambito per
ridurre significativamente i comportamenti delle persone e
con essi la diffusione dell’infezione.
Un’altra testimonianza significativa giunge da Norman
Forster, professore di epidemiologia all’Università
della California, che il 25 Settembre 2007 ha dichiarato
di fronte all’House Committee of Foreign Affairs: “Cinque
anni fa mi fu commissionato dalle Nazioni Unite una
revisione tecnica di quanto avessero funzionato i condom
per la prevenzione dell’AIDS nei paesi in via di
sviluppo. Insieme ai miei collaboratori raccogliemmo
montagne di dati e questo è quanto trovammo”. dopo
avere descritto l’efficacia del preservativo quando
usato costantemente ed i risultati positivi del suo
impiego nei casi di epidemie concentrate in specifiche
popolazioni, quali prostitute e persone omosessuali, il
professo Forster così prosegue: “Poi cercammo le
evidenze di un impatto sulla salute pubblica nelle
epidemie generalizzate. Con nostra sorpresa non ne
trovammo nessuna. Nessuna epidemia generalizzata di HIV è
mai stata sottomessa con una strategia basata
principalmente sui condom. Piuttosto i pochi successi nel
circoscrivere le epidemie generalizzate di HIV, come in
Uganda, sono state ottenute non mediante i preservativi,
ma facendo cambiare le abitudini sessuali alle persone”.
UNAIDS (la commissione delle Nazioni Unite per
l’AIDS, n.d.r.) non pubblicò la nostra revisione, ma
ci abbiamo pensato noi” (7, 8).
In Uganda la prevalenza dell’HIV è diminuita del 70%
prevalentemente per la riduzione del sesso casuale (9).
Nella sua presentazione dei dati al Manhattan Institute
nel gennaio 2008, il professor Edward Green, capo
ricercatore dell’Harvard Center for Population and
Development Studies, ha affermato che solamente due misure
hanno dimostrato di funzionare in Africa: la circoncisione
maschile e gli interventi comportamentali tesi alla
riduzione della promiscuità (10). In Uganda la
spettacolare riduzione dei livelli d’infezione è stata
effettuata al costo di soli 23 centesimi di dollaro per
anno rendendo le persone spaventate dall’infezione,
facendole sentire vulnerabili ed indicando loro semplici
misure di buon senso: non avere più di un partner
sessuale e ritardando l’iniziazione sessuale.
Soltanto a partire dalla fine degli anni ’90 infatti,
ad epidemia già largamente domata, il governo ugandese si
è adeguato alle indicazioni dei maggiori finanziatori con
un incremento della distribuzione dei preservativi. Sembra
difficile contestare che l’allocazione di risorse per
presidi di dubbia efficacia, sottraendole ad altri
interventi che hanno dimostrato un’efficacia superiore,
non sia un intervento peggiorativo. Un esempio di questo
genere di politiche errate sono i 900 milioni di dollari
spesi direttamente per i preservativi dal programma per
l’AIDS delle Nazioni Unite a cui si devono sommare la
maggioranza degli ulteriori 6 milioni di dollari rubricati
per la protezione delle persone ad alto rischio, destinati
largamente alla promozione del condom, a fronte dei 157
milioni di dollari destinati alla promozione della
circoncisione (11), una pratica che ha dimostrato
un’efficacia di circa il 60% (12).
Ma esistono ulteriori motivi di preoccupazione legati
alla diffusione del condom e si riferiscono ad un problema
che in medicina è conosciuto come “risk compensation”.
Si tratta di un effetto di annullamento dei preventivati
benefici di un presidio sanitario a causa di una maggiore
sicurezza percepita che si accompagna a condotte più
rischiose; in questo modo si possono addirittura superare
i benefici inizialmente introdotti e paradossalmente
peggiorare quella stessa situazione che si intendeva
lenire. In relazione alla lotta all’AIDS questo problema
è attentamente considerato sia dai medici con esperienza
sul campo (13), sia dalla letteratura medico-scientifica
(14).
Insieme alla professoressa Maria Luisa Di Pietro
abbiamo pubblicato sul British Medical Journal un
intervento in cui, pur non attribuendo un ruolo causale al
preservativo, risulta evidente l’associazione positiva
tra impiego del condom ed infezione dell’HIV sia negli
Stati Uniti che nei paesi africani (15). Nell’intervento
abbiamo fatto riferimento all’assenza di sensibilità e
cultura etica in quei settori che invece di reazioni
scomposte avrebbero dovuto cogliere la disponibilità del
Papa verso una modalità argomentativa che, anziché
poggiarsi sulla dottrina degli assoluti morali, la
lasciava sullo sfondo, accettando il confronto sul terreno
delle conseguenze di certe scelte.
Sono ben noti i disastri provocati da certa ubris
prometeica che, nell’intento di ottenere un fine buono,
pretende d’ignorare l’oggetto morale; quanti ciechi si
sono succeduti nel corso della storia con la pretesa di
farsi guide per tutti gli altri. Il consequenzialismo
utilitarista può apparire una strada logica e umanitaria,
ma in morale non è mai la risposta giusta. A tale volontà
di dialogo del Santo Padre hanno fatto riscontro reazioni
isteriche che proclamano i dogmi e le certezze laiciste di
un sacerdozio pubico che vede negli istinti del basso
ventre un elemento sacrale, non dominabile dalla retta
ragione e dalla volontà conformata alla virtù. Agli
altri, a quelli per cui la conoscenza scientifica fa lo
stesso effetto di quello prodotto da Carneade a don
Abbondio, si addice bene la riflessione sulla metafisica
di Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare, è
meglio tacere”.
Al British Medical Journal va invece
riconosciuto il merito di avere ospitato, accanto alle
critiche, numerosi interventi a sostegno delle tesi
espresse dal Papa, provenienti da cattolici, come anche da
non credenti. Si è ben consapevoli che all’interno del
mondo scientifico non vi è un’uniformità di idee,
valga per tutti la risposta che le Nazioni Unite (UNAIDS)
hanno fornito a Potts e colleghi (16), ma è proprio qui
la questione grave di cui si sono macchiati sia le
istituzioni politiche che quelle scientifiche: avere
presentato la necessariamente breve frase del papa come
una fandonia scientifica, anziché riconoscere che si
tratta di un’opinione sostenuta da solidi dati e
condivisa da ricercatori “top ranked” nel campo
dell’infettivologia e della sanità pubblica,
appartenenti alle istituzioni universitarie più
prestigiose al mondo.
Per questo terminiamo con un suggerimento rivolto agli
uomini che hanno invocato la redenzione per il Santo Padre
(17): si cospargano il capo di cenere per avere distorto
pubblicamente l’evidenza scientifica dichiarando
inesistenti certezze ed avere così avvallato un immenso
disservizio per la salute pubblica; il momento è
propizio.