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L'aborto che non passa
6 Luglio 2010 Il
Foglio.it
Oggi come non mai nella storia clinica, la maternità è monitorata, è
controllata, è fatta oggetto di prognosi e, illusoriamente, si può
pensare che sia più protetta di un tempo dove tutto ciò non
avveniva; è talmente
medicalizzata da essere per assurdo arrivati al punto di
disumanizzarla e di non considerare più i diritti dei bambini non
ancora venuti alla luce ma già esistenti fin dal momento del
concepimento. Appena entrata in ospedale una
donna in attesa del “proprio figlio”,
diventa una paziente che porta in grembo un potenziale
“problema”di cui prendersi “cura”. Non si parla più di
“figlio”, ci si distanzia affettivamente e si comincia a parlare di
“feto”. Il feto per la legge 194 non ha alcun diritto e la donna inizia così tutta
una serie di esami altamente invasivi (amiocentesi, villocentesi) per
verificarne lo stato di salute. Esami mai fatti prima nella storia dell’uomo vengono oggi fatti a scapito
del feto il quale ne può morire,
per “tutelare i diritti della madre”, cioè in rapporto ad
un solo diritto, quello di poter abortire il figlio in caso di non
perfetto stato di salute. Qualunque altro diritto è annullato,
infatti, se il bambino muore a causa della amniocentesi o
se la diagnosi è sbagliata e ti mettono nella condizione di
abortire un figlio che poi risulta sano, non è un problema dei medici
o dell’ospedale che si erano tutelati facendo firmare il
“consenso” a procedere. Così, una volta entrata come mamma felice di essere in attesa di un figlio,
esci dall’ospedale, come una madre sgomenta perché il
bambino ha una prognosi
di “trisomia libera”,
patologia genetica non compatibile con la vita, e ti suggeriscono,
per “il tuo bene” di abortire il tuo bambino, in nome di
una morte comunque annunciata. Ed ecco che arrivano da me al Cav Mangiagalli ad elaborare il loro lutto:
madri maltrattate, addirittura insultate se avevano deciso di non
togliere la vita al loro figlio, oppure madri che hanno abortito perchè
terrorizzate da ciò che i medici hanno loro prospettato:
una vita infernale con un bambino con trisomia 21, sindrome di
down, o affetti da altre patologie. L’aspetto psicologico non è per nulla preso in considerazione, a nessuna
di queste mamme che ho incontrato sono stati spiegati i sintomi dello
stress post-aborto, anzi sembra che il paragone che i medici fanno
sia: “tolto il dente tolto il dolore”.
Ma stiamo parlando di bambini, e qui il dolore non passa. Come
consulente vedo molte donne che piangono il loro figlio, anche per
anni dopo l’evento aborto, e nessuna di loro ha pensato che, una
volta morto il figlio, un altro potesse rimpiazzarlo, anzi. Pochi giorni fa una mamma è venuta da me per capire cosa fosse meglio per
lei, se fare un aborto terapeutico o portare a termine la gravidanza,
attendendo il corso naturale degli eventi con la probabile morte del
bambino. Sono stata obbligata ad analizzare con lei pro e contro
(solitamente vengono a cercare il mio aiuto dopo l’aborto). La
questione cruciale, dato che i medici hanno dato per certa la morte
del bambino, era come vivere quei mesi di gravidanza, quale sia il
bene per lei e per il resto della famiglia, la paura che il bimbo
muoia nel grembo, ecc.
nel presupposto che i medici non avrebbero fatto tale proposta se non
fosse stato “per il suo bene”. Il tutto era molto ego riferito: lei e la sua famiglia. Il bambino era
scomparso. Ma quale è la cosa migliore
per il bambino? Le esperienze delle mamme che ascolto dopo un aborto sono: pianto
sconsolato, depressione, tristezza, difficoltà lavorative a causa
della perdita di concentrazione, un gran senso di vuoto, solitudine
infinita, un gran desiderio di tornare indietro e di avere di nuovo il
bambino in grembo, un gran senso di colpa per avere partecipato
insieme ad un medico a togliere anticipatamente la vita del figlio.
Certo non sapevano che il forcipe avrebbe fatto a pezzi il
bambino, e aborto significa proprio questo: togliere la vita in modo
efferato ad un essere umano. Così, nella speranza che tutto finisca
presto, non si guarda il bambino e lo si lasciai in balia di altri che
se ne “sbarazzano” come se fosse un rifiuto organico, non
l’amato e tanto
desiderato bambino di una coppia di sposi. Se non si interviene
tempestivamente i feti vengono presi dall’ospedale e gettati o
cremati senza nessuna funzione religiosa, neanche una benedizione. Ma
senza un cadavere come si può elaborare il lutto? Noi uomini abbiamo
bisogno di poter piangere i nostri cari defunti, se non siamo messi
nella condizione di farlo rischiamo la psicopatologia. Ecco perché ritengo ancora più importante – a meno che ci sia qualche
cosa di più importante del codice morale che ci impone di “non
uccidere” – lasciare che la gravidanza segua il suo corso
naturale, anche quando un bambino è destinato a morte prematura. In
questo modo le mamme ed i papà hanno la possibilità di amare il
bambino fino al suo ultimo respiro, dargli un nome, far celebrare un
funerale circondati dal sostegno e affetto
parentale, seppellirlo con tutti gli onori. Il libro “Aspettando Gabriel” (ed. San Paolo) racconta di una coppia che
viene a sapere della patologia del figlio e decide di accoglierlo
nonostante la morte imminente. E’ e resta, nonostante la malattia,
il loro bambino tanto amato e quei mesi nel grembo materno
saranno il suo ”tempo migliore”, dove riceverà calore,
amore, protezione materna. Così, il giorno della sua nascita coincise
con quello della morte, ma ha fatto in tempo ad essere battezzato, ad
essere baciato e lasciato
teneramente andare al suo destino, la vita eterna. Per Gabriel c’è
stato amore, protezione e tanta dignità, quella che si merita
ogni essere umano. L’attuale società pensa di poter allontanare da sé la morte facendola
diventare medicalizzata: aborto ed eutanasia ne sono gli esempi più
palesi. Ciò a cui sta andando incontro invece non è solo la morte
del corpo che nessuno può evitare, ma anche la morte dell’anima.
Infatti occupandosi in modo medicalizzato della vita fino a decidere
della morte di altri, si stanno superando tutte le barriere morali, ma
nessuna società laica le può ignorare. Il comandamento etico “non
uccidere” sta alla base di ogni società civile. Questo comporta che
milioni di donne “ingannate” dall’aborto come “soluzione
migliore” vaghino per le strade del mondo senza nessun supporto
morale e psicologico, sapendo in cuor loro una cosa sola: di aver
rinnegato il compito innato di ogni madre, quello di proteggere la
vita del proprio figlio ad ogni costo.
Dott. Benedetta Foà consulente familiare al cav Mangiagalli,
Milano
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