image004.jpg (34527 byte)

L'aborto che non passa

6 Luglio 2010 Il Foglio.it

Oggi come non mai nella storia clinica, la maternità è monitorata, è controllata, è fatta oggetto di prognosi e, illusoriamente, si può  pensare che sia più protetta di un tempo dove tutto ciò non avveniva;  è talmente medicalizzata da essere per assurdo arrivati al punto di disumanizzarla e di non considerare più i diritti dei bambini non ancora venuti alla luce ma già esistenti fin dal momento del concepimento.

Appena entrata  in ospedale una donna in attesa del “proprio figlio”,  diventa una paziente che porta in grembo un potenziale “problema”di cui prendersi “cura”. Non si parla più di “figlio”,  ci si distanzia affettivamente e si comincia a parlare di “feto”.

Il feto per la legge 194 non ha alcun diritto e la donna inizia così tutta una serie di esami altamente invasivi (amiocentesi, villocentesi) per verificarne lo stato di salute.

Esami mai fatti prima nella storia dell’uomo vengono oggi fatti a scapito del feto il quale ne può morire,  per “tutelare i diritti della madre”, cioè in rapporto ad un solo diritto, quello di poter abortire il figlio in caso di non perfetto stato di salute.

Qualunque altro diritto è  annullato, infatti, se il bambino muore a causa della amniocentesi o  se la diagnosi è sbagliata e ti mettono nella condizione di abortire un figlio che poi risulta sano, non è un problema dei medici o dell’ospedale che si erano tutelati facendo firmare il “consenso” a procedere.

Così, una volta entrata come mamma felice di essere in attesa di un figlio,  esci dall’ospedale, come una madre sgomenta perché il bambino ha una  prognosi di  “trisomia libera”, patologia genetica non compatibile con la vita, e ti suggeriscono,  per “il tuo bene” di abortire il tuo bambino, in nome di una morte comunque annunciata.

Ed ecco che arrivano da me al Cav Mangiagalli ad elaborare il loro lutto: madri maltrattate, addirittura insultate se avevano deciso di non togliere la vita al loro figlio, oppure madri che hanno abortito perchè terrorizzate da ciò che i medici hanno loro prospettato:  una vita infernale con un bambino con trisomia 21, sindrome di down, o affetti da altre patologie.

L’aspetto psicologico non è per nulla preso in considerazione, a nessuna di queste mamme che ho incontrato sono stati spiegati i sintomi dello stress post-aborto, anzi sembra che il paragone che i medici fanno sia: “tolto il dente tolto il dolore”.  Ma stiamo parlando di bambini, e qui il dolore non passa. Come consulente vedo molte donne che piangono il loro figlio, anche per anni dopo l’evento aborto, e nessuna di loro ha pensato che, una volta morto il figlio, un altro potesse rimpiazzarlo, anzi.

Pochi giorni fa una mamma è venuta da me per capire cosa fosse meglio per lei, se fare un aborto terapeutico o portare a termine la gravidanza, attendendo il corso naturale degli eventi con la probabile morte del bambino. Sono stata obbligata ad analizzare con lei pro e contro (solitamente vengono a cercare il mio aiuto dopo l’aborto). La questione cruciale, dato che i medici hanno dato per certa la morte del bambino, era come vivere quei mesi di gravidanza, quale sia il bene per lei e per il resto della famiglia, la paura che il bimbo muoia nel grembo,  ecc. nel presupposto che i medici non avrebbero fatto tale proposta se non fosse stato “per il suo bene”.

Il tutto era molto ego riferito: lei e la sua famiglia. Il bambino era scomparso. Ma quale è la cosa migliore  per il bambino?

Le esperienze delle mamme che ascolto dopo un aborto sono: pianto sconsolato, depressione, tristezza, difficoltà lavorative a causa della perdita di concentrazione, un gran senso di vuoto, solitudine infinita, un gran desiderio di tornare indietro e di avere di nuovo il bambino in grembo, un gran senso di colpa per avere partecipato insieme ad un medico a togliere anticipatamente la vita del figlio.  Certo non sapevano che il forcipe avrebbe fatto a pezzi il bambino, e aborto significa proprio questo: togliere la vita in modo efferato ad un essere umano. Così, nella speranza che tutto finisca presto, non si guarda il bambino e lo si lasciai in balia di altri che se ne “sbarazzano” come se fosse un rifiuto organico, non l’amato  e tanto desiderato bambino di una coppia di sposi. Se non si interviene tempestivamente i feti vengono presi dall’ospedale e gettati o cremati senza nessuna funzione religiosa, neanche una benedizione. Ma senza un cadavere come si può elaborare il lutto? Noi uomini abbiamo bisogno di poter piangere i nostri cari defunti, se non siamo messi nella condizione di farlo rischiamo la psicopatologia.

Ecco perché ritengo ancora più importante – a meno che ci sia qualche cosa di più importante del codice morale che ci impone di “non uccidere” – lasciare che la gravidanza segua il suo corso naturale, anche quando un bambino è destinato a morte prematura. In questo modo le mamme ed i papà hanno la possibilità di amare il bambino fino al suo ultimo respiro, dargli un nome, far celebrare un funerale circondati dal sostegno e affetto  parentale, seppellirlo con tutti gli onori.

Il libro “Aspettando Gabriel” (ed. San Paolo) racconta di una coppia che viene a sapere della patologia del figlio e decide di accoglierlo nonostante la morte imminente. E’ e resta, nonostante la malattia, il loro bambino tanto amato e quei mesi nel grembo materno  saranno il suo ”tempo migliore”, dove riceverà calore, amore, protezione materna. Così, il giorno della sua nascita coincise con quello della morte, ma ha fatto in tempo ad essere battezzato, ad essere baciato  e lasciato teneramente andare al suo destino, la vita eterna. Per Gabriel c’è  stato amore, protezione e tanta dignità, quella che si merita ogni essere umano. 

L’attuale società pensa di poter allontanare da sé la morte facendola diventare medicalizzata: aborto ed eutanasia ne sono gli esempi più palesi. Ciò a cui sta andando incontro invece non è solo la morte del corpo che nessuno può evitare, ma anche la morte dell’anima. Infatti occupandosi in modo medicalizzato della vita fino a decidere della morte di altri, si stanno superando tutte le barriere morali, ma nessuna società laica le può ignorare. Il comandamento etico “non uccidere” sta alla base di ogni società civile. Questo comporta che milioni di donne “ingannate” dall’aborto come “soluzione migliore” vaghino per le strade del mondo senza nessun supporto morale e psicologico, sapendo in cuor loro una cosa sola: di aver rinnegato il compito innato di ogni madre, quello di proteggere la vita del proprio figlio ad ogni costo.

 

     Dott. Benedetta Foà consulente familiare al cav Mangiagalli, Milano