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19/03/2009 15:39
VATICANO
La “minaccia” della Chiesa cattolica e l’Aids
di Bernardo Cervellera
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=14772&geo=17&theme=&size=A
 
Il condom non risolve il flagello dell’Aids, anzi lo peggiora: lo dice il papa, ma anche la ricerca scientifica. I dati del Sud Africa, Uganda Thailandia, Filippine. Dietro gli attacchi al pontefice, la lobby neocoloniale della rivoluzione sessuale, portata avanti da frange dell’Onu e Ue.

Roma (AsiaNews) - “Non si può risolvere il flagello [dell’Aids] con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema”. Da giorni questa frase di Benedetto XVI viene accusata di insensibilità verso la tragica epidemia che colpisce molte parti del mondo, ma soprattutto l’Africa.

La stessa agenzia Onu per la lotta all’Aids ha dovuto confessare – in uno studio del 2003 - che il condom fallisce in almeno il 10% dei casi. Altri studi dimostrano che le percentuali di fallimento nel fermare l’epidemia raggiungono anche il 50%. In Thailandia, il dott. Somchai Pinyopornpanich, vicedirettore generale del dipartimento per il controllo delle malattie a Bangkok, afferma che si ammala di Aids il 46,9% di uomini che usano il preservativo e il 39,1% delle donne.

Anche l’affermazione del papa che “il rischio è di aumentare il problema” è confermato dalle statistiche. Paesi come il Sud Africa, che hanno abbracciato in pieno la campagna sul “sesso sicuro” con l’uso del condom, sostenuta dall’Onu, l’Unione europea e varie organizzazioni non governative, hanno visto uno spaventoso incremento della diffusione dell’Aids. Al contrario, Paesi dove si spingeva alla responsabilità, all’astinenza e alla fedeltà, hanno visto una riduzione dell’epidemia.

Valga per tutti lo studio del dott. Edward Green del Centro sulla popolazione e lo sviluppo di Harvard che ha verificato il programma ABC (Abstinence; Be faithful; Condom, cioè astinenza, fedeltà, preservativo) applicato in Uganda dal 1986 e che, dal 1991, ha visto un declino delle infezioni dal 21% al 6%. Non va dimenticato che Green era un sostenitore del “sesso sicuro” con il condom e invece è divenuto un sostenitore dell’astinenza e della fedeltà nei rapporti di coppia.

Molti studi – anche quelli promossi dall’Onu – hanno dimostrato che le nazioni che più hanno fatto uso di preservativi sono pure quelli con le maggiori percentuali di infetti da Aids. Norman Hearst, medico ed epidemiologo dell’università della California, uno studioso del settore, ha ammesso una volta: “La promozione di condom in Africa è stata un disastro”.

E tanto per vedere la “pericolosità” dell’influenza cattolica sulla diffusione dell’Aids, basta citare il caso delle Filippine, Paese cattolico all’85% dove la percentuale di malati di Aids è dello 0,01%.

Lo stesso New York Times, che in questi giorni ha attaccato il papa per la sua frase “pericolosa”, ha dovuto ammettere la vittoria sull’Aids nelle Filippine, dovuta alla moralità tradizionale, basata sull’astinenza e sulla fedeltà. In un articolo del 20 aprile 2003 definiva l’arcipelago filippino come un luogo in cui “un bassissimo uso dei condom e una bassissima percentuale di infezioni da Hiv sembrano andare mano nella mano. Gli sforzi di prevenzione dell’Aids sono spesso focalizzati sull’uso del preservativo, ma qui non sono facilmente reperibili – e in maggioranza disprezzati – in questa nazione di cattolici conservatori”.

Davanti a tutti questi dati ci si può domandare come mai personalità dell’Onu, dell’Ue e organizzazioni “umanitarie” continuino a sbandierare la necessità dell’uso dei condom e bastonano la Chiesa cattolica per la sua sottolineatura sull’importanza dell’educazione, dell’astinenza e della fedeltà nei rapporti di coppia.

È possibile che lo facciano per guadagnare? Che abbiano tutti delle azioni nelle ditte che producono preservativi? Forse no. Credo che questo accanimento sul condom e contro la Chiesa cattolica e il papa siano solo un’ultima edizione di una forma di neocolonialismo. Anzitutto – come ha detto un missionario del Pime in Africa da decenni – si pensa che l’uomo africano non possa essere educato alla responsabilità e per questo ridurre il “sesso sicuro” alla tecnica è la risposta più facile.

E non bisogna dimenticare che eliminando la responsabilità e la fedeltà dal rapporto di coppia si spinge a un uso strumentale il corpo della donna africana, e non solo. Avviene così che i più accaniti femministi, sventolando i condom, divengano i propugnatori di un nuovo schiavismo.

Ma il neocolonialismo più pericoloso è quello di far passare con la lotta all’Aids una rivoluzione pansessuale, dove manchi qualunque riferimento ideale e rimangano ferme solo due cose: l’autonomia e il narcisismo della rivoluzione sessuale e la cura contro l’Aids. Da anni l’Onu e l’Ue stanno cercando di promuovere un documento chiamato “Linee guida sull’Aids e diritti umani” in cui si suggerisce che se in ogni nazione non si cambiano le leggi sulla sessualità, l’Aids non potrà essere sconfitto. Le “Linee guida internazionali” chiedono una completa libertà sessuale dove  vengano riformate le leggi che “proibiscono atti sessuali (compresi adulterio, sodomia, fornicazione e incontri di commercio sessuale) fra adulti consenzienti e in privato”, ma anche con minori (pedofilia). In tal modo le Linee guida salvano quegli atteggiamenti che sono causa della diffusione dell’Aids, ma si premuniscono chiedendo che ogni nazione metta a disposizione medicine e cure. Esse richiedono la legalizzazione internazionale del matrimonio omosessuale;  l’aborto possibile ovunque e per ogni donna; ma suggeriscono che contraccettivi, condom e cure anti-Aids siano distribuiti a tutti, anche a minori usati nel commercio sessuale, (cfr. http://data.unaids.org/Publications/IRC-pub07/jc1252-internguidelines_en.pdf).

La lotta mondiale all’Aids a colpi di condom è in realtà la lotta per questa ideologia.

 

PAPA E AIDS / 1 « PAROLE INOPPUGNABILI »
 Caro Direttore, come infettivologo coinvolto da anni nella diagnosi e cura dell’infezione da Hiv, e che ha avuto la fortuna di poter lavo­rare anche in aree dell’Africa subsahariana ben prima che diventasse terreno di ricolo­nizzazione culturale ed eco­nomica, scrivo per esprimere innanzi tutta la mia vicinanza a Benedetto XVI in viaggio in Africa. Sono allibita dalla viru­lenza con cui viene attaccato a proposito della sua lapalissia­na constatazione, scientifica­mente inoppugnabile, a pro­posito della priorità dell’a­spetto educativo sull’esercizio della sessualità rispetto alla semplificazione del tema del­la prevenzione ridotto a pura diffusione dell’utilizzo del pro­filattico. Stupisce che a più di 25 anni dalla conoscenza del­l’epidemia e delle modalità di trasmissione, la difficoltà di molti del prender atto dell’i­nefficacia della proposta di « i­nondare il mondo di preserva­tivi » come criterio risolutivo per arginare l’allargamento a macchia d’olio del numero di infezioni. Stupisce la pervica­cia nel non riconoscere l’enor­me numero di dati accumula­ti a propositi della evidenza di potere solo ridurre il rischio di infezione ma non certo di eli­minarlo, dato emerso già dagli studi di metanalisi su coppie sierodiscordanti come quello di Weller e di Pinkerton del 1993. Anche nello studio più cautelativo, che irrealistica­mente escludeva tutti i possi­bili ( e frequentissimi) « inci­denti di percorso» (rotture, sci­volamento, cattiva qualità ecc. del condom) si arrivava a dare un margine di rischio infettivo del 5% in tal modo addirittura eccedendo il parametro di ef­ficacia contraccettiva del pre­servativo stesso, che si attesta sull’ 85%. Oggi non si può cer­to ignorare che il « sesso sicuro con il preservativo » non esiste. E questo tralasciando tutti gli aspetti di resistenza psicologi­ca, emotiva, addirittura aller­gica (l’allergia al lattice è in cre­scita esponenziale ovunque) che rendono ben più che un semplice problema morale quello del « sacchettino magi­co » . Ma tant’è. Anche in Italia alcuni esperti glissano e si i­nalberano continuano a pro­clamare che il preservativo è sicuro al 100% e che quella è la soluzione per il problema Hiv. Non parliamo dell’ideologico silenzio sul successo della po­litica ugandese dell’Abc ( Ab­stinence, Be faithful and Con­dom) documentata non dal Va­ticano ma anche da un socio­logo laicissimo di Harward, Edward Green nel suo « Rethinking Aids prevention learning from successes in de­veloping Countries » del 2003. Fa male, soprattutto, la vergo­gnosa « dimenticanza » soprat­tutto dalla realtà evidente che le reti di assistenza, vicinanza e cura dell’Aids nei Paesi afri­cani, oggi percorse in lungo e in largo da miriadi di neofilan­tropi ( spesso miliardari), atto­ri e « personaggi » a caccia di fa­cili consensi, esistono grazie al lavoro silenzioso, costante e pluridecennale di missionari e volontari cristiani che ben pri­ma che i burocrati e politici che oggi strepitano si accorgessero del problema si erano rimboc­cati le maniche curvandosi sul­le persone infette o malate. Grazie dunque a Benedetto X­VI che con serena fermezza non evita di andare al nodo dei problemi antropologici: la pre­venzione efficace dell’infezio­ne dell’Hiv riguarda l’esercizio della ragionevolezza e della li­bertà intera dell’uomo, non è riducibile ad un sacchettino di lattice o peggio ancora a un cri­terio che riguarda la persona solo dall’ombelico in giù. È dalla riconnessione della ra­gione con il primo organo ses­suale dell’uomo, il suo asse « cuore- cervello » , che può sca­turire la vera svolta per conte­nere questo dramma in atto.
 Chiara Atzori