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CINA/ 15 Luglio 2009Cervellera: vi spiego perché Pechino teme la “bomba Xinjiang” Urumqi, la capitale dello Xinjiang sembra ormai calma, dopo le manifestazioni e violenze dei giorni scorsi che hanno fatto 156 morti e oltre 800 feriti. Il ritorno del presidente Hu Jintao in Cina, abbandonando il G8 in Italia, ha permesso il dispiego di decine di migliaia di militari che si sono interposti fra zone uigure e di cinesi han, fermando almeno per ora gli scontri interetnici. Il momento di maggior tensione finora è stato il 7 luglio, quando migliaia di cinesi han hanno attaccato case e negozi di uiguri, per farsi giustizia da soli delle violenze subite da altri cinesi Han nelle dimostrazioni uiguri della scorsa settimana, degenerate in attacchi contro negozi e incendi di auto della polizia. La popolazione uigura accusa la polizia di aver sparato su una folla pacifica di manifestanti, scatenando la reazione.
Oltre al dispiego dei militari, la calma viene mantenuta con le minacce. Li Zhi, segretario del Partito ad Urumqi, ha detto che chiederà la pena di morte per tutti coloro che hanno usato “mezzi crudeli” e assassinato persone, mettendo in crisi la convivenza fra han e uiguri. La pena di morte è molto usata nello Xinjiang contro il cosiddetto “terrorismo islamico” degli uiguri, un’espressione che permette a Pechino di usare una morsa di ferro per contenere le domande di autonomia e giustizia per gli uiguri, minoranza emarginata e perseguitata. Secondo organizzazioni internazionali, centinaia di condanne a morte sono comminate ogni anno contro gli uiguri.
Gli uiguri sono una etnia di origine turca, stanziata nel nord est della Cina da secoli. Pechino tenta la carta di colonizzare la regione spingendo alla migrazione i cinesi Han, affidando loro posti nella burocrazia, nel commercio, nelle banche e offrendo facilitazioni fiscali. La posizione dello Xinjiang, interfaccia con l’Asia centrale e i ricchi giacimenti di petrolio del Kazakistan, come pure la ricchezza di gas e petrolio del sottosuolo della regione, spingono la Cina a un controllo serrato e alla rivendicazione che essa è terra cinese, anche se dal 1911 al 1949 da parte degli uiguri vi è stato perfino il tentativo di dichiarare una Repubblica indipendente del “Turkestan Orientale”.
Questo nome è rimasto ai gruppi uiguri che combattono ancora per l’indipendenza dalla Cina (Movimento Islamico del Turkestan Orientale), e che nel recente passato hanno eseguito attentati contro sedi del Partito, a bus e discoteche in città come Urumqi, Wuhan e Pechino, facendo decine di morti. La Cina continua a rispondere con la repressione. Oltre alla colonizzazione Han, che rende minoritari gli uiguri nella loro terra (circa 9 milioni su circa 22 milioni), vi è una vera e propria occupazione militare dell’Esercito di Liberazione e una rete di spionaggio per il controllo di scuole, aziende, mercati.
Il controllo è divenuto ancora più asfissiante dopo l’11 settembre 2001. Il timore che Osama Bin Laden abbia dei seguaci anche fra gli uiguri ha spinto Pechino ad usare la mano pesante, stabilendo leggi speciali per la sicurezza e arresti a non finire. Per frenare l’ondata di fondamentalismo, nel 2001 la Cina ha pure fondato il gruppo “Organizzazione di Shanghai per la Sicurezza”, di cui fanno parte, oltre alla Cina, la Russia e i 5 paesi dell’Asia Centrale, anch’essi alle prese con il terrorismo islamico. Per sfruttare la ricchezza della regione, la Cina propone da anni una “Marcia verso il Far West” a investitori stranieri e cinesi, per soffocare nello sviluppo economico l’insorgere del terrorismo.
Nel 2008, in occasione delle Olimpiadi, Pechino ha messo sotto controllo speciale lo Xinjiang (e il Tibet) per timore di atti sovversivi. Nel gennaio 2008 la polizia ha assalito un campo di addestramento e ucciso 18 musulmani uiguri, dicendo che erano terroristi, ma senza provarlo. In maggio-giugno ha gridato al terrorismo, arrestando a Pechino una donna che aveva con sé una bottiglia molotov. Molte organizzazioni per i diritti umani accusano Pechino di nascondere dietro le accuse di terrorismo un progetto di epurazione degli uiguri usando metodi di guerriglia irrispettosi di qualunque diritto.
La “minaccia terrorista” giustifica un controllo serrato su imam e giovani. Ogni venerdì mattina, giorno sacro musulmano, gli imam vanno al locale Ufficio per gli affari religiosi per spiegare il testo del sermone che terranno e ricevere "indicazioni generali". Ogni gruppo religioso deve essere registrato presso il comitato religioso nazionale e la nomina dei leader va approvata dalle autorità. È vietato dare un'educazione religiosa ai figli; fino a 18 anni è proibito frequentare le moschee; nel mese di Ramadan gli insegnanti obbligano gli studenti a rompere il digiuno; si registrano espropri e demolizioni di moschee e scuole islamiche per far posto alla modernizzazione.
In questi giorni Pechino continua a gridare al complotto straniero e punta il dito contro Rebiya Kadeer. Questa donna, 62 anni, è un’imprenditrice in origine membro del Partito, poi disillusa per aver cercato maggiore autonomia per gli uiguri. È stata arrestata nel 2000 per aver “svelato segreti di stato” non ben precisati. Nel 2005 ha ottenuto per motivi medici di abbandonare lo Xinjiang e rifugiarsi negli Stati Uniti. La sua famiglia rimasta in patria subisce continue pressioni e arresti. La Xinhua e il Partito la definiscono “corrotta”, impegnata con il “terrorismo internazionale”, il “separatismo” e le “forze estremiste”, desiderosa di “sabotare le attività per celebrare i 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese quest’anno”, in ottobre.
Ma la tensione apertasi in questi giorni nello Xinjiang preoccupa la Cina non più solo come una questione fra il governo e la minoranza uiguri. In ballo vi è pure la scontentezza degli han e l’inquietudine di molte fasce della popolazione cinese a causa della corruzione, della crisi economica, del dissenso represso. La scintilla dello Xinjiang potrebbe saldarsi con altre situazioni di crisi in tutto il Paese. Non essendoci spazi per esprimere lamentele e reclamare diritti, tutto rischia di esplodere.
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14 giugno 2009
I diritti umani in Cina Il controllo demografico continua a mietere vittimedi padre John Flynn, LC ROMA, domenica, 14 giugno 2009 (ZENIT.org).- La situazione dei diritti umani in Cina è stata ancora una volta al centro dell'attenzione il 4 giugno scorso, in occasione del 20° anniversario della sanguinosa repressione delle manifestazioni in favore della democrazia in piazza Tienanmen a Pechino. I principali organi di informazione si sono incentrati sui diritti civili e politici, ma la negazione del diritto delle famiglie di poter scegliere quanti figli avere continua ad opprimere molti cinesi. Il 7 maggio, LifeNews.com ha pubblicato un servizio che illustra le conclusioni di un'indagine svolta segretamente in Cina da Colin Mason. Le sanzioni previste per chi ha figli oltre il limite legale ammontano oggi a tre/cinque volte il reddito delle famiglie stesse, secondo LifeNews. Non sorprende che quando le coppie si vedono imporre simili multe molte acconsentano ad abortire o a lasciarsi sterilizzare. Secondo Mason, nella provincia del Guangxi i figli nati oltre i limiti consentiti sono posti sotto custodia dalle autorità statali, che li trattengono finché i genitori non riescono a pagare le esorbitanti multe. Il 15 febbraio, il quotidiano Times di Londra ha riferito che le forti restrizioni del Governo stanno provocando diffuse proteste. Secondo il servizio, i media cinesi e i commentatori su Internet stanno violando le restrizioni alle informazioni sugli abusi compiuti nell'ambito del controllo delle nascite. Tra questi abusi, il Times ha citato i casi delle donne che avendo già un figlio rischiano di subire regolari test di gravidanza, nonché pressioni per farsi sterilizzare. I mezzi utilizzati per obbligare le donne variano da misure di penalizzazione economica a minacce di licenziamento. Aborti forzati Un caso citato dal Times è quello di Zhang Linla, che ha commesso l'errore di rimanere incinta pur avendo già una figlia. Solo sei giorni prima della data prevista per il parto è stata sottoposta ad un aborto forzato. L'articolo ha citato anche altri esempi, come quelli di sterilizzazioni forzate e di neonati lasciati morire. Il 17 novembre, il sito Internet di Christian Post ha riferito del caso di Arzigul Tursun, una donna musulmana di etnia uigur a cui è stato minacciato un aborto forzato. Al tempo in cui è stato scritto l'articolo, era incinta da più di sei mesi e aveva subito pressioni dalle autorità per abortire, avendo già due figli. Il 5 ottobre, il quotidiano South China Morning Post ha pubblicato un lungo articolo sulle misure coercitiv e con cui si confrontano le coppie che non si attengono alle rigide norme della pianificazione familiare. L'articolo ha specificato la natura invasiva delle restrizioni imposte alle famiglie. Ogni coppia sposata deve rispondere alla National Population and Family Planning Commission (NPFPC). Ogni villaggio e ogni strada cittadina viene monitorato da una clinica per la pianificazione familiare controllata dal NPFPC. Secondo il giornale, vi sono ufficialmente 650.000 persone impiegate in questo sistema, con il compito di far rispettare la normativa sulla pianificazione familiare. Tuttavia, stime ufficiose sostengono che il numero reale sia superiore a un milione. Il South China Morning Post ha portato l'esempio di Jin Yani, che è stata sottoposta ad aborto forzato avendo superato i limiti previsti. L'aborto è stato eseguito in maniera così brutale da metterla in pericolo di morte, tanto che è dovuta rimanere in osped ale per 44 giorni. A causa di quanto è avvenuto, non potrà più avere figli. Secondo l'articolo, le autorità possono agire liberamente nelle zone rurali, usando metodi brutali come la distruzione delle abitazioni e le sterilizzazioni forzate. Il quotidiano ha citato Mark Allison, che si occupa di Estremo Oriente per Amnesty International, secondo cui gli aborti forzati continuano ad essere frequenti. Incentivi e penalizzazioni Il 22 maggio, il South China Morning Post ha riferito che le autorità statali hanno rinnovato la loro determinazione a far rispettare le stringenti limitazioni della pianificazione familiare. Tra le misure recenti annunciate vi sono la distribuzione di contraccettivi tra i lavoratori migranti e l'aumento delle sanzioni per chi fa figli oltre i limiti previsti. Secondo la nuova regolamentazione sulla pianificazione familiare, emanata dal Consiglio di Stato, le multe comminate ai lavoratori migranti responsabili di aver violato la politica del figlio unico verranno quantificate in base al reddito derivante dal proprio lavoro, anziché in base ai livelli reddituali del luogo di provenienza. Stabilire la multa per violazione della regola sulla pianificazione familiare prendendo come parametro la città di residenza provocherà sanzioni pecuniarie più elevate. Per contro, tra gli incentivi diretti a incoraggiare il rispetto delle restrizioni figurano anche l'attribuzione di giorni di ferie aggiuntivi per coloro che rimandano la procreazione o che si sottopongono volontariamente alla sterilizzazione. Le coppie adempienti potranno ricevere anche trattamenti preferenziali per le proprie imprese familiari o per ricevere assistenza sociale. Queste restrizioni vanno contro il desiderio della maggioranza delle donne cinesi, cosa che è ammessa anche dai funzionari pubblici. Secondo un servizi o della BBC del 16 gennaio, i funzionari della pianificazione familiare sostengono che il 70% delle donne desidera avere almeno due figli. Questo dato sarebbe tratto da un'indagine ufficiale svolta nel 2006 ma resa nota solo adesso, come riferito dalla BBC. Secondo questo sondaggio, la maggior parte delle donne - l'83% - vorrebbe avere un figlio e una figlia. Scarsità di donne Oltre agli abusi commessi dalle autorità, un altro grave problema è quello della preoccupante asimmetria nelle nascite di maschi e femmine. Il tradizionale desiderio di avere almeno un figlio maschio, sommato alle restrizioni sulle nascite, ha portato a milioni di aborti di bambine. Secondo un servizio dell'Associated Press del 10 aprile, dagli ultimi dati risulta che la Cina ha 32 milioni di giovani maschi in più rispetto alle femmine. La stima deriva da un rapporto pubblicato sul British Medical Journal. Peraltro, si st ima che questo squilibrio sia destinato a peggiorare nei prossimi anni. Secondo lo studio, in Cina nascono 119 maschi ogni 100 femmine, rispetto ai 107/100 dei Paesi industrializzati. Lo squilibrio maggiore tra maschi e femmine si trova nella fascia di età tra 1 e 4 anni, il che significa che la Cina dovrà affrontarne gli effetti tra 15/20 anni, quando questi bambini avranno raggiunto l'età riproduttiva. Sebbene il Governo abbia vietato l'uso dello strumento ecografico per determinare il sesso del feto, questo in realtà viene diffusamente utilizzato a tale scopo. Le conseguenze derivanti da una scarsità di donne sono già evidenti, come riferito dal Sunday Times il 31 maggio. Per esempio, è aumentato il tasso di rapimento delle ragazze, che vengono prelevate per fare da mogli di uomini in regioni in cui vi è una maggiore scarsità di donne. Secondo l'articolo, il Ministero p er la Pubblica Sicurezza ammette che tra le 2.000 e le 3.000 bambine e ragazze vengono rapite ogni anno, ma i media locali sostengono che in realtà si tratti di circa 20.000. Un sito Internet dedicato ai genitori che vogliono pubblicare informazioni sulle proprie figlie scomparse contiene dati di più di 2.000 famiglie. Le speranze di ritrovarle sono tuttavia molto basse. Nell'arco di due anni, questo sito è riuscito a risolvere positivamente solo sette casi. Principi essenziali L'anniversario di Tienanmen cade poco dopo la commemorazione, da parte delle Nazioni Unite, del 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. L'Arcivescovo Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso gli uffici di Ginevra delle Nazioni Unite, si è espresso sulla questione dei diritti umani in un discorso del 12 dicembre. "Parlando del diritto alla vita, del rispetto della famiglia , del matrimonio come unione tra un uomo e una donna, della libertà di religione e di coscienza, dei limiti dell'autorità dello Stato rispetto ai valori e ai diritti fondamentali, non si dice nulla di nuovo o di rivoluzionario", ha osservato. La possibilità di godere dei diritti umani non deve essere considerata un privilegio, ha sottolineato il rappresentante del Vaticano. Purtroppo in Cina, come in altri Paesi, i diritti fondamentali riguardanti la famiglia ancora oggi non vengono garantiti. Una situazione che grida giustizia.
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