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06/07/2009 08:10
CINA
Violenze e rivolte nello Xinjiang: almeno 140 morti e 800 feriti

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15744&size=A

Urumqi (AsiaNews/Agenzie) -  Il governo dello Xinjiang ha ordinato la chiusura delle moschee per la preghiera del venerdì. Il motivo ufficiale è per la sicurezza degli abitanti, ancora timorosi di potere trovarsi in mezzo fra gruppi di cinesi han o uiguri belligeranti, ma in realtà il sospetto è che i luoghi di preghiera vengano usate per istigare alla rivolta.

Le moschee di Urumqi sono controllate da soldati e sugli edifici vi sono cartelli che invitano ad andare a pregare a casa. Nonostante ciò, un portavoce del governo dello Xinjiang ha dichiarato che “tutte le attività religiose dovrebbero andare avanti normalmente”.

La città è tranquilla, ma è presidiata da decine di migliaia di soldati armati. Il motivo è “per il controllo del traffico”, ma in realtà lo spiegamento di forze è per prevenire ancora manifestazioni e disordini come è avvenuto negli ultimi giorni, con scontri fra migliaia di uiguri e polizia e violenze fra gruppi han e musulmani uiguri.

La situazione è così tesa che il presidente Hu Jintao è ritornato in fretta in Cina, abbandonando il G8 in Italia. Il conflitto interetnico, che potrebbe diffondersi in altre regioni del Paese, spinge la leadership verso la linea dura. Ieri si è avuta comunicazione di un incontro di emergenza del Politburo del partito comunista, presieduto da Hu Jintao. In esso si è detto che “i pianificatori dell’incidente, gli organizzatori, i membri chiave e i criminali violenti saranno puniti severamente”. In precedenza il segretario del Partito  nello Xinjiang ha minacciato la pena di morte per tutti coloro che si sono resi responsabili per uccisioni nei giorni scorsi.

09/07/2009 09:24
CINA
Urumqi è “sotto controllo” grazie a militari, pena di morte, pubblicità

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15734

Urumqi (AsiaNews/ Agenzie) – La capitale dello Xinjiang sembra calma stamane, dopo le manifestazioni e violenze dei giorni scorsi. Il dispiego di decine di migliaia di militari ha ottenuto l’effetto di fermare gli attacchi interetnici fra uiguri e han, anche se si registrano sporadici incidenti.

Oltre al dispiego dei militari, la calma viene mantenuta con le minacce. Ieri Li Zhi, segretario del Partito ad Urumqi, ha detto che chiederà la pena di morte per tutti coloro che hanno usato “mezzi crudeli” e assassinato persone, mettendo in crisi la convivenza fra han e uiguri.

La pena di morte è molto usata nello Xinjiang contro il cosiddetto “terrorismo islamico” degli uiguri, un’espressione che permette a Pechino di usare una morsa di ferro per contenere le domande di autonomia e giustizia per gli uiguri, minoranza emarginata e perseguitata.

Secondo organizzazioni internazionali, centinaia di condanne a morte sono comminate ogni anno contro gli uiguri.

A Kashgar migliaia di studenti sono tenuti agli arresti domiciliari per non farli partecipare a nessuna manifestazione. I soldati che occupano Urumqi, dai carri armati e dai camion pieni di truppe, usando megafoni gridano alla convivenza ed esortano all’unità fra le etnie. Anche alla televisione si mostrano segni di amicizia fra uiguri e han. Yu Zhengsheng, segretario del Partito a Shanghai e il sindaco della metropoli, Han Zheng, si sono fatti riprendere dalla televisione mentre visitano un ristorante uiguri, intrattenendosi con il padrone e predicando “stabilità e armonia”, senza di cui non vi può essere “benessere del popolo” e “sviluppo economico”.

Secondo uno schema che ricalca da vicino la repressione delle rivolte tibetane lo scorso anno e le accuse al Dalai Lama, il governo di Pechino e i media nazionali puntano il dito contro “forze esterne” e in particolare il Congresso mondiale uiguri (World Uyghur Congress) e Rebiya Kadeer, in esilio negli Stati Uniti, di aver pianificato e istigato le manifestazioni e le violenze. Secondo i giornali cinesi ci sono anche “prove” che il Dipartimento di Stato Usa finanzia Rebiya Kadeer per le sue trame terroriste.

La Kadeer, un’imprenditrice in origine membro del Partito, poi disillusa per aver cercato maggiore autonomia per gli uiguri, è stata arrestata nel 2000 per aver “svelato segreti di stato”. Nel 2005 ha ottenuto per motivi medici di abbandonare lo Xinjiang e rifugiarsi negli Stati Uniti. La sua famiglia rimasta in patria subisce continue pressioni e arresti. La Xinhua e il Partito la definiscono “corrotta”, impegnata  con il “terrorismo internazionale”, il “separatismo” e le “forze estremiste”, desiderosa di “sabotare le attività per celebrare i 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese quest’anno”, in ottobre.

La tensione apertasi nello Xinjiang preoccupa la Cina. In ballo non vi è solo la questione etnica, ma lo scontento di molte fasce della popolazione cinese a causa della corruzione, della crisi economica, del dissenso represso. La scintilla dello Xinjiang potrebbe saldarsi con altre situazioni di crisi in tutto il Paese. “Nel contesto generale della Cina – ha detto Calla Weimer, accademico a Singapore – dove vi è repressione e non vi sono spazi per esprimere lamentele, tutto ribolle e rischia di esplodere”.

 

06/07/2009 08:10
CINA
Violenze e rivolte nello Xinjiang: almeno 140 morti e 800 feriti

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=15698&size=A

Urumqi (AsiaNews/Agenzie) – Violenze e scontri fra dimostranti, esercito e polizia cinese nella capitale dello Xinjiang la scorsa notte hanno fatto almeno 140 morti e 800 feriti. L’agenzia ufficiale Xinhua dice che stamane tutto è calmo. La polizia ha già arrestato centinaia di manifestanti, ma è alla ricerca di 10 importanti responsabili della rivolta.

Secondo alcune testimonianze locali, ieri sera, fra 2 e 3 mila Uiguri, l’etnia musulmana che vive nello Xinjiang, si sono radunati nelle strade del centro di Urumqi e si sono scontrati con almeno 1000 poliziotti. Alla carica della polizia e agli spari è seguita la dispersione, rottura di vetrine, incendi di auto e bus. A tutt’oggi Urumqi è sotto uno stretto coprifuoco.

I dimostranti hanno detto che essi hanno voluto manifestare contro l’emarginazione che subiscono da parte della popolazione Han (cinese) che nello Xinjiang e in tutta la Cina ha in mano l’economia e l’amministrazione locale.

Le rivolte a causa del lavoro e della disoccupazione sono in crescita. Secondo il ministero della sicurezza ve ne sono almeno 87 mila in un anno. Se la crisi si approfondisce, c’è il rischio che la lotta di tipo sindacale si trasformi in una guerra interetnica.

Le rivolte nello Xinjiang datano da oltre mezzo secolo. La popolazione Uigur rivendica maggiore autonomia dal governo centrale e gruppi di musulmani del Movimento islamico del Turkestan orientale sono responsabili di attacchi terroristici.

La mano pesante del regime di Pechino si manifesta nel gran numero di arresti e di condanne a morte, almeno centinaia all’anno. Ma per frenare “il terrorismo”, Pechino controlla tutta la vita religiosa degli Uiguri: controlli sui discorsi degli imam, divieto a giovani a partecipare alla preghiera in moschea prima dei 18 anni, continue demolizioni di moschee e scuole islamiche.

Secondo Forum 18, agenzia protestante con base  a Oslo, la persecuzione religiosa nello Xinjiang ha ragioni anzitutto economiche ed è finalizzata a stroncare l'identità della popolazione Uiguri per spogliarla delle ricchezze della zona, ricca di petrolio e gas naturale. Per questo Pechino da anni favorisce la migrazione nella regione di milioni di cinesi Han, che ormai sono  almeno il 50% dei circa 20 milioni di residenti: essi hanno preso il controllo dei commerci e dei posti di potere, mentre gli Uiguri (42%) sono soprattutto contadini.

 Il governo cinese attribuisce tutte le responsabilità della rivolta di ieri ai gruppi di Uiguri esiliati all’estero e in particolare a Rebiya Kadeer, ora esule negli Stati Uniti, dopo aver passato oltre 5 anni in prigione per aver difeso una maggiore autonomia della sua etnia. Secondo Xinhua la manifestazione di ieri “era un crimine violento, premeditato e organizzato” atto a rovesciare il potere cinese.

Ma gli Uiguri in esilio affermano che le dimostrazioni sono solo un segno dell’insofferenza degli Uiguri verso la discriminazione e l’oppressione politica ed economica degli Han. Esperti di Human Rights Watch affermano che attribuendo gli scontri etnici a “piani eversivi dall'estero”, il governo cinese utilizza schemi già usati e abusati con le rivolte nel Tibet dello scorso anno.

Uiguri e attivisti per i diritti umani temono che nei prossimi giorni ci sarà un aumento della repressione: si registrano già raid e arresti nelle università. La Cina si prepara ad ottobre a celebrare i 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese e sta attuando ovunque controlli e arresti per evitare spiacevoli sorprese.