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http://www.asianews.it/notizie-it/Non-si-elimina-la-vergogna-dei-laojiao-per-almeno-500-mila-cinesi-17699.html
22/02/2010
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Decine di migliaia di persone in Cina sono detenute nei laojiao, veri campi di lavoro forzato dove si arriva senza processo penale, basta essere considerati causa di problemi o avere presentato petizioni al governo per chiedere giustizia. Di frequente sono le stesse autorità amministrative, o addirittura la polizia, a decidere di internare nei campi i “disturbatori”, per periodi anche lunghi, spesso senza nemmeno comunicare il provvedimento di condanna. Eppure il governo di Pechino già nel 2007 aveva detto che avrebbe cancellato tale sistema. La statunitense Laogai Research Foundation (Lrf) stima che in tali campi ci siano almeno 500mila detenuti. Altri gruppi pro-diritti dicono che, secondo i dati ufficiali del ministero per la Giustizia, sono oltre 190mila, seppure aggiungono che il calcolo preciso appare impossibile per la carenza di dati. Hu Xingdou, esperto di Pechino che si batte per l’abolizione dei laojiao, dice che ne esistono oltre 300 accertati, ciascuno che ospita da 1000 a 2mila detenuti. Ma tutti concordano che ce ne sono molti altri non ufficiali, dove i disturbatori sono portati per giorni e settimane, senza nemmeno un’accusa ufficiale. Eppure da oltre due anni Pechino afferma che è allo studio un progetto di legge per sbarazzarsi dei laojiao. Parallalo al sistema del laojiao (rieducazione attraverso il lavoro) vi è il laogai (riforma attraverso il lavoro), dove la polizia cinese manda i recidivi. Entrambi i due sistemi prevedono i lavori forzati. La Lrf stima che dagli anni ’50 sono stati in queste prigioni tra 40 e 50 milioni di persone. La gran parte dei laogai sono prigioni usate dal Partito Comunista che risultano in via ufficiale eliminate dopo il 1994. Nei centri di riforma -tramite-lavoro (laojiao) sono portati i colpevoli di crimini minori, come prostituzione, furto con scasso e aggressione. Per esempio, lo scorso novembre il gestore di un ristorante di Shenzhen è stato condannato a un anno di laojiao per avere spacciato banconote false. Ma i gruppi per i diritti umani documentano la ininterrotta detenzione di contestatori e attivisti prodiritti. Come Zhang Huaiyang di Shenyang, condannato a 18 mesi a giugno per avere messo online su internet il documento Charta 08 e alcuni articoli politici. Il China Human Rights Defenders spiega che Zhang ha cercato senza successo di ottenere la riforma della condanna avanti al tribunale locale. Tra i detenuti c’è anche Zhang Jie, reclusa parecchie volte per avere presentato petizioni al governo di Pechino per chiedere il risarcimento per la demolizione della sua casa. Harry Wu, fondatore della Lrf, è stato 19 anni nei laogai, dopo il suo arresto nel 1960 per esseri opposto all’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica. Dopo il rilascio nel 1979 è emigrato negli Usa e da allora si batte per denunciare questo scandalo al mondo. Dice che nei laojiao i detenuti sono costretti a lavorare, la ragione ufficiale è di redimerli per ottenerne il recupero sociale. Ma spesso sono solo utilizzati per le esigenze delle autorità: fare palloni da gioco per le Olimpiadi di Pechino del 2008; prodotti per l'esportazione come luci di Natale, scarpe, parti di autoveicoli e altro. Hu ricorda che per esserci detenuti “non occorrono prove, non occorre processo…. Non c’è diritto di appello”.
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