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A COPENHAGEN MUORE LA SCIENZA
di Riccardo Cascioli
Alla vigilia del vertice di Copenhagen sul clima c’è un dato che emerge con chiarezza: qualsiasi decisione verrà presa, la scienza – che pure dovrebbe essere il fondamento di tali scelte politiche - non c’entra assolutamente nulla. La questione è apparsa evidente dopo lo scoppio del “Climagate”, ovvero la pubblicazione di migliaia di e-mail “rubate” all’Università di East Anglia (Regno Unito) da cui emerge con chiarezza che decine di scienziati tra i più influenti si sono scambiati informazioni e pareri per “truccare” i dati sulle temperature in modo da mantenere alto l’allarme riscaldamento globale.

Se davvero la “politica del clima” avesse a che fare con la “scienza del clima” ce ne sarebbe abbastanza almeno per fermarsi un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda: è vero che questi scienziati ci hanno presi in giro? E se sì, qual è il punto vero della conoscenza scientifica riguardo il clima? E la conoscenza attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di prendere?

Domande di puro buon senso per governanti e amministratori che stanno impegnando risorse finanziarie pubbliche enormi in politiche e scelte economiche che hanno come giustificazione “evitare la catastrofe climatica”. Ma sono ormai passati più di 10 giorni e non abbiamo visto neanche un politico o un governante di un certo peso prendere in considerazione queste domande. Né abbiamo visto alcuno turbarsi  o porre domande quando è emerso con chiarezza che dal 1998 le temperature globali non sono più aumentate, anzi: più di uno scienziato parla ora di un possibile raffreddamento per i prossimi decenni.

Si va avanti come se nulla fosse accaduto, come se – appunto – la “scienza del clima” non avesse nulla a che fare con la “politica del clima”. E in effetti è proprio così, la scienza è stata usata in tutti questi anni strumentalmente per far avanzare un disegno politico, economico e culturale che ha tutt’altri scopi (si legga al proposito R. Cascioli – A. Gaspari, Che tempo farà, Piemme 2008). E tanti scienziati sono stati al gioco,  chi per convinzione, chi per interesse (pensate alla massa di soldi che si è concentrata sugli istituti e centri di ricerca sul clima pro-riscaldamento globale), ma in ogni caso facendo la propria fortuna grazie a questa isteria di massa. Come grande fortuna hanno fatto i movimenti ecologisti – che pure non sono stati gli iniziatori di questo circo -; i giornalisti dei grandi media, che ora coprono lo scandalo di cui sono stati complici e corresponsabili ; i politici che hanno fatto e fanno a gara a chi è più verde; la grande industria, che mette fuori gioco la concorrenza a colpi di brevetti “verdi”.

Tutti uniti ora in questa congiura del silenzio, compresi i leader dei Paesi in via di sviluppo che vanno a Copenhagen come si va alla fiera delle vacche: ognuno reclamando il proprio stato di “vittima dei cambiamenti climatici” per aggiudicarsi quanto più possibile del bottino, costituito dai miliardi di dollari messi in palio da un Occidente che si scarica così dei suoi sensi di colpa per essere ricco e potente. Soldi che  oltretutto andranno nelle casse di governi che hanno già dato ampia prova di saperli far sparire a beneficio di pochi. Paesi africani che soffrono di siccità, atolli del Pacifico che affermano di affondare, governi dell’Asia meridionale spazzati dai cicloni: tutti in fila alla cassa, ma neanche un soldo andrà per l’unico progetto che può aiutare i popoli: lo sviluppo. Eppure il problema di queste popolazioni non è il clima che cambia (il clima è sempre cambiato) ma la povertà, il sottosviluppo, che rende estremamente vulnerabili ai capricci del clima così come alle malattie, alle crisi economiche globali e a qualsiasi evento che, per quanto piccolo, è in grado di sconvolgere esistenze tanto precarie.

Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il nemico numero uno  dei “politici del clima” e si farà di tutto per evitare che accada, anzi anche i Paesi ricchi sono chiamati ad andare verso la decrescita (quante volte avete sentito il ritornello “Cosa succederà al pianeta se anche cinesi e indiani assumeranno il nostro stile di vita?”). Il vertice di Copenhagen, anche se è già chiaro che fallirà nell’obiettivo originale – imporre un limite vincolante alle emissioni di CO2 – segnerà però un altro punto a favore dell’affermarsi nella mentalità comune di una ideologia contro l’uomo. Oltre che la sconfitta della scienza.
 
CRU, PASSAGGIO DISINVOLTO DAL FREDDO AL CALDO
di Riccardo Cascioli
Fra le tante cose interessanti che emergono dalla lettura del Rapporto sul Clima preparato per la Cia nel 1974 (di cui riferiamo in altri articoli) ce n’è una che vale la pena mettere in risalto. Gli estensori del rapporto infatti, nel fare la rassegna delle tre principali scuole di ricerca sul clima, mettono al primo posto quella Climate Research Unity (CRU) al centro del Climagate di questi giorni. Dunque, questo centro di eccellenza, che da qualche anno si diletta a truccare i dati per convincerci tutti della causa umana del riscaldamento globale, solo 30 anni fa cercava di convincere il mondo che eravamo già entrati in una nuova “piccola era glaciale”.

Ma la curiosità non è solo questa, perché si potrebbe ben dire che cambiare idea è lecito quando nuovi dati a disposizione ci dimostrano l’erroneità della nostra tesi. Ma il fatto è, stando al Rapporto della Cia, che la specificità del Cru, diretto allora dal professor H.H. Lamb, è “nello stabilire le tendenze climatiche statistiche”, ovvero la ricostruzione del clima del passato – in termini non solo di temperature ma anche di intensità di radiazioni solari e distribuzione delle precipitazioni - per ricavarne indicazioni per il futuro.

In particolare si afferma che è stata ricostruita la climatologia della Terra andando indietro fino a un periodo di 50 milioni di anni, in cui sono stati ben individuate le caratteristiche dei periodi glaciali e dei periodi interglaciali. Un meticoloso studio da cui si ricava indiscutibilmente una tendenza alla glaciazione, che potrebbe avvenire entro 200 anni (ne sono passati già 35).

E allora, come mai in pochi anni al CRU si è passati alla convinzione opposta? Si è forse rivelata sbagliata la ricostruzione del passato? O sono emersi nuovi interessi che hanno consigliato di “rileggere” i dati a disposizione?
Sono domande che esigono una risposta chiara, e dovrebbe essere la stessa comunità degli scienziati – per la loro stessa credibilità - a chiedere che si faccia chiarezza. Qualcuno ha già cominciato a chiedere. Ma qualcosa ci dice che attenderemo invano una risposta.

 

ZI09120307 - 03/12/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-20598?l=italian

Il Global Warming tra scienza, ideologia ed approssimazione

di Guido Guidi*

ROMA, giovedì, 3 dicembre 2009 (ZENIT.org).- La scienza del clima ha subito nelle ultime decadi un processo evolutivo che non ha pari in alcuna altra disciplina scientifica. La maggior parte di questo processo ha avuto luogo in seno all’IPCC, l’istituzione intergovernativa appositamente creata dalle Nazioni Unite per studiare i cambiamenti climatici.

Dalla sua costituzione ad oggi, l’IPCC ha prodotto quattro rapporti, l’ultimo dei quali, costituito da mille e più pagine, è stato condensato in una ventina di cartelle e intitolato Summary for Policy Makers. In questo sunto, è stato praticamente impossibile includere tutte le incertezze, i distinguo e le carenze di comprensione scientifica che pur se con fatica, hanno comunque trovato almeno in parte spazio nel corpo del rapporto.

Ciò nondimeno, è cosa nota che sono ben pochi quelli che, di fatto, ne hanno letto anche solamente il sommario. In questo modo, il lavoro del Panel finisce per essere riassunto in un semplice messaggio di stampo fideistico e iconoclasta: il riscaldamento occorso nelle ultime decadi del secolo scorso è innegabilmente di origine antropica.

Questo è quanto viene recepito e sbandierato ai quattro venti dalle organizzazioni che si occupano di ambiente, alimentando la confusione e l’equivoco - spesso non involontari - che sono stati generati tra i concetti di clima e ambiente. E infine questo è quanto i policy makers, destinatari delle famose 20 pagine, sono costretti ad assecondare, per trovare più il consenso che la soluzione al problema. E, mentre il primo arriva puntuale, la seconda, stante il grave rischio di sbagliare la cura, stenta ad arrivare. Per quel che attiene l’ambiente, perché con tutta l’attenzione rivolta ai gas serra, si finisce per trascurare tutto il resto; per il clima perché è evidente che il peso delle attività umane va ben oltre l’accrescimento dell’effetto sera e avviene a scala regionale e locale piuttosto che globale, essendo riconducibile ad ambiti che sarebbe invece doveroso affrontare a prescindere dal clima che cambia, come ad esempio la cura del territorio o delle risorse idriche.

Tuttavia gli accordi perseguiti sono globali e includono l’implementazione di provvedimenti di mitigazione anch’essi di respiro globale. Questi, almeno sin qui, ma quanto si prospetta per il futuro non differisce di molto, appartengono a due categorie: provvedimenti inutili e proponimenti impossibili.

Alla prima di queste appartengono il Protocollo di Kyoto e le proposte recentemente avanzate per una sua sostituzione dagli Stati Uniti e dalla Cina che, a conti fatti, si discostano poco o affatto dal cosiddetto business as usual. Ai fini climatici, quand’anche le proiezioni fossero corrette – cosa che ad oggi non è – non hanno alcuna speranza di produrre la benché minima mitigazione, pur conservando il pregio di dare conforto ai mercati finanziari, ansiosi di gettarsi nella bolla speculativa del traffico dei certificati di emissione.

Le proposte della UE e le richieste dei paesi in via di sviluppo sono invece proponimenti impossibili. Il rateo di decarbonizzazione che sarebbe necessario adottare per implementare le prime e l’impegno economico richiesto per accontentare i secondi sono ad oggi a dir poco utopistici.

Tutto ciò, naturalmente, solo se si assumono come veritiere le proiezioni climatiche, quelle stesse proiezioni che hanno fallito nell’intercettare la stasi delle temperature medie superficiali occorsa negli ultimi dieci anni. Perché? Perché queste simulazioni, pur in fase di continuo sviluppo, contengono ancora un livello di semplificazione delle dinamiche del clima che ne condiziona i risultati.

Queste semplificazioni sono la diretta conseguenza dello scarso livello di comprensione scientifica di molti dei fattori di forcing esogeni ed endogeni cui il sistema è soggetto. Finché questi non saranno compresi, non sarà possibile fare alcuna previsione affidabile.

Un altro problema è costituito dalla rappresentatività dei dati che descrivono il clima del passato e quello del presente. Ebbene, le simulazioni riescono a riprodurre questi dati scarsamente rappresentativi solo con l’innesto di un contributo antropico, ovvero assegnando al sistema una reattività al forcing da gas serra decisa a tavolino. Per cui il riscaldamento più che un output è un input dei modelli di simulazione.

Nonostante ciò il mondo si scalda, questo è innegabile. E lo fa con assoluta mancanza di linearità, mentre il fattore forzante che dovrebbe essere causa unica e dominante di questo riscaldamento agisce in modo lineare.

Basterebbe già questo ad instillare un ragionevole dubbio, ma non è tutto. Dai dati satellitari, molto più omogenei e immuni agli innumerevoli bias locali, scopriamo anche che si scalda meno di quanto non risulti dalle misure di superficie e inoltre non si scalda dove la teoria dei gas serra dice che si dovrebbe scaldare, cioè a 5/6 km sopra le nostre teste. Ancora una volta, perché? Perché la gran parte del riscaldamento ascrivibile all’uomo è locale e dipende dall’urbanizzazione e dalla variazione dell’uso del suolo e si sovrappone ad una tendenza di variazione dello stato termico del pianeta iniziata almeno due secoli prima che si potesse parlare di effetto antropico.

Così scopriamo anche che il dibattito è tutt’altro che chiuso, nonostante la posizione monolitica del cosiddetto “consenso” scientifico. Posto che il consenso è più proprio del vivere civile che del dibattito scientifico, essendo quest’ultimo piuttosto fondato sul dubbio, proviamo a vedere in cosa risiede questo consenso.

Il corposo lavoro dell’IPCC è diviso in tre ambiti principali. Il primo di questi ha il compito di fornire le basi scientifiche su cui poggiano la valutazione dei rischi (delegata al secondo) e le azioni di mitigazione (compito del terzo). Bene, il Working Group 1 ha sede alla Climate Research Unit della University of East Anglia in Inghilterra. Questo centro di ricerca è salito recentemente agli onori della cronaca per la vicenda delle e-mail e dei dati sottratti ai loro server. Dalle conversazioni rese pubbliche, pur illegalmente, emerge un atteggiamento tribale di chiusura completa verso le opinioni di quanti non si trovano d’accordo con il mainstream scientifico, arrivando al punto di esercitare pressioni su revisori ed editor delle riviste scientifiche più accreditate perché limitassero o evitassero la pubblicazione di lavori non conformi al loro pensiero.

Ne risulta un dibattito che più che essere chiuso è inquinato da atteggiamenti ideologici, che è necessario eliminare se si vuole che la ricerca torni a perseguire lo scopo che gli è proprio, ovvero il progresso della conoscenza.

Qualcuno parlerà di questo a Copenhagen? Certamente no, perché quello che si apre tra pochi giorni è un summit politico, peccato che non poggi affatto sulle solide basi scientifiche che quelli che saranno chiamati a decidere pensano che abbia e che invece necessariamente dovrebbero avere.

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*Il Tenente Colonnello Guido Guidi lavora da venti anni nel Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare, mentre da due anni è curatore del blog Climate Monitor