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leggi un nostro articolo sul tema dell'ambiente  

di Paolo e Luca

UN SUMMIT DAVVERO CATASTROFICO
di Antonio Gaspari
Dopo 12 giorni di urli, strepiti, scene di isteria, riunioni notturne, catastrofi annunciate, manifestazioni con toni apocalittici e disperati, conferenze stampa e presentazioni cancellate, il vertice sul clima di Copenaghen si è concluso con un accordo così piccolo da essere insufficiente a coprire la vergogna dei tanti fondi spesi e della tanta anidride carbonica generata durante il Summit mondiale.

Secondo gli organizzatori il vertice ha visto la partecipazione di 15.000 delegati in rappresentanza di 192 Paesi nonché di 103 tra capi di stato e premier. 1200 auto con autista, 140 jet privati, un carcere temporaneo per ospitare, all'occorrenza, 4.000 detenuti. 5.000 giornalisti a cui si aggiunge un imprecisato numero di curiosi, ong, manifestanti verdi, no global, ecc. che ha determinato il rilascio in atmosfera di 41.000 tonnellate di CO2. L'equivalente della produzione in un anno di una città di 150 mila abitanti. E tutto questo spreco per un documento che nella quasi totalità dei pareri è stata definita “aria fritta”.

In effetti il documento finale è poco più che una dichiarazione di intenti in cui si pone come obiettivo il contenimento dell'aumento della temperatura mondiale entro i due gradi centigradi, si chiede ai Paesi ricchi una riduzione non quantificata delle emissioni di CO2. Sempre i Paesi ricchi dovrebbero mettere a disposizione 30 miliardi di dollari per il biennio 2011-2012. I Paesi in via di sviluppo si impegnano ad attuare misure di mitigazione ma senza nessun vincolo, ed è previsto un più celere meccanismo di trasferimento di tecnologia tra Nord e Sud.

Al di là del deludente documento finale, in realtà al vertice di Copenaghen si è assistito ad una lotta feroce tra coloro (Unione europea e USA) che intendono alimentare una bolla speculativa verde con un accordo mondiale fatto di carbon tax e mercato di carbon credits, e Paesi come Cina, India, Brasile, Sudafrica che non hanno nessuna intenzione di sacrificare la crescita demografica ed economica sull'altare pagano di una divinità vendicativa di nome Gaia.

I Paesi in via di sviluppo hanno resistito alle pressioni politiche ed hanno respinto le offerte di denaro per accettare un gravoso accordo. Secondo i calcoli fatti dall'Agenzia Internazionale dell'Energia infatti, il costo per limitare il surriscaldamento di due gradi centigradi ammonterebbe almeno a 10.500 miliardi di dollari. Quasi il triplo delle stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale. La difesa del diritto allo sviluppo insieme all'evidenza sempre più manifesta che non sono certo le attività antropiche a determinare le variazioni climatiche, ha consolidato il fronte dei Paesi in via di sviluppo e indebolito ulteriormente la politica di carattere speculativa e malthusiana sostenuta dai Paesi ricchi.

In questo contesto si è levata forte e chiara la voce del Pontefice Benedetto XVI, il quale nel messaggio per la pace (che verrà diffuso nel mondo il primo gennaio del 2010) ha respinto l'ideologia che porta a considerare l'essere umano come tale un pericolo per l'ambiente e che propugna il controllo della popolazione come misura per difendere la natura. Dopo aver messo in guardia da «un nuovo panteismo con accenti neopagani», caratteristica di una certa ideologia verde, il Papa ha spiegato che «la vera protezione della natura è collegata al rispetto della dignità della persona». Illustrando l'“ecologia umana” Benedetto XVI ha sottolineato che «non si può domandare ai giovani di rispettare l'ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi» per cui «quando l'ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio».

ZI09122101 - 21/12/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-20816?l=italian

Lo sviluppo solidale è la chiave del dopo-Copenhagen

di Riccardo Cascioli*

ROMA, lunedì, 21 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Davanti alle sfide poste dai problemi ambientali la strada da seguire è quella dello sviluppo solidale. È l’affermazione cruciale ribadita domenica da Benedetto XVI al termine dell’Angelus, con riferimento al vertice di Copenhagen sul clima che si è aperto ieri. Essa sottolinea con forza la centralità dell’uomo – come soggetto e come fine – in ogni questione sociale, compresa quella dell’ambiente. La Chiesa preferisce parlare di sviluppo solidale, anziché sostenibile, perché quest’ultimo è un concetto che si presta ad alcune ambiguità, mentre l’interesse prioritario e non negoziabile dei cattolici è promuovere la dignità di ogni persona umana, incluse quelle che devono ancora nascere.

La solidarietà, legata al tema dello sviluppo, implica il riconoscimento dell’appartenenza di tutti all’unica famiglia umana e la pari dignità di ogni essere umano. Non si può dunque sacrificare lo sviluppo di alcuni per salvarne altri, né a maggior ragione si può sacrificare alcuni nel nome di priorità «ambientali». Anche perché, oltre che essere immorale, questa visione ha già dimostrato nella storia la sua logica perversa, in quanto generatrice di conflitti.

Il tema della solidarietà fra gli uomini e fra questi e la natura conduce a una seconda parola non casualmente usata dal Papa: il creato. Rispetto al termine ambiente – che può essere interpretato in contrapposizione all’uomo o almeno come "altro" dall’uomo –, creato implica una visione positiva della realtà e dell’uomo, che affonda le radici nell’esistenza di un Creatore da cui tutto dipende.

La terra non è un organismo autonomo che reagisce alle aggressioni come il corpo umano fa con i virus, ovvero con la febbre (non si parla forse spesso di «febbre del pianeta» per descrivere il riscaldamento globale?), ma è dono di Dio all’uomo. L’uomo non solo è parte del Creato, ma è la prima tra le creature. Esiste cioè una gerarchia ontologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi. D’altro canto, proprio perché è creatura l’uomo deve rendere conto al Creatore: la superiorità sulle altre creature non è disponibilità assoluta, ma è una responsabilità davanti ai propri simili e a Dio.

La dottrina sociale della Chiesa usa una formula semplice per esprimere questo concetto: la natura è per l’uomo, ma l’uomo è per Dio. L’insistenza del Papa su questi punti non è casuale perché spesso, quando si parla di ambiente, da alcune frange del movimento ecologista viene un rimprovero al cristianesimo che, col suo antropocentrismo, sarebbe addirittura una concausa dei disastri ambientali. Il problema del corretto rapporto con la natura è invece di natura morale, ovvero di come l’uomo gioca la sua libertà nel collaborare alla Creazione (cfr. Laborem Exercens, n.25): se segue il progetto di Dio rende la Creazione più bella e più umana; se invece persegue il proprio progetto, «sfigura» la Creazione.

È proprio per questo che, parlando al clero di Bressanone il 6 agosto 2008, Benedetto XVI sosteneva che il primo nemico dell’ambiente è l’ateismo: «Il consumo brutale della Creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi (…). E lo spreco della Creazione inizia dove (…) non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte».

E ancora, nella Caritas in Veritate spiega che «l’uomo può responsabilmente utilizzare [la natura] per soddisfare i suoi legittimi bisogni –- materiali e immateriali – nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l’uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne».

In questa prospettiva si inserisce anche il richiamo a stili di vita sobri. La sobrietà non consiste nell’usare poco, ma nell’usare secondo le giuste finalità. O, come esortava il Papa domenica, «a rispettare le leggi poste da Dio nella natura».

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*Riccardo Cascioli è scrittore e giornalista del quotidiano “Avvenire”, nonché direttore del Centro Europeo di Studi su Popolazione Ambiente e Sviluppo (Cespas).

 

 

MIGLIORE (S. SEDE): LO SVILUPPO AIUTA L'AMBIENTE
di Mimmo Muolo

È una sorta di compendio del magistero del Papa sui temi ambientali, quello che Benedetto XVI ha detto domenica dopo l’Angelus. Un compendio, sottolinea monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, che «in poche righe spiega la specificità della posizione del Santo Padre e della Chiesa sulle questioni che verranno trattate a Copenhagen». Monsignor Migliore sarà nella capitale danese a partire da lunedì prossimo, per guidare la delegazione vaticana alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Ma intanto, al telefono da New York, commenta per Avvenire le parole del Pontefice.

In che cosa consiste la specificità alla quale lei si riferisce?
Soprattutto il vocabolario usato dal Papa. Benedetto XVI non parla di ambiente, ma di creato, non usa il verbo difendere, ma salvaguardare. E mette l’accento sulla «dimensione morale della vita umana». Le differenze sono sostanziali rispetto a certi movimenti ecologisti.

In che senso?
Parlare di creazione pone la questione nella giusta prospettiva, poiché ricorda a tutti che l’ambiente è un dono di Dio. Dunque non si tratta di difenderlo da un nemico, in molti casi identificato con l’uomo, ma di salvaguardarlo così come Dio stesso ha voluto quando ha affidato proprio all’uomo questo compito. E qui, infatti, il Santo Padre richiama la dimensione morale dell’agire umano nei confronti del creato.

Benedetto XVI parla anche di un possibile collegamento tra sviluppo e rispetto della creazione. Dunque queste due esigenze non sono di per sé antitetiche.
Direi proprio di no. Anzi è lo sviluppo che ci aiuta a contenere i fenomeni climatici. Pianificare investimenti ecologici sottraendo fondi allo sviluppo significa probabilmente non favorire né la salvaguardia del creato, né lo sviluppo stesso. A tutto svantaggio dei poveri e delle generazioni future che sono invece centrali nel discorso del Papa.

E questo, concretamente, in relazione ai cambiamenti climatici, come si coniuga?
Il clima sulla terra cambia da millenni. E da sempre gli uomini, gli animali e le piante hanno dovuto adattarsi. Lo sviluppo serve proprio a questo. Ad esempio a far sì che nelle zone di siccità possano essere realizzate opere di canalizzazione dell’acqua. O che in quelle che subiscono frequenti inondazioni, la forza degli elementi non provochi danni eccessivi. Anche la tecnica di costruzione delle case può aiutare a creare ambienti isolati dal freddo o dal caldo, in modo da non dover consumare grandi quantità di energia per questi fini. Sviluppo e salvaguardia del creato non sono nemici, ma anzi grandi alleati.

Da Copenaghen che cosa è lecito attendersi?
Probabilmente si arriverà a un accordo politico di base per il futuro. Personalmente sarei contento se dai lavori emergesse la convinzione che queste non sono solo questioni tecniche. Riduciamo di un tot per cento l’emissione di gas serra, stabiliamo gli investimenti e chi li paga e va bene così. Occorre invece puntare di più sulla dimensione morale, coinvolgendo non solo i tecnici, ma gli stili di vita di tutti. Prendersi cura delle foreste, della qualità dell’aria e dell’acqua, costruire abitazioni compatibili e non solo speculare sull’edilizia. Insomma creare una cultura dell’ambiente.

Il magistero «verde» di Benedetto XVI aiuterà in questo senso?
Me lo auguro. In effetti molti sostengono che egli sia un «Papa verde». Una definizione che trovo un po’ riduttiva. Ciò che sta a cuore al Santo Padre e alla Chiesa è fornire motivazioni alla politica, perché le decisioni tecniche siano ispirate proprio ad una accresciuta cultura del rispetto e della promozione del creato.