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ZI10050706 - 07/05/2010
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La difficoltà di essere un Vescovo “ufficiale” in Cina

 
ROMA, venerdì, 7 maggio 2010 (ZENIT.org).- Non è facile essere un Vescovo “ufficiale” in Cina dopo il comunicato della Santa Sede del 25 marzo, segnala Eglises d'Asie (EDA), l'agenzia dell'istituto delle Missioni Estere di Parigi (MEP).

Interpellati dall'agenzia UCANews, vari Vescovi “ufficiali”, la cui qualità episcopale è riconosciuta sia da Roma che da Pechino, sostengono che l'applicazione di alcuni consigli espressi dalla Santa Sede in questa dichiarazione recente sulla Chiesa in Cina li ha posti in una posizione delicata.

La dichiarazione in questione è stata pubblicata al termine della riunione della Commissione vaticana per la Chiesa in Cina, fondata da Benedetto XVI nel 2007, subito dopo la pubblicazione della sua Lettera ai cattolici cinesi, e che si è riunita per la terza volta a Roma dal 22 al 24 marzo.

Nella nota, la Santa Sede, con una chiarezza e una pubblicità senza precedenti, ha chiesto ai Vescovi della Cina di impegnarsi nel cammino dell'unità della comunione ecclesiale, “evitando quindi di porre gesti (quali, ad esempio, celebrazioni sacramentali, ordinazioni episcopali, partecipazione a riunioni) che contraddicono la comunione con il Papa, che li ha nominati Pastori, e creano difficoltà, a volte angoscianti, in seno alle rispettive comunità ecclesiali”.

Ciò include la partecipazione a cerimonie sacramentali che si svolgano con Vescovi che esercitano il ministero senza il mandato pontificio, l'ordinazione di sacerdoti all'episcopato che non abbiano ricevuto la nomina da Roma o anche la partecipazione all'Assemblea Nazionale dei rappresentanti cattolici, la cui convocazione è stata rimandata per più di un anno, ma che dovrebbe riunirsi prima della fine del 2010.

Questa Assemblea viene convocata ogni cinque anni, e l'ultima, ancora non celebrata, avrebbe dovuto svolgersi nel 2009. Vi partecipano abitualmente i Vescovi, come delegati di sacerdoti, religiosi e laici, e deve eleggere i prossimi presidenti della Conferenza dei Vescovi “ufficiali” e dell'Associazione Patriottica, incarichi attualmente vacanti.

Anche se i tre Vescovi intervistati, che hanno chiesto di mantenere l'anonimato, non hanno menzionato la loro “angoscia”, hanno espresso chiaramente le difficoltà che incontrano. Pur formando parte della schiera dei Vescovi “ufficiali” riconosciuti dal Papa, hanno scelto di non rivelare il proprio nome, il che dimostra la delicatezza della situazione.

Monsignor “Joseph” non nega che questa dichiarazione abbia messo “sotto pressione” i Vescovi cinesi. Ha lodato la “chiarezza” di propositi e le indicazioni “più concrete” per ottenere la “riconciliazione” delle comunità cattoliche in Cina, ma crede che alcuni Vescovi possano avere difficoltà a seguire il consiglio e l'orientamento formulati da Roma.

Le situazioni, ha spiegato, sono diverse da una Diocesi all'altra, e “ogni Vescovo agisce in base alla propria coscienza”. Dal canto suo, ha sottolineato che la sua coscienza non gli permette di prendere parte a un'ordinazione illegittima (cioè senza il consenso del Santo Padre), ma si è mostrato più dubbioso sul fatto di partecipare o meno all'Assemblea Nazionale dei rappresentanti cattolici, pur credendo che questa istituzione “sia contraria allo spirito della Chiesa”.

Anche gli altri due Vescovi – chiamiamoli “Pietro” e “Paolo” – hanno affermato che non parteciperebbero a un'ordinazione episcopale illecita. “Anche se la mia Diocesi o io potessimo soffrire per questo, ovviamente non parteciperei a un'ordinazione illecita”, ha detto “Paolo”. Quanto a un'Eucaristia concelebrata con uno o più Vescovi illegittimi, il che può accadere durante una riunione speciale organizzata dalle autorità ecclesiastiche, ha dichiarato: “Non assisterei se il Vescovo presidente è illegittimo, ma se è uno dei concelebranti è difficile che riesca a fare altro se non partecipare”.

Su una possibile partecipazione all'Assemblea Nazionale dei rappresentanti dei cattolici, il presule ha aggiunto che, pur comprendendo le intenzioni della Commissione per la Chiesa in Cina, sembra difficile che un Vescovo possa rifiutare di partecipare a una convocazione delle autorità. “Come molti miei colleghi, non voglio partecipare all'Assemblea Nazionale, ma è difficile rifiutare”.

L'Assemblea è organizzata dal Governo. “Se non vai alla riunione sarai accusato di non amare il tuo Paese. I funzionari responsabili subiranno la pressione esercitata dai loro superiori e dirigeranno la propria ira contro i Vescovi recalcitranti. Tutto il lavoro che un Vescovo vuole svolgere per la sua Chiesa sarà ancora più difficile”, ha spiegato “Paolo”.

Per monsignor “Pietro”, è difficile mettere in pratica ciò che chiede la dichiarazione del 25 marzo. Come dire “no” ai rappresentanti del potere, che possono esercitare forti pressioni perché questo o quel Vescovo partecipi all'Assemblea Nazionale dei rappresentanti cattolici o prenda parte a un'ordinazione illegittima? “Noi Vescovi non sappiamo cosa fare – ha confessato –. Dopo la pubblicazione della lettera del Papa non abbiamo margini di manovra. Possiamo solo scegliere tra sopravvivere con le lacune del sistema o rompere i contatti con il Governo”.

“Nella Chiesa 'ufficiale' si teme di mettere in pericolo i buoni rapporti con le autorità, costruiti pazientemente anno dopo anno”, ha rimarcato.

Secondo monsignor “Pietro”, la prossima riunione dell'Assemblea Nazionale dei rappresentanti cattolici può portare solo a una divisione della comunità “ufficiale”. “Preferirei partecipare, anche se seduto passivamente, per ampliare le mie possibilità in campo pastorale e per non far vergognare le autorità della mia Diocesi”, ha detto, aggiungendo che secondo lui la maggior parte dei Vescovi “ufficiali” “farebbe lo stesso”.

Agire in altro modo, commenta, sarebbe poco realistico. Chi desidera seguire i consigli della Santa Sede deve prepararsi a relazioni molto più difficili con le autorità e a un controllo decisamente più stretto - che è un altro modo di essere testimone di Cristo, conclude.

ZI10042309 - 23/04/2010
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Cina: nuova ordinazione di un Vescovo "ufficiale" riconosciuto da Roma

Monsignor Joseph Shen Bin arriva in una sede episcopale vacante dal 2006

ROMA, venerdì, 23 aprile 2010 (ZENIT.org).- Nella provincia cinese di Jiangsu, si è celebrata una nuova ordinazione episcopale di un Vescovo "ufficiale" e allo stesso tempo riconosciuto da Roma. Si unisce a due esempi recenti che sembrano mostrare un'evoluzione per la decisione di Pechino di fare concessioni accettando Vescovi riconosciuti da Roma.

Secondo quanto rende noto Eglises d'Asie, l'agenzia delle Missioni Estere di Parigi, le ordinazioni dei Vescovi in comunione con Roma sono frequenti ultimamente in Cina.

L'8 aprile scorso, monsignor Du Jiang, Vescovo "ufficiale" e riconosciuto da Roma, ha preso possesso della sede episcopale di Bameng, nella Mongolia interna. Il 18 aprile, monsignor Paul Meng Qinglu, con l'approvazione di Pechino e del Vaticano, è stato ordinato Vescovo di Hohhot, Diocesi situata anch'essa nella Mongolia interna (cfr. ZENIT, 20 aprile 2010).

Mercoledì 21 aprile è stata la volta del nuovo Vescovo della Diocesi di Haimen, situata nella provincia di Jiangsu, approvato dalla Conferenza dei Vescovi "ufficiali" della Cina ma che aveva ricevuto anche il mandato pontificio.

Monsignor Joseph Shen Bin, 40 anni, è nato in una famiglia cattolica e si è formato nel seminario nazionale di Pechino. E' stato ordinato sacerdote nel 1996 e ha prestato i suoi servizi in varie parrocchie, venendo chiamato nel 1999 al vicariato generale della Diocesi.

Il suo predecessore, monsignor Matthew Yu Chengcai, Vescovo "ufficiale" che non ha mai ricevuto il mandato pontificio, è morto nel 2006 a 89 anni. La sede episcopale era vacante da allora.

L'ordinazione episcopale è stata celebrata nella Cattedrale del Buon Pastore di Nantong, presieduta da monsignor Johan Fang Xinyao, Vescovo di Linyi, della provincia di Shandong, assistito dai Vescovi Francis Lu Xinping, di Nanchino, e Joseph Xu Honggen, di Suzhou, e da monsignor Wang Renlei, Vescovo coadiutore di Xuzhou, tutti e tre della provincia di Jiangsu.

Tutti questi nuovi Vescovi erano in comunione con Roma, salvo monsignor Wang Renlei, ordinato nel 2006 senza mandato pontificio.

Malgrado le tensioni e le varie pressioni, percepibili soprattutto nell'ordinazione di monsignor Du Jiang a causa della presenza tra i celebranti di un Vescovo ufficiale non riconosciuto da Roma ma imposto dalle autorità, queste ordinazioni recenti di Vescovi riconosciuti dal Vaticano e accettati come "ufficiali" caratterizzano, secondo alcuni osservatori locali, un'evoluzione importante nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa in Cina.

A loro avviso, queste ordinazioni episcopali, nonostante la presenza in due di esse di un Vescovo illegittimo (senza mandato pontificio), sembrano mostrare che Pechino vuole fare concessioni, tollerando le candidature di presuli riconosciuti da Roma, che prima si erano visti costretti alla clandestinità.

Hanno assistito all'ordinazione più di venti sacerdoti e circa 2.000 fedeli. Il nuovo Vescovo ha dichiarato di voler dare la priorità alla formazione del clero e a quella dei laici, e all'avvio di un'opera per sviluppare azioni concrete a favore dei diseredati.

Al termine della celebrazione, si è osservato un momento di silenzio per unirsi alle popolazioni vittime del terremoto che il 14 aprile ha colpito la pianura tibetana, nella provincia di Qinghai, e il cui bilancio parla di oltre 2.000 morti, 12.000 feriti e 100.000 senzatetto, secondo i dati dell'agenzia ufficiale Chine Nouvelle del 22 aprile.

La Diocesi di Haimen ha attualmente nove sacerdoti, 21 religiose, 3 seminaristi e 30.000 fedeli, per la maggior parte contadini o operai. E' uno dei primi vicariati apostolici creati in Cina, e il suo primo Vescovo, monsignor Simon Zhu Kaimin, è stato ordinato con gli altri sei primi Vescovi cinesi da Pio XI a Roma nel 1926.