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IL
CASO DI ELUANA / LA DIGNITÀ DELLA PERSONA/ LEGGE SUL FINE VITA Siamo
andati a trovare di recente un ammalato che si trova nelle stesse
condizioni di Eluana, forse è un esperienza che in molti dovrebbero
fare, ci si accorgerebbe subito, come è capitato a noi di non
trovarsi di fronte ad un “vegetale” o ad una “non persona” o a
qualcuno che è già morto ma si riconoscerebbe subito un lui, una
lei. Di fronte all’evidenza capiremmo immediatamente che cosa
significherebbe non nutrire e non dare da bere ad Eluana. Gesù benedice e promette il Regno di Dio a chi sfama gli affamati e disseta gli assetati (Mt 25, 37-40), come possiamo noi cristiani rimanere indifferenti di fronte a quanto sta per accadere? Giustamente diverse associazioni hanno invitato a pregare per Eluana e la sua famiglia, chiedendo loro di non procedere con l’applicazione della sentenza della Corte d’Appello. Questo non significa non comprendere il dolore di questa famiglia o volerla giudicare, anzi esprimiamo loro la nostra vicinanza anche nella preghiera, ma la verità va affermata e il male riconosciuto. Il Cardinale Tettamanzi ha scritto: “Sino all’ultimo momento ho sperato e pregato che fosse rispettata la vita e la dignità personale di questa giovane donna. Anche ora che la drammatica vicenda della sua esistenza terrena sembra irrimediabilmente consegnata ad una conclusione irragionevole e violenta, rivolgo - sperando contro ogni speranza - la mia supplica a Dio, Signore della vita. A lui chiedo che, secondo i disegni della sua misericordia onnipotente, non lasci mancare un’estrema opportunità di ripensamento a quanti si stanno assumendo la gravissima responsabilità di procurarle la morte, privando dell’acqua e del nutrimento questa sua amata creatura. La vita umana rimane sempre, in qualunque condizione fisica e morale, il bene fondamentale, prezioso e indisponibile che Dio consegna a ciascuno di noi e del quale noi tutti siamo custodi e servitori responsabili, non padroni.” L’opinione
pubblica negli ultimi mesi è stata colpita dalla vicenda di Eluana
che, in seguito ad un incidente, si trova in quello che viene definito
stato vegetativo permanente. Eluana
è in uno stato di incoscienza anche se tutte le sue funzioni vitali
continuano a funzionare. Solo una parte del suo cervello non reagisce
agli stimoli, non si tratta di morte celebrale ma di una situazione di
disabilità estremamente grave. La sua non è una malattia terminale,
necessita di quello che tutti noi abbiamo bisogno acqua, cibo, calore
umano: di essere curata. Viene alimentata artificialmente perché non
può farlo da sola ma questo non si può ritenere accanimento terapeutico
perché mangiare non è una terapia. Anche il comitato nazionale di
bioetica si è espresso in tal senso. La decisione del giudice viola
un principio di uguaglianza e introduce un elemento gravemente
discriminatorio basato su un concetto del tutto arbitrario di qualità
della vita, un criterio di valutazione della persona in senso
utilitaristico. Quello che è stato concesso si prefigura come un vero
e proprio atto di eutanasia. Se oggi non difendiamo la dignità di
Eluana e la sua vita come potremmo difendere la dignità degli
extracomunitari, dei poveri o di chi è considerato “diverso”?
Sarà sempre più difficile perché una volta introdotto un
principio di discriminazione nel diritto questo potrà venire
utilizzato anche per altre categorie. Il
10 Dicembre 2008 abbiamo festeggiato il 60esimo anniversario della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Il Papa PAOLO VI disse
che si trattava di “quanto più alto ha prodotto la saggezza
umana”. Possiamo
trovarvi il
riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia
umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, tale riconoscimento
si afferma nel preambolo “costituisce il fondamento della libertà,
della giustizia e della pace nel mondo”. L’Enciclica
Evangelium vitae afferma: "Pur tra difficoltà e
incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con
la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può
arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cfr Rm
2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al
suo termine. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l'umana
convivenza e la stessa comunità politica" (n. 2). Come cittadini
dobbiamo interrogarci su quello che è accaduto, sulla via giudiziaria
che si è perseguita e sulle sue conseguenze. Non possiamo accettare
che un tribunale affermi che esistono condizioni inconciliabili con la
dignità della vita, che il soggetto può decidere se tali condizioni
esistono o no per se stesso (tra
l’altro nel caso di Eluana solo presunta). È
necessario intervenire se non si vuole aprire il varco a esiti
agghiaccianti anche per altre tipologie di malati. La sentenza della
Cassazione mostra come una parte della magistratura scavalchi diritto,
norme costituzionali e codice di deontologia medica, posti a difesa
dell’inviolabilità e indisponibilità della vita umana. Si darebbe
ad un medico la facoltà di uccidere un malato, questo aspetto
dovrebbe far riflettere sul ruolo del medico e su come verrà
modificato il rapporto di fiducia tra i medici e i loro pazienti. Bene
in tal senso ha fatto la Regione Lombardia a riaffermare che "Il
personale sanitario non può sospendere l'idratazione e
l'alimentazione artificiale del paziente, chi procedesse in tal senso
in una delle strutture del Servizio Sanitario verrebbe meno ai propri
obblighi professionali e di servizio ".
Bisognerà
scrivere una legge nella quale si escluderanno richieste in
contraddizione con le norme di buona pratica clinica o che pretendano
di imporre attivamente al medico pratiche per lui inaccettabili in
scienza e coscienza. La richiesta di inequivocabilità dovrà tutelare
il malato contro l’arbitrarietà di tutori e giudici. Se si parla
giustamente della possibilità del malato di esprimere il consenso o
il dissenso ad una terapia non ha senso che le dichiarazioni siano
anticipate rispetto all’insorgenza della malattia e quindi alla
valutazione della possibile cura. E in ogni caso devono essere escluse
richieste con finalità eutanasiche. Il termine 'testamento', mal si
addice alla vita umana. L’alternativa all’accanimento terapeutico
è un uso corretto delle cure palliative e in particolare della
terapia del dolore. La rinuncia all’accanimento terapeutico è da
tutti condivisa e non richiede la liceità dell’eutanasia. Scrivere
la legge oggi, più che autorizzare, impedisce eccessi. Vogliamo
concludere queste nostre righe con l’appello lanciato dalle Suore
della clinica Beato Luigi Talamoni di Lecco dove la donna è al
momento ricoverata «Se c'è chi la considera morta, lasci che Eluana
rimanga con noi che la sentiamo viva». Paolo e Luca Tanduo |
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