EGITTO
La rivoluzione egiziana, un anno dopo
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Il Cairo (AsiaNews) - Oggi 25 gennaio 2012: un
anno da quando in Egitto tutto è crollato, e si è
rovesciato. Un anno pieno di speranza, prospettive,
aspirazioni; ma anche pieno di morte, infelicità,
terribili ferite e lacerazioni, offese morali, diritti
umani violati, anarchia, insicurezza, precarietà,
collasso economico, inflazione terribile, disordine,
violenza. Tutti i pregi e i difetti sono stati accollati
ai rivoluzionari….
Oggi, l’Egitto si è mosso, su molti piani, ma ci sono
ancora alti gradini da superare. Lo dice lo slogan:
“al-thawra mustamirra”, la rivoluzione è permanente,
continua, va avanti…
Il 25 gennaio del 1952, le truppe britanniche di
guarnigione sul canale di Suez hanno sparato ad alzo
zero sulle file di poliziotti egiziani, provocando una
quantità di morti e di feriti. Da allora questo giorno è
diventato la festa annuale della polizia egiziana.
Proprio quella polizia che negli ultimi 60 anni è
divenuta una forza d’urto della repressione per i
totalitarismi succedutisi l’un l’altro nella terra dei
Faraoni.
Gli anni del regime di Mubarak sono stati anni di
particolare repressione; [per questo] quando, a partire
dal 2010, l’ex presidente ha deciso di celebrare come
festa nazionale il 25 gennaio, la società egiziana non
ha accolto bene l’idea.
Negli ultimi 10 anni una serie di eventi e movimenti, si
sono scontrati contro questo consolidato sistema di
oppressione; specie contro il progetto di successione
ereditaria sognato, e organizzato, dalla famiglia
Mubarak. Per primo è venuto il movimento “Kefaya”
(Basta!) che è riuscito a essere sempre più ascoltato.
Poi, gli scioperi nelle fabbriche tessili del Delta.
Infine il movimento del “6 aprile” nel 2008 ha lanciato
un appello per lo sciopero generale, ed ha incontrato
una punizione severa. Nel 2010 una raffica di scioperi e
di sit-in si sono succeduti per lunghe settimane e mesi
davanti al Parlamento, al Senato, e al Consiglio del
ministri, a pochi passi da Midan al-Tahrir, piazza della
Liberazione.
Poi è avvenuto il ritorno in Egitto di Mohammad al
Baradei, il famoso premio Nobel, dopo la fine del suo
mandato a capo dell’Agenzia internazionale dell’energia
atomica. Le sue idee sulla mancanza di democrazia e
sulla corruzione del Paese erano note, e ha trovato ad
accoglierlo all’aeroporto una folla di più di 3mila fan.
Allora si è rivelata la sua qualità di catalizzatore
delle energie giovanili.
I network elettronici hanno contribuito al diffondersi e
propagarsi del movimento di protesta fino al 6 giugno
2010, quando il giovane blogger e attivista Khaled Saïd
è stato selvaggiamente aggredito e ucciso da due agenti
ad Alessandria. Questo massacro ha prefigurato
l’immolarsi, con il fuoco, di Mohammad Bou Azizi in
Tunisia, e ha costituito il filo di paglia che ha
spezzato la schiena del cammello, come si dice in
Egitto: ha scatenato il meccanismo della rivoluzione
della Primavera egiziana, che in realtà è avvenuta in
inverno.
Ufficialmente, l’assassinio è stato mascherato come un
suicidio per abuso di droga; falsando in abbondanza
anche l’autopsia. Ma non hanno ingannato nessuno. Il
famoso specialista di informatica e blogger Waël Ghoneim
ha pubblicato immediatamente una pagina su Facebook
intitolata “Siamo tutti Khaled Saïd’’. Nell’estate 2010
è partito l’appello per una grande dimostrazione di
protesta, contro la violenza della polizia, che doveva
tenersi proprio il giorno della disprezzata festa della
polizia. Conosciamo tutti gli avvenimenti che hanno
portato alla caduta dell’ultimo faraone, o dittatore, e
la violenta reazione del regime e dei suoi sostenitori.
La caduta di Mubarak
Il giorno in cui Mubarak, travolto dalla forza e
dall’imponenza del movimento rivoluzionario ha deciso di
chiedere all’esercito di ristabilire l’ordine, il
ministro degli Interni ha ritirato i suoi soldati; le
prigioni hanno aperto le loro porte, lasciando liberi
circa 40mila criminali comuni, che si sono impadroniti
delle armi dei secondini. Nello stesso tempo 19
commissariati al Cairo sono stati dati alle fiamme, e i
prigionieri sono scappati con le armi e le munizioni lì
custodite. Ad Alessandria i manifestanti hanno attaccato
la sede dell’odiato governatore, mentre a Suez la gente
aspettava gli eventi.
Numerose dimostrazioni in tutto il Paese hanno radunato
milioni di persone, raccolte e unite nell’unico
desiderio di porre fine a una situazione intollerabile e
insopportabile. Studenti giovani e acculturati, che
usavano cellulari, laptop, facebook e twitter hanno
guidato il movimento, e a loro si sono uniti donne e
uomini di tutte le età e classi sociali, colti e
incolti, fondamentalisti e liberal, tutti galvanizzati
dall’obiettivo di ottenere “pane, giustizia sociale,
democrazia e libertà”. Dapprima le forze armate non
hanno voluto attaccare i manifestanti; le folle che
occupavano piazza Tahrir li hanno accolti trionfalmente.
Poi l’esercito se ne è andato, e i contromanifestanti
sono penetrati nella piazza per quella che è stata
definita la “battaglia dei cammelli”.
E’ nata un’organizzazione spontanea, con una logistica
di straordinaria efficienza. Squadre di medici hanno
organizzato ospedali da campo, i ristoranti di fast food
hanno aperto i loro bagni ai manifestanti, una
popolazione generosa ha fornito il cibo distribuito in
maniera equa; prevaleva un’atmosfera generale di
rispetto, principalmente verso le donne.
Piazza Tahrir per tutto il mondo
Si è detto che i manifestanti erano milioni: si dice che
quasi un quarto della popolazione totale dell’Egitto
abbia partecipato al movimento in tutto il Paese. Perciò
uno scrittore come Alaa al-Asswany, e altri suoi
colleghi, si sono sentiti giustificati nel parlare del
movimento come di una vera “rivoluzione”.
Dopo 18 giorni, e quasi mille “martiri” (il numero
ufficiale è di 840) Mubarak ha dovuto ritirarsi; si è
rifiutato di lasciare l’Egitto, dichiarando la sua
intenzione di restare fino alla fine, per morire nella
sua terra. Si è trasferito con la sua famiglia a Sharm
al-Shaiykh, il resort turistico che ha contribuito a
sviluppare, e dove ha organizzato molti incontri
internazionali e congressi.
L’atteggiamento dei giovani rivoluzionari egiziani ha
suscitato l’ammirazione di tutto il mondo. Li abbiamo
visti pulire piazza Tahrir e diffondere il movimento in
tutte le aree, suburbi e città, per raccogliere la
spazzatura e pulire piazze e vie, occuparsi della
manutenzione delle strade, organizzare il traffico,
prendendo il posto della polizia assente. Citiamo
qualche dichiarazione. Barack Obama: “Dobbiamo educare i
nostri figli a diventare come i giovani egiziani”. Il
Primo ministro britannico: “Dobbiamo pensare a insegnare
la rivoluzione egiziana nelle [nostre] scuole”. Il Primo
ministro italiano: “Non c’è nulla di nuovo in Egitto,
gli egiziani stanno facendo la storia, come al solito”.
Il primo ministro norvegese: “Oggi siamo tutti
egiziani”. Il presidente austriaco: “Il popolo egiziano
è il più grande popolo sulla terra; e merita il premio
Nobel per la pace”.
Naturalmente questa atmosfera di euforia non è durata a
lungo. L’esercito e la polizia hanno obbligato i
manifestanti a lasciare la piazza con la forza. A
dispetto di ciò, ogni venerdì si è svolta una
manifestazione, chiamata “la manifestazione da un
milione”. Nel corso dei mesi seguenti, migliaia di
manifestanti sono stati arrestati e giudicati da
tribunali militari, dove non è possibile appello.
Qualche giorno fa il Consiglio supremo della Forze
armate ha deciso di liberare duemila prigionieri fra cui
il famoso Maikel Nabil. Accusato di insultare le Forze
armate, quando tutto quello che ha fatto è stato di
postare su Facebook un video, fatto a piazza Tahrir,
sulla terribile e scandalosa aggressione subita da
giovani donne, con la vergognosa indagine sulla loro
verginità, avvenuta nel marzo 2011.
Sempre a marzo il primo ministro nominato dai militari
ha rassegnato le dimissioni, dopo uno scontro pubblico,
in diretta Tv, con lo scrittore Alaa al-Asswany. Il
nuovo Primo ministro è subito andato a piazza Tahrir per
ricevere la conferma della sua nomina dai manifestanti.
Ha creato molta speranza; ma evidentemente non gli hanno
permesso di guidare e gestire la situazione come avrebbe
voluto. Ancora a marzo, ha avuto luogo il referendum per
emendare alcuni articoli della Costituzione. Il Primo
ministro, e i manifestanti, volevano scrivere una
Costituzione completamente nuova, prima delle nuove
elezioni. In quel momento è emerso un accordo tacito fra
i militari e il movimento dei Fratelli musulmani, in
forte appoggio al referendum: hanno convinto la gente
semplice, la maggioranza della popolazione, a votare
“sì” per guadagnarsi un posto nel giardino dell’Eden, ed
evitare di andare all’Inferno votando “no”.
Violenze contro i cristiani e la popolazione
Eventi tristi si sono succeduti per tutto l’anno, come
gli scontri interconfessionali nel villaggio di Sol,
vicino al Cairo, dove in marzo è stata bruciata e
distrutta una chiesa. I militari hanno deciso di
ricostruirla subito, per le celebrazioni di Pasqua di
aprile. Poi sono state bruciate due chiese a Imbaba, al
Cairo, sulla riva occidentale del Nilo. Un’area
definita, qualche anno fa, la “repubblica islamica di
Imbaba”, perché vi risiede un gran numero di salafiti,
che aggrediscono la popolazione cristiana. Poi c’è stata
l’aggressione agli abitanti cristiani, e la distruzione
di una chiesa, in un villaggio vicino ad Assuan, nel sud
del Paese; un fatto che ha provocato dimostrazioni al
Cairo. Il 9 ottobre è avvenuto il famoso massacro di
Maspero, davanti al palazzo della Tv egiziana sul Nilo.
Circa 20 giovani sono stati uccisi a colpi d’arma da
fuoco, o stritolati dai tank dell’esercito.
A novembre, militari e forze di polizia hanno attaccato
le famiglie dei martiri a piazza Tahrir, provocando una
grande manifestazione - e alcuni giorni di scene
tremende - in cui persone sono morte, altri hanno perso
uno o due occhi, e in cui sono stati lanciati gas
tossici.
A dicembre il nuovo Primo ministro, Kamal al-Ganzhoury,
79 anni e già Primo ministro negli anni ’90, dopo aver
dichiarato pubblicamente che non avrebbe mai usato la
forza contro i manifestanti, ha dato il via a duri
attacchi per disperdere quelli che bloccavano l’accesso
al Parlamento e al Consiglio dei ministri, provocando di
nuovo decine di morti e feriti fra la gente.
Le elezioni
Le elezioni parlamentari hanno avuto luogo dalla fine di
novembre a metà gennaio. Una partecipazione
straordinaria di gente; per la prima volta un’atmosfera
pulita, senza brogli, a dispetto delle molte
irregolarità registrate qui e lì. Il nuovo Parlamento si
è riunito la prima volta il 23 gennaio. Il partito
Giustizia e Libertà, dei Fratelli musulmani, ha
guadagnato il 47% dei seggi; i partiti salafiti hanno
vinto, inaspettatamente, il 24% dei seggi, mentre i
partiti liberali, come il Wafd hanno registrato il nove
per cento, e il “Blocco egiziano” in cui è presente il
partito liberale hanno vinto solo il sette per cento. Il
maresciallo Tantawi, agendo come capo dello Stato, ha
nominato come era prerogativa dei presidenti egiziani,
dieci membri addizionali, fra cui quattro cristiani, di
cui uno è una donna.
Il Parlamento, chiamato in Egitto “Consiglio del popolo”
ha eletto un presidente, del partito Giustizia e
Libertà. Ha rivolto un discorso inaugurale moderato,
ringraziando i militari per aver mantenuto la promessa
di tenere le elezioni, e per quanto hanno fatto da
gennaio in poi, ribadendo inoltre l’eguaglianza fra
tutti gli egiziani (e cioè fra musulmani e cristiani).
Ha indicato fra i primi doveri del Parlamento la
discussione sullo “status” delle famiglie dei martiri,
con lo scopo di organizzare una compensazione equa, con
pensioni, assistenza medica e opportunità di lavoro per
quelli che sono rimasti invalidi. Gli analisti pensano
che i Fratelli musulmani stanno cercando un accordo con
i partiti liberali, piuttosto che un’alleanza con il
partito estremista salafita.
I cambiamenti e la memoria
Tutti hanno gli occhi fissi su ciò che può accadere nel
primo anniversario della rivoluzione. I militari hanno
deciso di fondere una medaglia della rivoluzione e
offrirla ai martiri e ai feriti, che però l’hanno
rifiutata con fermezza; il maresciallo Tantawi ne farà
dono a tutti gli agenti e ufficiali che hanno “protetto”
la rivoluzione. I militari e il governo hanno deciso di
organizzare grandi eventi musicali a piazza Tahrir,
nello stadio del Cairo e in altri luoghi di proprietà
dell’esercito. I giovani del movimento si rifiutano di
partecipare e di festeggiare, dal momento che molti
degli obiettivi della rivoluzione non sono ancora
raggiunti. Il grande imam di al-Azhar, lo sceicco Ahmad
al-Tayyeb ha annunciato che il 25 gennaio non è una data
appropriata per una festa; dovrebbe invece essere
dedicata a commemorare i martiri e i tanti feriti.
In ogni caso, il maresciallo Tantawi ha annunciato ieri
che a partire dal 25 gennaio 2012 lo stato di emergenza,
o legge marziale, in vigore in Egitto da più di 30 anni
sarà abolita su tutto il territorio nazionale, salvo che
per i casi di teppismo. E’ stato giudicato un regalo
prezioso e costoso, offerto agli egiziani. Il
maresciallo ha aggiunto che l’Egitto resterà fedele ai
trattati internazionali firmati e ratificati in
precedenza.
Per ricordare tutto ciò che è accaduto l’anno scorso,
dall’inizio di gennaio è cominciato a circolare, diffuso
dai rivoluzionari, un video in cui si critica fra
l’altro: la gestione degli affari nazionali; l’uccisione
di manifestanti pacifici; la tortura contro i
manifestanti; i test di verginità sulle manifestanti; i
processi militari ai civili; la cancellazione di ogni
processo contro la ex first lady; l’uso di teppisti per
scatenare violenze, e giustificare l’uso di gas tossici,
di proiettili e munizioni; la campagna di stampa per
diffamare il movimento pro-democrazia; la violenza
contro cittadini che chiedevano che i loro diritti
fossero rispettati; la lotta interconfessionale fra
cristiani e musulmani; l’uso di forze islamiche per
minacciare l’occidente e ricordare che solo l’esercito
può essere affidabile, nella politica regionale, e
quindi è degno di appoggio politico e finanziario;
l’accusa per il movimento di collaborare con forze
straniere; l’umiliazione e la tortura per le famiglie
dei martiri; l’aver gettato il corpo di un martire nella
spazzatura; il maltrattamento, la violenza e
l’umiliazione di una manifestante; la corruzione della
giustizia (perché il ministro degli Interni di Mubarak è
stato accolto con manifestazioni di simpatia dai giudici
del tribunale); l’uso del network per spargere teorie e
prospettive apocalittiche; il rilascio di poliziotti
accusati di aver ucciso manifestanti; l’aggressione alle
Ong per i diritti umani.
E a dispetto di tutto ciò, il video afferma: “i
rivoluzionari ritornano di nuovo il 25 gennaio 2012”.
Scommessa sul futuro
Il nuovo ministro degli Interni ha dichiarato che
nell’anniversario della rivoluzione egli vuole
controllare la situazione, perché non vi siano eccessi
durante le dimostrazioni; per questo farà usare
manganelli, spruzzi di vernice indelebile per sei mesi,
sparando alle gambe con proiettili veri. E così ha dato
un’idea chiara delle intenzioni della polizia.
D’altra parte, la gente è preoccupata per il processo di
Mubarak e dei suoi seguaci. È stata chiesta la pena di
morte, ma a quanto sembra la legislazione egiziana non
la permette per chi ha più di 80 anni. E l’opinione
pubblica è molto turbata dall’affermazione del legale
della difesa, che ha svolto la sua perorazione per
diversi giorni, affermando infine che Mubarak è ancora
il presidente perché non ha firmato le dimissioni, non
ci sono state ancora elezioni presidenziali, dopo la
fine del suo mandato a settembre, e la corte che lo
giudica è incostituzionale. La sentenza verrà alla fine
del mese, e la sensazione generale è che sarà assolto.
A febbraio ci saranno le elezioni per il Senato;
dopodiché le due Camere nomineranno duecento persone,
per scrivere una nuova Costituzione; infine avranno
luogo le elezioni presidenziali.
Fra i molti candidati possibili, Mohammad al-Baradei ha
deciso di ritirarsi dalla corsa presidenziale perché
“non c’è ancora una reale democrazia”. Pensa che anche
se il regime è stato decapitato, è ancora vivo e attivo.
“I capitani della nave stanno navigando sulle stesse
acque come prima, come se la rivoluzione non fosse
avvenuta”. Ha affermato che il movimento dei giovani
dovrebbe essere in prima fila alle manifestazioni del 25
gennaio. Gli analisti pensano che stia cominciando a
comportarsi come il vero catalizzatore per il movimento
giovanile, che manca di una leadership organizzativa e
ha bisogno di unificarsi.
In generale, la gente è preoccupata per la sicurezza. Di
recente una suora cattolica è stata aggredita da due in
motocicletta di fronte al suo convento, nella pacifica
area residenziale di Heliopolis, (la città del barone
belga Empain, fondata nel 1905), mentre tornava
dall’università. E’ stata presa per il collo, il velo
strappato. L’aggressore voleva obbligarla a pronunciare
la “Shehada”, la testimonianza di fede musulmana, e dal
momento che si è rifiutata, le ha tagliato la guancia
destra con un taglierino e ha minacciato di spogliarla.
L’arrivo di alcune auto ha obbligato i motociclisti a
scappare, con la sua borsa e il suo velo. Pochi giorni
più tardi la borsa è stata gettata nel cortile del
convento, con tutto ciò che vi era dentro, e con il velo
ridotto a brandelli. La suora ha denunciato l’accaduto
alla polizia, e si è rifiutata di parlare con i
giornalisti o di rilasciare dichiarazioni.
Questo è uno dei molti episodi di violenza e di
insicurezza, in genere furti, che diffondono la
sensazione di una mancanza di sicurezza. D’altra parte
c’è la sensazione generale che il presente governo,
nominato a tempo, si stia comportando come se dovesse
durare a lungo; contraendo prestiti dal Fondo monetario
internazionale, cancellando strutture statali (come il
Consiglio del popolo, o il Consiglio delle donne) e
dando l’impressione di pensare a stabilirsi lì per
sempre, invece di essere pronto a cedere i suoi poteri a
una nuova formazione.
In mezzo a tutto ciò, un segnale positivo è l’eterno
senso dell’humour del popolo egiziano. Nelle ultime due
settimane un’ondata di freddo è passata sull’Egitto, e
sono cominciate a circolare battute del tipo: “Abbiamo
un clima europeo, e un livello di vita della Somalia”;
oppure: “Questo clima è una cospirazione contro
l’Egitto, organizzata dai nemici!” [prendendosi gioco di
alcuni cliché dei militari- ndr].
Ogni volta che la situazione generale diventa più dura,
il popolo egiziano, noto per essere pacifico e aperto,
si rifugia nei “nokat”, scherzi, tipici dell’Egitto, e
questo senso dell’humour aiuta a tenere alto il morale.
Il sorriso dà un senso di generale ottimismo, sulla
lunga distanza, anche se tutti sono pronti a sopportare
momenti duri nell’immediato. Per questo chiudiamo con lo
slogan amato da Alaa al-Asswany: “Democrazia è la
soluzione”, e con quello gridato dai giovani
manifestanti: “la rivoluzione continua”.
