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ZI10053111 - 31/05/2010
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Dolore in Vaticano per le vittime sulla flotta umanitaria diretta a Gaza

Il parroco della città palestinese condanna l'uso della violenza

 
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 31 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha espresso preoccupazione e dolore per le vittime (9 secondo Israele, 19 secondo i media arabi) dell'assalto condotto questo lunedì notte dall'esercito israeliano contro la “Flotta della Libertà”, un insieme di sei imbarcazioni con più di 750 persone a bordo che trasportavano aiuti umanitari a Gaza.

“Si tratta di un fatto molto doloroso, in particolare per la inutile perdita di vite umane”, ha spiegato ai giornalisti padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

“La situazione viene seguita in Vaticano con grande attenzione e preoccupazione. Com’è noto, la Santa Sede è sempre contraria all’impiego della violenza – da qualsiasi parte essa venga -, perché rende sempre più difficile la ricerca delle soluzioni pacifiche, che sono le sole lungimiranti”, ha aggiunto il portavoce vaticano.

Secondo padre Lombardi, “il Papa, che si recherà fra pochi giorni proprio nell’area mediorientale, non mancherà di riproporre con costanza il suo messaggio della pace”. 

“Nella Chiesa 'ufficiale' si teme di mettere in pericolo i buoni rapporti con le autorità, costruiti pazientemente anno dopo anno”, ha rimarcato.

Secondo monsignor “Pietro”, la prossima riunione dell'Assemblea Nazionale dei rappresentanti cattolici può portare solo a una divisione della comunità “ufficiale”. “Preferirei partecipare, anche se seduto passivamente, per ampliare le mie possibilità in campo pastorale e per non far vergognare le autorità della mia Diocesi”, ha detto, aggiungendo che secondo lui la maggior parte dei Vescovi “ufficiali” “farebbe lo stesso”.

Agire in altro modo, commenta, sarebbe poco realistico. Chi desidera seguire i consigli della Santa Sede deve prepararsi a relazioni molto più difficili con le autorità e a un controllo decisamente più stretto - che è un altro modo di essere testimone di Cristo, conclude.

 

Stato di allerta in tutto Israele.

http://www.asianews.it/notizie-it/Stato-di-allerta-in-tutto-Israele.-18551.html

Gerusalemme (AsiaNews) – La polizia e le forze di sicurezza israeliane hanno innalzato lo stato di allerta in tutto il Paese dopo l’attacco al gruppo di navi al largo di Gaza, conclusosi con almeno 10 morti e decine di feriti. Un poliziotto israeliano ha dichiarato ad AsiaNews che “Siamo vicini alla guerra o a una nuova Intifada”.

 
Qua e là in Israele, in particolare a Nazareth, vi sono manifestazioni contro l’attacco alle navi che portavano aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, forzando il blocco imposto da Israele sulla Striscia. Le organizzazioni arabe hanno dichiarato uno sciopero generale. Le forze di sicurezza hanno deciso di chiudere i passaggi di Gaza, alcune strade che comunicano con la West Bank e la Spianata delle moschee.  
 
Le navi sequestrate (in tutto sei) sono state condotte nel porto di Ashdod. Vi sono timori sulla sorte di uno dei leader palestinesi del nord Israele, Raed Salah, che si trovava sulle navi attaccate. All’inizio è girata la notizia che egli era stato ucciso nei raid. Ora anche fonti palestinesi affermano che egli è ferito in modo grave.
 
Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese ha proclamato tre giorni di lutto in tutta la West Bank e ha definito “un massacro” l’operazione israeliana.
 
La battaglia di Israele è anche sul fronte dei media. Parlamentari e ministri continuano ad affermare che gli attivisti non erano per nulla “pacifici”, ma aspettavano l’arrivo dei soldati portando armi (lunghi coltelli, mazze, altri strumenti di offesa). Almeno 6 soldati sono stati feriti, dei quali uno in modo grave.
 
Per Israele l’affare delle navi e degli aiuti umanitari è “una provocazione”. Il vice ministro degli esteri, Daniel Ayalon ha detto che prima di attaccare, il commando militare israeliano ha intimato diverse volte alle navi di fermarsi e di accettare di portare gli aiuti via terra e sotto controllo israeliano. Egli ha pure affermato che gli attivisti sulla nave hanno rapporto con Hamas e altre organizzazioni terroriste.
 
Secondo alcuni analisti israeliani, l’incidente della flottiglia di Gaza rischia di esacerbare ancora di più il rapporto fra Palestinesi e israeliani, ormai sull’orlo di una nuova, terza Intifada. Un poliziotto israeliano, parlando con AsiaNews, ha affermato anche lui il rischio di una terza Intifada, ma ha aggiunto pure: “Siamo vicini a una guerra. C’è il timore che si infiammi ancora il fronte con gli Hezbollah in Libano e che manifestazioni contro Israele si diffondano nel mondo”.
 
Per ora si registrano manifestazioni in Turchia, in particolare a Istanbul. Il ministero degli esteri ha chiesto a tutti gli israeliani in partenza per la Turchia di  cancellare la loro partenza e ha dichiarato di ritenere responsabile il governo di Ankara per tutto ciò che potrà succedere agli israeliani in suolo turco.
 
Quest’oggi Ankara ha richiamato il suo ambasciatore da Tel Aviv.
 
MEDIO ORIENTE/ Parsi: ecco perché Israele ha attaccato le navi dei pacifisti

Professore, la mossa di Israele ha sorpreso il mondo. Come poteva non sapere che sarebbe andato incontro allo sdegno della comunità internazionale e a conseguenze non controllabili?

Non penso affatto che il blitz israeliano avesse in preventivo di causare vittime. L’incidente è stato uno spiacevole effetto collaterale del primo scopo politico di Israele, che è quello di mantenere a tutti i costi il blocco navale per impedire i rifornimenti nella Striscia. Era così prima dell’intercettazione della flottiglia, è così anche adesso. Le imbarcazioni sapevano che violando il blocco sarebbero incorse nella reazione israeliana. Anch’io penso che il blocco sia una misura sproporzionata, ma finché Israele non cambia politica, sarà pronto con qualsiasi mezzo a farlo rispettare.

Alcuni osservatori hanno detto che Israele ha commesso l’errore di affrontare per via militare un caso politico. È d’accordo?

Il blocco, per quanto deciso unilateralmente da Israele, è uno strumento militare e la sua violazione comporta una reazione come quella che Israele ha mostrato di essere pronto ad attuare senza indugi. In realtà è una politica che va contro gli interessi dello stato ebraico e sono più i problemi che genera di quelli che risolve, perché tutte le volte che Israele ricorre all’uso della forza contro i civili fa il gioco Hamas.

Ci sono trattative in corso tra Hamas e Abu Mazen. Questo caso potrà determinarne gli sviluppi?

Ogni escalation rende più complicati i colloqui tra Abu Mazen e Hamas. L’unico vantaggio che Israele può portare a casa è quello di aver «sabotato» indirettamente i colloqui tra le due entità palestinesi. Lo scenario più probabile? Vedremo una fase di interlocuzione e di spiegazioni reciproche, dopodiché Israele convocherà Abu Mazen e lo metterà di fronte alla scelta. A quel punto Abu Mazen tratterà con Israele.

Israele non aveva messo in conto la dura reazione della Turchia: il premier Erdogan ha parlato di «terrorismo di stato». Con quali possibili conseguenze?

I turchi non sono molto condiscendenti quando vengono sfidati sul terreno militare. In più l’AKP ha sdoganato l’identità religiosa come un elemento politicamente rilevante nel circuito politico turco e questo ha ripercussioni sul piano internazionale. Era comunque nell’ordine delle cose che i rapporti tra Turchia e Israele non potessero rimanere quelli di prima.

Niente più alleanza strategica?

C’era in passato, ma ora la Turchia intende agire da sola. Lo ha fatto ai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003, non esitando a contrastare i progetti americani nel Medio oriente. Lo ha fatto di recente col Brasile sulla questione dell’uranio iraniano. Mano a mano che diventa chiaro che la porta europea si è ormai chiusa, la Turchia farà sempre di più una sua politica.

Cosa c’entra l’Europa?

Credo che i turchi siano ormai intimamente convinti che l’Europa ha chiuso loro la porta in faccia. E questo a mio avviso è stato un errore strategico, perché non è che la Turchia è rimasta davanti alla porta come l’imperatore Enrico IV a Canossa: ha cercato un nuovo posizionamento. Per qualche tempo ha accarezzato il vecchio sogno del panturchismo in direzione del Caucaso, ma era un’idea velleitaria. Ora, molto più realisticamente, si accorge che si apre uno spazio nel Medio oriente. E la relazione con Israele, entro certi limiti, è un ostacolo.

Fino al punto di fare sponda con l’Iran per accentuare il suo smarcamento da Israele?

No, la sponda con l’Iran è tattica, non strategica. È chiaro che se la Turchia pensa ad un suo ruolo nel Medio oriente, non può certo collaborare al consolidamento di un potenziale rivale. Invece un minimo di crescita iraniana può fare il suo gioco, nel momento in cui ridimensiona il ruolo di supremazia assoluta che Israele ha nella regione.

Nella serata di ieri si è riunito il consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre l’Ue chiede che si apra un’inchiesta. Secondo lei come sarà gestita la crisi?

A mio modo di vedere è destinata a rientrare. Che possa essere l’innesco di qualcosa di più serio nella regione, non si può escludere perché il Medio oriente rimane imprevedibile. Vede, il fatto è che per quanto possiamo criticare Israele, non abbiamo nessun interesse a vedere in Palestina crescere Hamas e più in generale - nel mondo arabo - attori forti che non siano nostri alleati. Questo è il criterio strategico, il resto è l’inevitabile prezzo della politica. Che non deve stancarsi di trovare sempre nuove forme di dialogo per garantire la convivenza e scongiurare vittime.

Sembra un discorso cinicamente politico.

Non siamo noi la causa del disordine mediorientale, e non possiamo noi farci carico dei costi in termini di sangue che esso comporta. È chiaro che Israele per quanti errori faccia resta un nostro alleato; Hamas, per quanto si travesta da agnello, no. I pacifisti coinvolti? Sono anch’essi attori politici che seguono una loro strategia. Hanno forzato un blocco navale, dichiarato in modo unilaterale da Israele in violazione della legalità internazionale. C’era anche prima e ora continua.

L’Italia ha margini particolari di intervento nell’ambito del quadro europeo?

Il nostro interesse in questo momento è che la situazione si calmi: abbiamo delle truppe nel sud del Libano e prima di tutto occorre pensare a loro. Siamo impegnati in una missione che ha tanti elementi di difficoltà e che persegue dal 2006 l’obiettivo originario di consentire una tregua tra Hezbollah e Israele. Così è stato e la tregua in qualche modo tiene. Non siamo impegnati a mutare il contesto regionale, né a «fare la pace», ma a sostituire la mancanza di fiducia reciproca. Quello dobbiamo fare

Secondo lei esiste il rischio che i nazionalisti turchi inducano Erdogan a fare un’azione militare?

Non credo. A parte le dimensioni dell’esercito turco, che dai tempi della guerra fredda si è molto ridotto, un’azione militare di qualunque tipo nei confronti di Israele significherebbe la sostanziale fuoriuscita della Turchia dalla Nato.