MEDIO
ORIENTE/ Parsi: ecco perché Israele ha attaccato le navi dei
pacifisti
Professore, la mossa di Israele ha
sorpreso il mondo. Come poteva non sapere che sarebbe andato
incontro allo sdegno della comunità internazionale e a conseguenze
non controllabili?
Non penso affatto che il blitz
israeliano avesse in preventivo di causare vittime. L’incidente è
stato uno spiacevole effetto collaterale del primo scopo politico di
Israele, che è quello di mantenere a tutti i costi il blocco navale
per impedire i rifornimenti nella Striscia. Era così prima
dell’intercettazione della flottiglia, è così anche adesso. Le
imbarcazioni sapevano che violando il blocco sarebbero incorse nella
reazione israeliana. Anch’io penso che il blocco sia una misura
sproporzionata, ma finché Israele non cambia politica, sarà pronto
con qualsiasi mezzo a farlo rispettare.
Alcuni osservatori hanno detto che
Israele ha commesso l’errore di affrontare per via militare un
caso politico. È d’accordo?
Il blocco, per quanto deciso
unilateralmente da Israele, è uno strumento militare e la sua
violazione comporta una reazione come quella che Israele ha mostrato
di essere pronto ad attuare senza indugi. In realtà è una politica
che va contro gli interessi dello stato ebraico e sono più i
problemi che genera di quelli che risolve, perché tutte le volte
che Israele ricorre all’uso della forza contro i civili fa il
gioco Hamas.
Ci sono trattative in corso tra
Hamas e Abu Mazen. Questo caso potrà determinarne gli sviluppi?
Ogni escalation rende più complicati
i colloqui tra Abu Mazen e Hamas. L’unico vantaggio che Israele può
portare a casa è quello di aver «sabotato» indirettamente i
colloqui tra le due entità palestinesi. Lo scenario più probabile?
Vedremo una fase di interlocuzione e di spiegazioni reciproche,
dopodiché Israele convocherà Abu Mazen e lo metterà di fronte
alla scelta. A quel punto Abu Mazen tratterà con Israele.
Israele non aveva messo in conto
la dura reazione della Turchia: il premier Erdogan ha parlato di «terrorismo
di stato». Con quali possibili conseguenze?
I turchi non sono molto condiscendenti quando vengono sfidati sul
terreno militare. In più l’AKP ha sdoganato l’identità
religiosa come un elemento politicamente rilevante nel circuito
politico turco e questo ha ripercussioni sul piano internazionale.
Era comunque nell’ordine delle cose che i rapporti tra Turchia e
Israele non potessero rimanere quelli di prima.
Niente più alleanza strategica?
C’era in passato, ma ora la Turchia
intende agire da sola. Lo ha fatto ai tempi dell’invasione
dell’Iraq nel 2003, non esitando a contrastare i progetti
americani nel Medio oriente. Lo ha fatto di recente col Brasile
sulla questione dell’uranio iraniano. Mano a mano che diventa
chiaro che la porta europea si è ormai chiusa, la Turchia farà
sempre di più una sua politica.
Cosa c’entra l’Europa?
Credo che i turchi siano ormai
intimamente convinti che l’Europa ha chiuso loro la porta in
faccia. E questo a mio avviso è stato un errore strategico, perché
non è che la Turchia è rimasta davanti alla porta come
l’imperatore Enrico IV a Canossa: ha cercato un nuovo
posizionamento. Per qualche tempo ha accarezzato il vecchio sogno
del panturchismo in direzione del Caucaso, ma era un’idea
velleitaria. Ora, molto più realisticamente, si accorge che si apre
uno spazio nel Medio oriente. E la relazione con Israele, entro
certi limiti, è un ostacolo.
Fino al punto di fare sponda con
l’Iran per accentuare il suo smarcamento da Israele?
No, la sponda con l’Iran è
tattica, non strategica. È chiaro che se la Turchia pensa ad un suo
ruolo nel Medio oriente, non può certo collaborare al
consolidamento di un potenziale rivale. Invece un minimo di crescita
iraniana può fare il suo gioco, nel momento in cui ridimensiona il
ruolo di supremazia assoluta che Israele ha nella regione.
Nella serata di ieri si è riunito
il consiglio di sicurezza dell’Onu, mentre l’Ue chiede che si
apra un’inchiesta. Secondo lei come sarà gestita la crisi?
A mio modo di vedere è destinata a
rientrare. Che possa essere l’innesco di qualcosa di più serio
nella regione, non si può escludere perché il Medio oriente rimane
imprevedibile. Vede, il fatto è che per quanto possiamo criticare
Israele, non abbiamo nessun interesse a vedere in Palestina crescere
Hamas e più in generale - nel mondo arabo - attori forti che non
siano nostri alleati. Questo è il criterio strategico, il resto è
l’inevitabile prezzo della politica. Che non deve stancarsi di
trovare sempre nuove forme di dialogo per garantire la convivenza e
scongiurare vittime.
Sembra un discorso cinicamente
politico.
Non siamo noi la causa del disordine
mediorientale, e non possiamo noi farci carico dei costi in termini
di sangue che esso comporta. È chiaro che Israele per quanti errori
faccia resta un nostro alleato; Hamas, per quanto si travesta da
agnello, no. I pacifisti coinvolti? Sono anch’essi attori politici
che seguono una loro strategia. Hanno forzato un blocco navale,
dichiarato in modo unilaterale da Israele in violazione della
legalità internazionale. C’era anche prima e ora continua.
L’Italia ha margini particolari
di intervento nell’ambito del quadro europeo?
Il nostro interesse in questo momento
è che la situazione si calmi: abbiamo delle truppe nel sud del
Libano e prima di tutto occorre pensare a loro. Siamo impegnati in
una missione che ha tanti elementi di difficoltà e che persegue dal
2006 l’obiettivo originario di consentire una tregua tra Hezbollah
e Israele. Così è stato e la tregua in qualche modo tiene. Non
siamo impegnati a mutare il contesto regionale, né a «fare la pace»,
ma a sostituire la mancanza di fiducia reciproca. Quello dobbiamo
fare
Secondo lei esiste il rischio che
i nazionalisti turchi inducano Erdogan a fare un’azione militare?
Non credo. A parte le dimensioni
dell’esercito turco, che dai tempi della guerra fredda si è molto
ridotto, un’azione militare di qualunque tipo nei confronti di
Israele significherebbe la sostanziale fuoriuscita della Turchia
dalla Nato.