ROMA, giovedì, 12 giugno 2008 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Dottrina Sociale e Bene
Comune l'intervento di Ugo Spezia, ingegnere nucleare, Segretario
generale dell’Associazione Italiana Nucleare (AIN), docente al
master di Scienze Ambientali della Università Europea di Roma e
autore del libro “Chernobyl: 20 anni dopo il disastro” (Edizioni
21.mo Secolo).
* * *
Il Santo Padre Benedetto XVI, così come i suoi predecessori,
Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, e i Padri del Concilio
Vaticano II, sviluppando la dottrina sociale della Chiesa sulla
questione nucleare, hanno sempre denunciato con fermezza le armi
nucleari. Ma il veto della Chiesa non si estende affatto - anzi
tutt’altro - all’uso dell’energia nucleare come strumento di
promozione di un equilibrato ed equo sviluppo dei popoli. Il Santo
Padre ha anzi auspicato l’uso pacifico della tecnologia nucleare
nel settore energetico, a patto che i pilastri sui quali si fonda la
diffusione dell’energia nucleare a livello mondiale siano
effettivamente la sicurezza e lo sviluppo.
I cardini del processo di controllo delle applicazioni pacifiche
dell’energia nucleare sono costituiti dallo statuto dell’IAEA
(l’agenzia nucleare dell’ONU) e dal trattato sulla non
proliferazione (TNP) delle armi nucleari. La sensibilità della
Chiesa su questo aspetto è dimostrata dalla presenza della Santa
Sede (anche se sono pochi a ricordarlo) fra i membri fondatori
dell’IAEA. E se il diritto degli stati all’uso pacifico
dell’energia nucleare è riconosciuto dall’IAEA come “diritto
inalienabile” ai fini dello sviluppo economico e sociale, Paolo VI
è andato oltre, definendo nella Populorum progressio lo sviluppo
addirittura come “il nuovo nome della pace”.
La posizione di membro fondatore dell’IAEA consente alla Santa
Sede di seguire da vicino e di promuovere per il bene comune da un
lato il processo di disarmo e la non proliferazione nucleare, e
dall’altro la ricerca e le possibili applicazioni pacifiche della
tecnologia nucleare.
Ancora una volta andando oltre le posizioni dell’establishment
tecnico-scientifico e politico internazionale, la Santa Sede ha
assunto da tempo una posizione ferma sulla necessità di utilizzare
in favore dello sviluppo dei paesi poveri le risorse energetiche che
derivano dall’attuazione dei trattati sul disarmo nucleare. Questa
posizione è stata ribadita da Benedetto XVI nel messaggio per la
Giornata mondiale della pace del 2006, allorché ebbe ad affermare
che “Le risorse in tal modo risparmiate possano essere impiegate
in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in
primo luogo, dei più poveri”.
E ciò richiede la disponibilità di reattori nucleari, che
costituiscono il solo mezzo per distruggere per sempre,
convertendolo in energia, l’uranio e il plutonio che derivano
dallo smantellamento delle testate nucleari.
Il nucleare, più che una fonte energetica, è una tecnologia
avanzata che può essere interamente padroneggiata e utilizzata solo
dai paesi industriali, e che consente di alimentare lo sviluppo
economico e sociale attraverso la disponibilità di energia
elettrica a basso costo e a basso impatto ambientale, e soprattutto
di lasciare ai paesi che non dispongono di tecnologie avanzate la
possibilità di utilizzare le fonti energetiche di più facile
sfruttamento, come ad esempio i combustibili fossili. Se l’attuale
produzione nucleare fosse sostituita ricorrendo ai combustibili
fossili, l’incremento del loro prezzo sui mercati internazionali
sarebbe tale da renderne impossibile l’uso da parte dei paesi
emergenti, e meno che mai da parte dei paesi poveri.
L’energia nucleare riveste nei paesi industrializzati un ruolo
fondamentale nel soddisfacimento del fabbisogno di energia elettrica
in condizioni di sostenibilità economica e ambientale. Il
contributo nucleare alla produzione elettrica è stato nel 2006 del
33% in Europa (dove il nucleare è la prima fonte di produzione,
davanti al carbone), del 24% nei paesi dell’OCSE
(l’organizzazione della quale fanno parte i 27 paesi più
industrializzati del mondo) e del 16% a livello mondiale.
Attualmente nel mondo ci sono 439 reattori in funzione in 32 paesi,
33 reattori in costruzione in 14 paesi (tra cui 11 in Europa), 94
reattori in progetto in 14 paesi e 223 reattori in opzione in 23
paesi.
La consapevolezza del ruolo che l’energia nucleare svolge per
assicurare il soddisfacimento dei fabbisogni energetici in modo
sostenibile sul piano economico e ambientale è riflessa in alcune
recenti prese di posizione in ambito politico internazionale.
– Nel marzo 2007 l’Unione Europea ha sottoscritto una
risoluzione sulla limitazione delle emissioni di gas serra con
orizzonte 2020 nel cui ambito l’energia nucleare, insieme alle
fonti rinnovabili, è indicata come mezzo per il conseguimento degli
obiettivi di riduzione.
– Nell’aprile 2007 il vertice dei Ministri delle finanze del
G7 ha sottoscritto una dichiarazione congiunta nella quale si
stabilisce quanto segue: “Al fine di assicurare la sicurezza delle
forniture di energia e di contrastare i cambiamenti climatici (…)
le azioni di diversificazione possono fondarsi su tecnologie
energetiche avanzate come le rinnovabili, il nucleare e il carbone
pulito”.
– Nel giugno 2007 il vertice G8 di Heiligendamm ha emanato una
dichiarazione congiunta nella quale si legge quanto segue: “Alcuni
membri del Gruppo - in realtà tutti i paesi del G8 con la sola
eccezione dell’Italia - ritengono che la prosecuzione dello
sviluppo dell’energia nucleare possa contribuire alla sicurezza
degli approvvigionamenti riducendo contemporaneamente
l’inquinamento atmosferico e contrastando i cambiamenti
climatici”.
– Nell’ottobre 2007 il Parlamento europeo ha approvato a
larga maggioranza un documento nel quale si dichiara che l’energia
nucleare sarà indispensabile nel medio termine “per ragioni
economiche e ambientali” al soddisfacimento del fabbisogno di
energia dell’Europa.
– L’International Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU,
nel rapporto di sintesi conclusivo approvato a Valencia il 17
novembre 2007, ha dichiarato che per soddisfare la domanda
energetica mondiale, e in particolare quella dei paesi emergenti, è
necessario un mix produttivo che includa anche l’energia nucleare.
Dal punto di vista economico, il costo di produzione del kWh
nucleare è stato valutato fra il 1997 e il 2007 in oltre una decina
di approfonditi studi nazionali e internazionali. L’OCSE ha
pubblicato nel 2006 uno studio comparativo che fa riferimento alle
condizioni locali in una quindicina di paesi. Dalle valutazioni
emerge una sostanziale equivalenza del costo del chilowattora
nucleare rispetto a quello prodotto con centrali a carbone o a gas a
ciclo combinato. Ma la competitività del nucleare si accentua se si
considerano gli effetti della “carbon tax” e degli aumenti del
costo delle fonti fossili intervenuti nell’ultimo biennio.
Le centrali nucleari sono caratterizzate da costi di impianto
molto più elevati di quelli tipici delle centrali termoelettriche
convenzionali. Ad esempio, la centrale EPR in costruzione in
Finlandia ha un costo complessivo di circa 3,2 miliardi di euro. Gli
alti costi di impianto non costituiscono tuttavia un deterrente
economico. Infatti, poiché l’85% del costo del kWh nucleare è
dato dai costi di impianto e dai costi di esercizio, questa
componente rappresenta un investimento fatto nel paese in cui
l’impianto è installato. Viceversa, il 70% del costo del kWh di
origine fossile è dato dal costo del combustibile, e quindi
costituisce un esborso netto verso l’estero.
Altre componenti di costo che riguardano specificamente le
centrali nucleari sono date dai costi relativi alla gestione dei
rifiuti radioattivi (combustibile irraggiato, rifiuti di esercizio)
e allo smantellamento dell’impianto al termine della vita utile.
In attuazione delle direttive emanate in ambito internazionale,
questi costi sono finanziati attraverso l’accantonamento di una
quota parte del ricavato dalla vendita dell’energia elettrica
prodotta. Ciò si traduce in un incremento del costo di produzione
del kWh da fonte nucleare quantificabile 0,1 c$/kWh per la gestione
dei rifiuti radioattivi e di altri 0,1-0,2 c$/kWh per lo
smantellamento dell’impianto a fine vita. Non si tratta quindi di
costi particolarmente significativi.
Gli impianti nucleari in funzione nel mondo hanno dimostrato
standard di sicurezza molto elevati. Sulla base delle verifiche
condotte dalle autorità di controllo nazionali e internazionali, in
condizioni di normale esercizio l’impatto ambientale delle
centrali nucleari è praticamente nullo. I reattori della terza
generazione avanzata attualmente in costruzione sono realizzati in
modo tale da evitare conseguenze esterne all’impianto anche in
caso di fusione completa del nocciolo. L’analisi probabilistica di
sicurezza della centrale nucleare EPR (del tipo attualmente in
costruzione in Francia e in Finlandia) stima la probabilità di
fusione del nocciolo con perdita di radioattività inferiore a un
evento ogni 10 milioni di anni di funzionamento.
La produzione di energia nucleare comporta la produzione di
materiali radioattivi, ma è anche l’attività più controllata
dal punto di vista dell’impatto radiologico sui lavoratori, sulla
popolazione e sull’ambiente. Il funzionamento di una centrale
nucleare determina il rilascio nell’ambiente di modesti
quantitativi di effluenti liquidi (acqua) e aeriformi contenenti
tracce di radioattività molto inferiori alla radioattività
naturalmente presente nell’ambiente stesso. In effetti, le
centrali nucleari sono progettate per contenere al loro interno e
tutti i materiali radioattivi prodotti, che sono trattati,
condizionati e immagazzinati in depositi controllati.
Il problema dei rifiuti radioattivi prodotti negli impianti
nucleari si pone per quantitativi molto limitati, inferiori di
diversi ordini di grandezza ai quantitativi di rifiuti
tossico-nocivi prodotti nelle centrali termoelettriche
convenzionali. Una centrale nucleare da 1.000 MWe movimenta ogni
anno circa 20 tonnellate di combustibile (2 carri ferroviari
standard) e produce:
– circa 2 tonnellate di rifiuti ad alta attività (derivanti
dal ritrattamento del combustibile);
– circa 20 tonnellate di materiali radioattivi a bassa e media
attività;
– circa 2 GBq di effluenti radioattivi liquidi e gassosi a
lunga vita.
Una centrale termoelettrica della stessa potenza movimenta ogni
anno da 1 a 2 milioni di tonnellate di combustibile (carbone, olio
combustibile o gas; nel caso del carbone si tratta di 1.000 carri
ferroviari al giorno) e produce (a seconda delle tecnologie
adottate):
― da 4 a 7 milioni di tonnellate di anidride carbonica
― da 600 a 2.000 tonnellate di ossido di carbonio
― da 4.500 a 120.000 tonnellate di ossidi di zolfo
― da 4.000 a 27.000 tonnellate di ossidi di azoto
― da 1.500 a 5.000 tonnellate di particolati
― da 25.000 a 100.000 tonnellate di ceneri
― da 1 a 400 tonnellate di metalli pesanti nelle ceneri
― da 1 a 50 GBq di effluenti radioattivi a lunga vita nei fumi
e nelle ceneri
Mentre i materiali prodotti da un impianto nucleare sono tenuti
rigorosamente confinati (con la sola eccezione delle modeste quantità
di effluenti liquidi e gassosi), quelli prodotti in una centrale
termoelettrica sono normalmente scaricati nell’ambiente esterno.
Nel 2006 il nucleare ha prodotto nel mondo circa 2.660 miliardi
di kWh, che altrimenti sarebbero stati prodotti utilizzando carbone.
In tal modo, nel solo 2006 il nucleare ha consentito di evitare
l’immissione in atmosfera di 2 miliardi di tonnellate di CO2,
realizzando in un solo anno l’equivalente di due Protocolli di
Kyoto.
Una valutazione oggettiva dell’impatto complessivo associato
all’uso delle diverse fonti di energia può essere condotta
calcolando i cosiddetti “costi esterni” associati all’uso
delle diverse fonti energetiche, ovvero dei costi derivanti dalla
monetizzazione degli impatti sulla salute, sull’ambiente e sulle
attività economiche, inclusi gli effetti di possibili incidenti,
tenendo conto di tutto il ciclo produttivo. Nell’ambito del
progetto europeo Externe è stato elaborato uno studio che valuta
come segue i costi esterni medi in 15 paesi europei:
– carbone 8,5 c €/kWh
– olio combustibile 7,0 c €/kWh
– gas 2,5 c €/kWh
– biomassa 1,5 c €/kWh
– fotovoltaico 0,6 c €/kWh
– nucleare 0,5 c €/kWh
– idroelettrico 0,5 c €/kWh
– eolico 0,1 c €/kWh
Come si vede, i costi esterni dell’energia nucleare sono da 5 a
17 volte inferiori a quelli delle fonti fossili, si collocano allo
stesso livello di quelli associati all’energia idroelettrica, sono
inferiori a quelli dell’energia fotovoltaica e sono superiori solo
a quelli dell’energia eolica.
“L’apprensione per la sicurezza e la salute dell’uomo e del
pianeta è più che legittima alla luce dei più o meno recenti
disastri nucleari”, ha detto il cardinale Renato Raffaele Martino
in un’intervista rilasciata qualche tempo fa a Radio Vaticana:
“Anche in questo caso è tuttavia necessario impostare
correttamente il discorso e fissare con ragionevolezza i punti
fondamentali di una ipotetica politica nucleare (…) Perché
precludere l’applicazione pacifica della tecnologia nucleare?
(…) Assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi;
regolati in maniera severa la produzione, la distribuzione e il
commercio di energia nucleare, mi sembra vi siano i presupposti per
una politica energetica «integrata», che contempli quindi, accanto
a forme di energia pulita, anche l’energia nucleare”.
In quella occasione il cardinale Martino richiamò la necessità
di aprire un dibattito sereno e pubblico sull’energia nucleare,
rilevando che escludere l’energia nucleare per una petizione di
principio, oppure per la paura dei disastri, potrebbe essere un
errore e condurre ad effetti paradossali. “Si pensi all’Italia
che nel 1987 ha abbandonato la produzione di energia nucleare; ma
che oggi importa la stessa energia nucleare dalla Francia ed esporta
centrali nucleari all’estero mediante società a capitale
pubblico. In definitiva, è necessario e doveroso valutare con la
massima prudenza la possibilità di un uso pacifico della tecnologia
nucleare. Questo, tuttavia, nella consapevolezza che le opere
dell’ingegno umano, quindi anche le conquiste nel campo nucleare,
vanno poste al servizio della famiglia umana. La tecnologia può
essere un male per il cattivo uso che se ne può fare, e non un male
«in quanto tale»”.
Un approccio magistrale che purtroppo è mancato per vent’anni
alla classe politica italiana. E oggi il Paese ne paga le
conseguenze con una fattura energetica che nel 2008 sfiorerà i 70
miliardi di euro.