- Per una nuova laicità.
- Libertà, religioni, politica
- 9 settembre 2009 - Palazzo Marino
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- La religione cristiana continuerà ad essere tessuto connettivo
della nostra civiltà perché l’uomo ne ha bisogno come
sostegno, più che essere essa stessa fonte di impulsi e vincoli
etici. Se ne è detto convinto il cardinale Camillo Ruini,
presidente del Progetto Culturale della Chiesa italiana, chiudendo
l’articolato incontro “Per una nuova laicità”, ospitato a
Palazzo Marino per parlare del libro “Confini”, scritto dall’ex
presidente della Cei con il politologo Ernesto Galli della Loggia.
L’editore del volume, lo storico Paolo Mieli ha chiesto alla
Chiesa di dedicarsi ai laici dialoganti. Una richiesta raccolta e
analizzata nella prospettiva storica da Gian Maria Vian, direttore
dell’Osservatore Romano, che ha evidenziato le difficoltà del
dialogo, guardato con sospetto da altre culture. Per uscire da “un’età
di sfiducia”, il rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo
Ornaghi ha invitato i cattolici a tornare ad una presenza
comunitaria pubblica. Una scelta che è sembrato sposare Galli
della Loggia, sostenendo che il ruolo della Chiesa Cattolica è
stato delegittimato da una cultura guida riconosciuta a livello
costituzionale. Il cardinale Ruini, dopo aver analizzato il
concetto di laicità nella prospettiva francese e in quella
americana, ha individuato per il credente la possibilità di
convergere su obbiettivi concreti ed importanti. Dopo aver
ribadito il ruolo pubblico delle religioni, riconosciuto dal
Concordato alla religione cattolica, il cardinale Ruini ha
sostenuto che “i fenomeni religiosi hanno di per sé non minori
titoli che ogni altra realtà o fenomeno sociale ad influire sulla
scena pubblica, ivi compresa la dimensione propriamente politica”,
e che dunque “non vi è ragione per porre alle religioni
speciali condizioni per esercitare un ruolo pubblico”.
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- Intervento del Card. Camillo Ruini
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- Laicità positiva per il futuro
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- Quello della laicità è un grande tema, del quale si discute da
anni con un interesse che sembra inesauribile. E’ difficile,
pertanto, proporre in merito “idee innovative”, come è
auspicato per questo incontro. In rapporto all’emergere di
qualcosa di nuovo vorrei segnalare anzitutto il rischio insito
nella parola “laicità”, non per se stessa ma perché, nel
dibattito culturale e politico italiano, essa risente facilmente
della parentela con il francese laicité, portatore, storicamente,
di un significato assai preciso e, a mio avviso, abbastanza
angusto, rispetto alle problematiche attuali oltre che alla
rilevanza dell’altro filone, che per intenderci chiameremo
“nord-americano”. Affinché una “nuova” laicità sia
elaborata concettualmente, e soprattutto possa prendere piede
nella realtà, la matrice americana mi sembra assai più utile di
quella francese, ma soprattutto occorre misurarsi seriamente con
il rilievo assunto dalla presenza delle diverse religioni sulla
scena pubblica, oltre che con le questioni poste sia dalla
trasformazione dei costumi e modi di vivere sia dagli sviluppi
scientifici e tecnologici, in particolare nell’ambito delle
biotecnologie. Mi preme inoltre inserire una considerazione della
quale di solito non si parla, ma che mi sembra indispensabile per
impostare correttamente, o se vogliamo con onestà intellettuale,
tutto il discorso sulla laicità e sul ruolo pubblico delle
religioni. Questa considerazione è contenuta nel sottotitolo
dell’Evento internazionale su Dio oggi, promosso per il prossimo
dicembre dal Comitato per il progetto culturale: “Con lui o
senza di lui cambia tutto”. Robert Spaemann, nel 2001, ha
illustrato in maniera molto sintetica ma altrettanto magistrale il
significato di questa affermazione, 2 precisando che la risposta
all’interrogativo: fa differenza che Dio esista o non esista?
cambia profondamente a seconda che si tratti dei credenti o dei
non credenti, sia atei sia agnostici. I credenti autentici
rispondono che la differenza non solo esiste ma è grande e
radicale – anzi, è la prima e la più grande – , riguardo sia
al modo di concepire la realtà sia all’orientamento da dare
alla nostra vita: per loro infatti Dio è l’origine, il senso e
il fine dell’uomo e dell’universo. I non credenti invece
possono differenziarsi nelle loro risposte, a seconda che
ritengano la fede in Dio negativa, positiva o irrilevante per la
vita dell’uomo e della società, ma propriamente parlando si
riferiscono soltanto alla nostra fede in Dio, non alla realtà
stessa di Dio, dato che secondo loro Dio non esiste, o comunque
non possiamo sapere niente di lui, nemmeno se egli esista. Il
riconoscimento di questa profonda diversità di approccio tra
credenti e non credenti sgombra il terreno dagli equivoci delle
false uniformità, ma non implica affatto una impossibilità di
convergere su obiettivi concreti e importanti: anzi, nelle attuali
circostanze storiche, importantissimi. Evidenzierò in seguito
alcuni di questi. Ritornando alla questione della laicità,
distinguerei tra gli aspetti sui quali oggi esiste un consenso
sostanziale, anche se spesso mascherato da polemiche piuttosto
strumentali, e i punti sui quali invece il contrasto è profondo,
anzi, tende forse ad acuirsi. Seguendo da una parte la voce
“Laicismo”, redatta da Giovanni Fornero nella terza edizione
del Dizionario di filosofia dell’Abbagnano, e dall’altra i
documenti Gaudium et spes e Dignitatis humanae del Concilio
Vaticano II, possiamo individuare gli aspetti su cui c’è
consenso anzitutto nel principio dell’autonomia delle attività
umane, cioè nell’esigenza che esse si svolgano secondo regole
proprie, non imposte loro dall’esterno. Dietro questo consenso
rimane anche qui la diversità tra credenti e non credenti: i
primi ritengono infatti che questa autonomia abbia in Dio creatore
la propria origine e la propria ultima condizione di legittimità
(GS 36). Un secondo elemento di consenso è costituito,
contrariamente a molte apparenze, dall’affermazione della libertà
religiosa, come diritto inalienabile di ogni persona e, almeno
secondo la Chiesa cattolica, di ogni comunità. Decisiva è stata,
al 3 riguardo, la svolta operata dal Vaticano II con la
Dichiarazione Dignitatis humanae, rispetto alle posizioni
precedenti della Chiesa in materia. Una differenza nei confronti
di opinioni diffuse nel mondo “laico” riguarda il fondamento
ultimo di tale libertà, che il Concilio intende in modo da
escludere un approccio relativistico incompatibile con la
rivendicazione di verità del cristianesimo. Aggiungo che la
Dignitatis humanae (n. 7) afferma nettamente che la libertà
dell’uomo nella società va riconosciuta nella maniera più
ampia possibile, limitandola soltanto se e in quanto ciò sia
necessario. Sulla base dei due principi condivisi dell’autonomia
delle attività umane e della libertà, in particolare della
libertà religiosa, un ampio consenso sussistente in realtà –
di nuovo, contrariamente alle apparenze – sulle norme o i
criteri di fondo che devono regolare i rapporti tra lo Stato e le
comunità religiose, compresi quelli tra lo Stato e la Chiesa in
Italia. Si tratta in concreto della loro distinzione e autonomia
reciproca, oltre che dell’apertura pluralistica degli
ordinamenti dello Stato democratico e liberale alle posizioni più
diverse – comprese quelle di matrice religiosa e anche
confessionale – , che di per sé hanno tutte, davanti allo
Stato, uguali diritti e uguale dignità. Le motivazioni e le
dimensioni di questa apertura sono però assai diverse, a seconda
dei punti di vista degli interlocutori, come vedremo tra breve.
L’ostacolo che si frapponeva in Italia, e che ancora in qualche
modo sopravvive in vari altri paesi, anche europei, cioè la
“religione di Stato” o il carattere confessionale dello Stato,
è stato superato istituzionalmente con l’Accordo di revisione
del Concordato del 1984 che, nel Protocollo Addizionale, in
relazione all’art. 1, recita: “Si considera non più in vigore
il principio, originariamente richiamato nei Patti lateranensi,
della religione cattolica come sola religione dello Stato
italiano”. Alla base della revisione del Concordato stanno, come
è noto, da una parte la Costituzione della Repubblica e
dall’altra il Concilio Vaticano II con il riconoscimento della
libertà religiosa. L’obiezione che la sussistenza stessa del
Concordato rappresenti un privilegio, contrario al principio
dell’apertura pluralista e paritaria dello Stato alle diverse
confessioni religiose e posizioni culturali, dopo 4 l’Accordo di
revisione non sembra insuperabile: le relazioni concrete tra uno
Stato e le diverse confessioni religiose presenti nel corpo
sociale non possono infatti non tener conto della situazione
storica e dei modi nei quali, all’interno di essa, lo Stato può
riconoscere un carattere pubblico, e non soltanto privato, alle
varie confessioni, con gli effetti concreti che conseguono da un
tale riconoscimento. Venendo ora agli aspetti della laicità su
cui esistono divergenze profonde, ossia ai problemi oggi realmente
aperti, essi si concentrano principalmente, nei paesi di
democrazia liberale ai quali limito il mio discorso, sul ruolo
pubblico che le religioni possono o non possono esercitare e sulle
condizioni alle quali possono eventualmente esercitarlo. La gamma
delle opinioni e posizioni al riguardo è ampia e variegata, ma
sembra possibile individuare due orientamenti, e direi due
sensibilità, di fondo. Uno di essi tende a ridurre il ruolo
pubblico delle religioni, talvolta fin quasi a sopprimerlo, e
viene motivato sottolineando, da una parte, il carattere
personale, spirituale e intimo, piuttosto che sociale e
istituzionale, della religiosità autentica; privilegiando,
d’altra parte, nella vita di una nazione, la sfera propriamente
politica rispetto a quella del sociale. L’altro orientamento
tende invece a favorire, o comunque ad accogliere senza riserve
mentali, il ruolo pubblico delle religioni, ritenendo anche le
dimensioni sociali e istituzionali essenziali per le religioni e
insistendo sull’autonomia e la rilevanza irriducibile della
sfera del sociale. Va detto qui chiaramente che queste diversità
di orientamenti si pongono oggi in maniera trasversale rispetto
alla distinzione, consueta in Italia, tra cattolici e laici, come
anche tra credenti e non credenti. Tra i cattolici si trovano
infatti non pochi sostenitori di una religiosità concentrata sul
suo aspetto spirituale, che sono facilmente critici del ruolo
pubblico delle religioni e in particolare del cattolicesimo,
mentre tra i laici, specialmente dopo l’emergere delle nuove e
grandi questioni etiche e antropologiche, e dopo la rinnovata
presenza delle religioni non cristiane sulla scena mondiale, sono
numerosi quelli che riconoscono volentieri un tale ruolo, e non di
rado lo auspicano. Su questa problematica tenterò ora di esporre
sinteticamente il mio punto di vista. I fenomeni religiosi, in
concreto tutte le religioni, compreso evidentemente il 5
cristianesimo, hanno di per sé non minori titoli che ogni altra
realtà o fenomeno sociale ad influire sulla scena pubblica, ivi
compresa la dimensione propriamente politica. Ciò naturalmente
nel rispetto delle regole della democrazia e dello Stato di
diritto o, per usare una terminologia oggi in voga, delle
procedure attraverso le quali si formano e si esprimono le
decisioni politiche. Non vi è quindi ragione per porre alle
religioni speciali condizioni per esercitare un ruolo pubblico: ad
esempio condizioni riguardanti la razionalità del loro
argomentare. La decisione se un modo di argomentare sia razionale,
o forse più precisamente plausibile e convincente, in un sistema
democratico è affidata infatti, in ultima analisi, soltanto alla
valutazione che ne dà la generalità dei cittadini nelle sedi
appropriate, anzitutto quelle elettorali. Vorrei indicare infine i
motivi per i quali il ruolo pubblico delle religioni – in
particolare del cristianesimo – è importante e può rendere un
servizio positivo alla vita della società. In altri termini,
vorrei indicare le ragioni pratiche di quella laicità “sana”
o “positiva” di cui ha parlato a più riprese Benedetto XVI,
aperta cioè alle fondamentali istanze etiche e al senso religioso
che portiamo dentro di noi. Una motivazione assai rilevante è
stata indicata da E.-W. Böckenförde già molti anni fa, nel suo
classico saggio su La formazione dello Stato come processo di
secolarizzazione: lo Stato liberale secolarizzato vive infatti di
presupposti che esso stesso non può garantire e tra questi, come
già sosteneva Hegel, sembrano svolgere un ruolo peculiare gli
impulsi e i vincoli morali di cui la religione è la sorgente.
Molto recentemente Rémi Brague, in un intervento su Fede e
democrazia pubblicato sulla rivista Aspenia nel 2008 (pp.
206-208), ha proposto un aggiornamento interessante, e a mio
parere nella sostanza condivisibile, della tesi di Böckenförde.
In primo luogo ha esteso questa tesi dallo Stato all’uomo di
oggi, che in larga misura ha smesso di credere nel proprio valore,
a causa di quella tendenza a ridurre l’uomo stesso ad un
fenomeno della natura e di quel totale relativismo che sono alla
base delle attuali interpretazioni della laicità contrarie
all’apertura sollecitata da Benedetto XVI. E’ l’uomo,
dunque, e non solo lo Stato, ad aver bisogno oggi (ma, a mio
avviso, sostanzialmente sempre) di un sostegno che non è in grado
di garantirsi da se 6 stesso. In secondo luogo la religione non è
soltanto, e nemmeno primariamente, fonte di impulsi e vincoli
etici. Oggi, prima che di assicurare dei limiti e degli argini, si
tratta di trovare delle ragioni di vita. Proprio questa è, fin
dall’inizio, la funzione, o meglio la missione più propria del
cristianesimo: esso infatti ci dice anzitutto non “come”
vivere, ma “perché” vivere, perché scegliere la vita, perché
gioirne e perché trasmetterla. Il libro Confini, occasione
dell’incontro di oggi, è, come precisa il sottotitolo, un
esercizio di dialogo sul cristianesimo e il mondo contemporaneo,
che tocca una moltitudine di temi attraverso i suoi cinque
capitoli ma, sotto diverse angolature, cerca costantemente di
approfondire nelle sue motivazioni e di rivestire di concretezza
quella laicità non ostile al cristianesimo, anzi alimentata in
buona misura da esso, nella quale il Prof. Galli della Loggia ed
io, pur con tutti i nostri diversi punti di vista, individuiamo
concordemente un presidio essenziale dell’ispirazione umanistica
della nostra civiltà.
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