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Ma questa non è eutanasia: è la fine di ogni pietà
di Luigi Amicone
Voglio vedere che obiezione c’è all’osservazione del mio amico medico e docente di medicina Giancarlo Cesana: «Posso capire, anche se non giustificare, uno che dopo tanti anni che accudisce e porta sulle spalle una situazione umana come quella di Eluana, dice “non ce la faccio più, aiutatemi”. Ma quella donna stava da diciassette anni nelle cure e sulle spalle di altre donne. Che l’accudivano e le volevano bene. Vietare la carità è negare la libertà». E così, Eluana comincia a conoscere la più tremenda delle negazioni. La negazione dell’idratazione e dell’alimentazione. La negazione dell’acqua e delle sostanze nutritive. La negazione della carità e della pietà della vita, in nome della carità e della pietà della morte.
Signori, chiudetevi in camera vostra e guardatevi dentro. Lasciate stare per un attimo gli expertise degli illustri costituzionalisti. E la cortina di ferro dell’immenso clamore dato al rispettabile dolore di un padre che nel momento in cui impone il suo caso come materia di una sentenza dello Stato non dovrebbe esigere dagli italiani, dalla politica, dall’uomo della strada, ciò che non ha preteso da se stesso andando in un pubblico tribunale, facendo centinaia di comparizioni televisive, scrivendo libri e facendosi araldo di una svolta così emblematica, drammatica, storica per l’intera comunità di uomini e donne che vivono sotto lo stesso tetto sociale, politico, sanitario, legislativo, in Italia. Signori, ripeto, chiudetevi con la vostra coscienza in un buco dove non arriva la montagna di chiasso, parole a vanvera, ipocrisia, che insozza la bianca carne morente della povera Eluana. Vi sembra sul serio rispettoso della Costituzione uccidere una donna così? Vi sembra che la Legge sia sempre e comunque superiore alla vita di un essere umano? Non avete proprio neanche un dubbio che quello che state facendo a Udine è un atto di infinita violenza contro una condizione umana di cui in fondo non sapete niente? Siete proprio così rosi da questa ansia di farla finita, da questa fede certissima, implacabile, non negoziabile, che quello che state facendo è bene?
Ha la tosse, Eluana. E dicono che è un riflesso pavloviano. Cerca l’aria. E dicono che è già morta da diciassette anni. Ha il corpo macerato, non è più quello di una bella e vitale ragazza. E ci vorrebbero far credere che non è la stessa cosa per i corpi delle migliaia di malati, di cancri o di Alzheimer, che non per questo si ammazzano così, come neanche si ammazzano i cavalli. Letteralmente, lo sappiamo, eutanasia significa «dolce morte». O «morte per grazia» come la definì il decreto di Hitler che per la prima volta nella storia, «il 1° settembre 1939, stabilì che alle “persone incurabili” doveva essere “concessa una morte pietosa”» (Hannah Arendt). Ma questa non è neanche eutanasia. È la fine di ogni buon senso e di ogni pietà umana. Non è solo Eluana che muore morendo. Mentre lei muore, ricordate queste parole, Signori, quel principio di autodeterminazione (che in questo a caso è anche presunto) fa morire il mondo comune. Perché, che mondo ci rimane da condividere insieme se libertà è ritirarsi nel me stesso irrelato dal resto della comunità umana?
Guardatevi dall’alto di un satellite e immaginate cosa diventerà questa umanità balcanizzata che sempre più si ritira nella solitudine, anticamera della morte. Immaginatevelo questo pazzesco zoom. Guardate cosa significa sul serio il principio di assoluta autodeterminazione applicato alla vita umana, alla realtà, alle comunità in cui viviamo. Immaginate questa discesa all’inferno, via via, scendendo dall’autodeterminazione di nazioni e città, all’autodeterminazione di comunità, tribù, etnie, comunità religiose e, infine, individui. Io, tu, Eluana. E tra noi niente. Solo l’autodeterminazione che incrocerà un tu, un noi, una comunità, solo nella morte. È la fine di un mondo. Non solo la fine di Eluana. Non è forse questo che la gente normale, l’uomo della strada, sia pur confusamente apprende nella vicenda di Eluana? Il trionfo della morte. Il ghigno del lupo cattivo. Che non è nessuna delle persone coinvolte nella vicenda, naturalmente. Ma è questo pensiero, questo cancro, questo pregiudizio, che l’uomo malato terminale, la donna vegetativa, sono solo carne inutile. E abbiamo un brivido al pensiero del favore che concediamo alla morte. Contro ogni evidenza umana in lotta per la vita. Tremendo è lo scandalo che si sta consumando davanti agli occhi dei nostri bambini. Tremenda, è l’idea di umanità, di pietà e di bontà che stiamo consegnando ai nostri figli. Ma guai a coloro che scandalizzano i bambini. E guai a chi, posto nel deserto, accetta la profferta del Nemico dell’uomo.

Il Giornale

Complimenti Napolitano


È morta all’improvviso, è morta da sola. È morta mentre il Parlamento discuteva e i soliti noti, da Dario Fo a Umberto Eco, firmatari di ogni sciagurato appello di questo Paese, si apprestavano a scendere in piazza per un girotondo. È morta, e se non altro la sua vita non ha dovuto subire anche l’ultima offesa di Oscar Luigi Scalfaro sul palco mentre lei moriva. È morta e suo padre era lontano. È morta di fame e di sete, con il respiro ridotto a un rantolo e il corpo disidratato che cercava acqua dentro gli organi vitali.

È morta in fretta, troppo in fretta per non generare sospetti. E intanto suona tragicamente beffardo leggere adesso, a tarda sera, le parole del suo medico curante che di prima mattina assicurava: «Lo stato fisico è ottimo, Eluana è una donna sana, pochi rischi fino a giovedì». Evidentemente la conosceva poco. Troppo poco. E forse per questo ha potuto toglierle la vita. È arrivata la morte, e la morte non è presunta. La volontà di morire di Eluana sì, invece, quella era e resta presunta: l’ha decisa un tribunale, sulla base di una ricostruzione incerta e zoppicante, con una selezione innaturale di testimonianze. Tre amiche (solo tre, le altre no), la determinazione del padre, un po’ di azzeccagarbugli: tanto è bastato per decidere di ucciderla nel modo più atroce.

Ricordiamolo: nessuna proposta di legge di quelle presentate in Parlamento, neppure quelle più favorevoli all’eutanasia, prevede la possibilità di una morte così. Eluana è stata la prima esecuzione di questo genere nella storia della Repubblica. E sarà l’ultima. Forse. Arriverà la legge, e non sarà presunta. Arriverà la legge e impedirà questo scempio. Ma oggi l’affannarsi di parlamentari alla Camera e al Senato, quel rincorrersi di cavilli e regolamenti, quelle riunioni di capigruppo, l’alternarsi di dichiarazioni e di emendamenti, appare soltanto quel che in realtà è: il nulla. Nulla di nulla. Un nulla che fa venire le lacrime agli occhi, però. La corsa contro il tempo, la convocazione notturna, i calcoli sui minuti: tutto inutile. Eluana è stata uccisa. Eluana era viva e adesso non c’è più. E allora, mentre molti chiedono il silenzio solo per nascondere le loro vergogne, non può non venire voglia di urlare le responsabilità che ricadranno su chi non ha fatto niente per impedire questo orrore.

In primo luogo i medici che non hanno accettato di ridare acqua e cibo a Eluana in attesa dell’approvazione della legge, nonostante i numerosi appelli. Poi Procura di Udine e Regione Friuli che hanno giocato per due giorni a scaricabarile.

E infine, sia consentito, anche il capo dello Stato che non ha firmato il decreto legge: in questa vicenda il Quirinale ha anteposto le ragioni di palazzo alla salvezza di una ragazza, ha preferito la cultura della morte al valore della vita. Siamo sicuri che se una responsabilità del genere se la fosse assunta il presidente del Consiglio, qualcuno della sinistra in questi minuti già chiederebbe le sue dimissioni. Ora, invece, vogliono che si taccia. D’accordo, ora taceremo. Non abbiamo nemmeno più voglia di parlare. Ma prima lasciateci dire un’ultima cosa. Prima lasciateci dire: complimenti, presidente Napolitano.