NOVEMBRE 2007 ASIANEWS
MYANMAR
- http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=10907&size=A
Chiesa birmana: è ora il tempo di sperare in un cambiamento nel Paese
di Marta Allevato
AsiaNews raccoglie la testimonianza dei due presuli di Yangon e Mawlamyaing, che
esprimono la loro “vicinanza”ai monaci buddisti , commentano gli sforzi internazionali
per premere sul regime di Naypydaw. Il lavoro silenzioso della Chiesa a fianco di una
popolazione stremata.
Roma (AsiaNews) – Anche se hanno preferito non
scendere in piazza e marciare contro le politiche opprimenti della giunta militare, i
leader religiosi cattolici in Myanmar si sentono “vicini con il cuore” ai monaci
buddisti, fattisi portavoce delle sofferenze della popolazione. E avvertono la comunità
internazionale: è ora il momento di agire in modo concreto per un cambiamento, altrimenti
non sappiamo quando se ne presenterà di nuovo l’occasione. A parlare sono due vescovi
birmani: mons. Raymond Po Ray di Mawlamyaing – nel sud del Paese - e mons. Charles Maung
Bo, arcivescovo di Yangon, la ex capitale.
Come è la situazione nel Paese oggi, a tre mesi dalle prime marce
anti-governative?
MONS. PO RAY: Dopo le manifestazioni di settembre la situazione nel Paese è ancora
tesa: anche se apparentemente tutto è sotto controllo, la gente non è soddisfatta a
causa delle difficoltà e della repressione usata dal governo su monaci e manifestanti. In
tutti c’è sempre il ricordo del sangue versato dopo gli eventi del 1988, ma nei loro
cuori vogliono un miglioramento del Paese, un cambiamento, ma hanno troppa paura per
riuscire a parlare”.
MONS. BO: “La situazione è calma, ma i soldati sono dappertutto e controllano i
monasteri e ogni passo della gente, che ora teme di fare una mossa sbagliata”.
MONS. PO RAY: “La pressione internazionale sulla giunta in qualche modo contribuisce
ad un miglioramento, ma allo stesso tempo la gente si rende conto che i militari portano
avanti sempre la stessa strategia, sono fermi sulle loro posizioni. Le sanzioni
internazionali, così come sono strutturate ora, non intaccano gli interessi reali della
giunta, ma possono ripercuotersi solo sulla popolazione che è già poverissima. Vorremmo
che le grandi potenze regionali alzassero di più la voce, agissero in modo concreto, non
basta incoraggiare semplicemente al ‘dialogo’. La Cina è il Paese che ha più
influenza sul governo birmano. Sentiamo che Cina e India potrebbero giocare un ruolo più
positivo nell’incoraggiare cambiamenti e riforme nel nostro Paese. I desideri e i
bisogni della gente crescono e sono grandi come le loro difficoltà. Questa volta ci
sentiamo più sostenuti dall’esterno e ho speranza che le cose migliorino. Abbiamo
bisogno di una leadership costruttiva, altrimenti la gente continuerà a soffrire. Al
momento nessuno può fare niente in tempi brevi: i monaci hanno tentato di prendere la
guida delle proteste come autorità della religione di maggioranza; sono stati picchiati e
incarcerati, alcuni uccisi ma la loro iniziativa è stata un buon esempio per la
popolazione.
Che contributo possono dare i cattolici alla causa della pace nel Paese?
MONS. BO: “Sono convinto che in parte i fatti di settembre siano arrivati anche come
frutto della lunga campagna di preghiera, che dal 2005 la Chiesa birmana in tutte le sue
diocesi porta avanti ogni giorno per la pace".
MONS. PO RAY concorda: “La preghiera è l’unica cosa che possiamo offrire a chi lotta
in prima persona per il rispetto dei diritti umani e la democrazia”. E spiega: “il
contributo dei cattolici al Paese si concentra soprattutto nel campo sociale, dell’istruzione
e dell’assistenza sanitaria. Siamo vicini ai poveri. Essendo una minoranza, non possiamo
parlare sempre apertamente, il governo è determinato a reprimere voci di dissenso e se
vogliamo continuare ad esistere come comunità , dobbiamo mantenere un profilo basso e
stare molto attenti”.
Come è la vita della Chiesa nelle vostre diocesi? Quali le difficoltà
e i campi di impegno?
MONS. PO RAY: Sono vescovo a Mawlamyaing da 14 anni; è una diocesi rurale e conta
7mila fedeli, 19 sacerdoti e 27 suore. La gente subisce intimidazioni politiche e militari
ed è costretta a lavori al limite della schiavitù. Noi possiamo solo stare a fianco
delle persone e dar loro coraggio, cerchiamo di offrire un minimo di istruzione e portiamo
avanti programmi agricoli in modo da educare anche a nuove tecniche, che possano risultare
più fruttuose. Non possiamo condurre nessuna istituzione scolastica, ma lavoriamo in modo
da creare una consapevolezza tra la popolazione sulla necessità del lavoro e dell'impegno
per la famiglia.
Il più grande problema è la situazione politica. La gente combatte per la sopravvivenza
e questo è il loro pensiero principale; non prestano grande attenzione alla religione.
Noi cerchiamo di portare i valori religiosi nella loro vita quotidiana, cerchiamo di far
capire l’importanza della pratica”.
MONS. BO: “A Yangon i cattolici sono circa 80mila e 90 i sacerdoti. Svolgiamo programmi
sociali e sanitari a cui collabora anche la gente locale. Formiamo gli insegnanti e
offriamo sanità nelle zone più remote. Il problema è che dobbiamo tenere in ogni campo
un profilo basso, se vogliamo continuare a lavorare. Per questo ho incoraggiato tutte le
diocesi ad unirsi nella preghiera piuttosto che a scendere in piazza. Siamo una piccola
minoranza e dobbiamo tenerlo presente”. |