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13/05/2008 12:25
MYANMAR
Vittime di Nargis: "noi, prigionieri condannati a morte”
La giunta “confisca” tutta l’area colpita dal ciclone: non vi possono accedere neppure i volontari birmani, né i residenti possono uscire. AsiaNews raccoglie la testimonianza di un superstite di Nargis nella zona di Pathein, che parla di 200mila decessi: senza cibo e medicine, moriamo come mosche, aiutateci a far entrare i soccorsi bloccati in Thailandia. Le responsabilità delle potenze regionali: la Cina non interviene perché ci vuole colonizzare lentamente.

Yangon (AsiaNews) – Potrebbero arrivare a 200mila i morti in Myanmar per la furia del ciclone Nargis, dieci volte di più di quelli stimati dal governo militare e il doppio di quelli valutati dall’Onu. E mentre il Paese sta affrontando una disastrosa crisi sanitaria tra i superstiti e gli sfollati – che ogni giorno a decine muoiono di fame - la giunta ha praticamente confiscato l’area colpita, a cui non possono accedere non solo i soccorritori stranieri ma neppure i volontari birmani. Il premier Thein Sein ha, inoltre, vietato la presenza di stranieri e macchine fotografiche nella zona del delta dell’Irrawaddy, la più devastata dal ciclone. A dare un nuovo quadro dell’aggravarsi della situazione è la testimonianza di un insegnante di Pathein, contattato oggi da AsiaNews. Il grido disperato che arriva dal Paese è chiaro: “La comunità internazionale prema per sbloccare gli aiuti fermi in Thailandia, qui stiamo morendo come mosche”. Di seguito riportiamo, in forma anonima, l’intervista. Pathein è tra le arre colpite con maggiore forza.

 

Com’è la situazione oggi nella zona colpita da Nargis?

Secondo fonti attendibili, contattate a Yangon, i morti sono già 200mila. La mancanze di cibo, acqua potabile, le epidemie di colera, dissenteria e le malattie della pelle stanno uccidendo come mosche la nostra gente. Molti Paesi vogliono aiutarci, ma la giunta militare non accetta medicine, cibo, vestiti, non fa entrare neppure i volontari birmani, i dottori che vogliono portare aiuto dal nord. Niente. Check point circondano la zona del delta e chi non è residente lì non può accedere alle aree colpite, né i superstiti possono uscire. Siamo prigionieri condannati a morte.

Qual’è il problema più urgente?

La comunità internazionale deve fare in modo che arrivino gli aiuti e gli operatori umanitari delle varie agenzie Onu e delle Ong straniere fermi in Thailandia. Molti bambini sono già in condizioni drammatiche.  Per le strade sempre più gente chiede l’elemosina e la fame è talmente tanta che non ci si chiede neppure cosa si sta mangiando quando qualcuno riesce ad ottenere i biscotti energetici distribuiti dall’Onu, cibo del tutto estraneo alla dieta locale.

Cosa possono fare le grandi potenze?

Penso che Cina e India, le nazioni più influenti sul governo birmano, debbano premere perché si apra all’intervento dall’estero. ma su questo non sono molto fiducioso. Soprattutto per quanto riguarda le intenzioni reali di Pechino: la Cina vuole colonizzare il Myanmar, un po’ come ha fatto con il Tibet. È interessata al territorio e alle sue risorse. Basti pensare che da una parte la giunta birmana porta avanti una pulizia etnica di alcuni gruppi locali, dall’altra permette il libero ingresso e dà cittadinanza a migliaia di cinesi l’anno. In quest’ottica a Pechino fa comodo che le cose in Birmania rimangano allo statu quo.

Quali sono gli aiuti concreti che arrivano dal governo?

Non ci sono aiuti e la gente non ne è sorpresa. I generali non si sono mai interessati al bene del popolo, perché dovrebbero farlo ora? L’unica cosa che fanno è aumentare i controlli e non permettendo distribuzione diretta dei soccorsi alla popolazione, si prendono il merito loro dei pochi aiuti che arrivano. Se un gruppo di cittadini ha del riso che vuole distribuire ai più bisognosi, i militari lo sequestrano e poi ne prendono loro una parte consistente.

Come spiega l’ottusità del regime nel chiudere ai soccorsi dall’estero?

Bisogna considerare lo storico odio dei generali verso l’occidente, gli stranieri sono visti come nemici portatori di idee devianti. Nelle zone colpite da Nargis sono presenti gruppi di separatisti - come il Karen National Union - che non hanno ancora firmato il cessate-il-fuoco con il regime. Molti sono cristiani, una minoranza già vessata dal governo. In più la metà della popolazione qui sostiene Aung San Suu Kyi (la leader democratica agli arresti domiciliari, ndr) e la maggiore preoccupazione della giunta è non perdere un centimetro del proprio potere.

 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12200

08/05/2008 11:32
MYANMAR
La Chiesa birmana organizza gli aiuti nel post-Nargis
L’arcivescovo di Yangon, devastata dal ciclone, riferisce che utilizzerà i fondi diocesani per comprare e distribuire cibo, medicine e tende tra i superstiti. Istituito un comitato speciale che si occuperà del primo soccorso a 60mila famiglie. Aiuti anche dalle Chiese di India e Thailandia.

Yangon (AsiaNews/Ucan) – La Chiesa cattolica in Myanmar sta preparando i suoi interventi in soccorso alla vittime del ciclone Nargis, che ha ucciso oltre 100mila persone nel sud del Paese.  A riferirlo è l’arcivescovo di Yangon, mons. Charles Bo: “Per quanto possiamo cercheremo di aiutare tutti; i bisogni più urgenti ora sono cibo, acqua e tende; in migliaia, inoltre, hanno bisogno di assistenza medica”. Il presule spiega che la Chiesa ha intenzione di comprare e distribuire il materiale di prima necessità, utilizzando i fondi diocesani.

P. Francis Than Htun, direttore di Karuna, l’organizzazione per il lavoro sociale dell’arcidiocesi di Yangon, spiega che da giorni è in corso la raccolta di informazioni dalle varie parrocchie sulla portata dei danni causati da Nargis. “Abbiamo deciso di aiutare le vittime distribuendo acqua, medicine e riso” e riferisce della formazione di gruppi di volontari tra cui anche sacerdoti e seminaristi.

L’arcidiocesi di Yangon ha istituto un comitato speciale per l’emergenza, il Myanmar Disaster Relief Committe, che comprende rappresentanti delle vittime, delle parrocchie e dei partner donatori. Diversi gruppi sono ora al lavoro nelle tre diocesi di Yangon, Mawlamyine e Pathein per valutare la portata del disastro e le necessità primarie. Secondo p. Than Htun, il primo intervento sarà diretto a 60mila famiglie di diverse religioni, a cui verranno consegnate razioni di cibo per una settimana, acqua, utensili da cucina, candele e tende. La Chiesa si impegna anche a fornire tavolette di cloro per la purificazione dell’acqua. Penelope Khin Khin, una volontaria della cattedrale St. Mary nella ex capitale, racconta che i prezzi dei generi alimentari sono così aumentati che per comprarsi da mangiare la gente non può permettersi di acquistare il materiale per ricostruire i tetti delle abitazioni.

 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12198

08/05/2008 10:32
MYANMAR
Nargis: oltre 100mila morti, il Pime in campo per gli aiuti
Il Pontificio istituto missioni estere lancia una campagna di raccolta fondi per l’emergenza nel sud del Paese. Continua a salire il bilancio delle vittime e l’allarme sanitario, ma per la giunta la situazione “va normalizzandosi”. Tonnellate di aiuti alimentari dell’Onu aspettano ai confini il permesso di ingresso dal regime militare. La gente comincia a vendere i gioielli di famiglia al mercato nero per riuscire a mangiare.

Yangon (AsiaNews) – Anche il Pontificio istituto missioni estere (Pime), da 150 anni presente in Myanmar, si unisce alle realtà umanitarie di tutto il mondo e corre in aiuto della popolazione colpita dalla furia del ciclone Nargis. Il Pime di Milano lancia una campagna di raccolta fondi per “portare soccorso immediato con beni di prima necessità”.

A sei giorni dal disastro intanto non smette di salire il bilancio dei morti. Oggi la cifra confermata è di 110mila, stando all’agenzia Mizzima News. Un’ecatombe che si avvicina a quella provocata da un altro ciclone nel 1991 in Bangladesh (143mila morti). Nella sola area di Labutta, nel sud-ovest del Paese, le vittime sono arrivate a 80mila, secondo fonti militari.

Richard Horsey, portavoce dell'Ocha, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari con sede a Bangkok, parla di circa 5mila km quadrati di terre sommerse dall’acqua e più di un milione di persone in urgente bisogno di aiuto. Secondo l'Onu, è il delta dell'Irrawaddy "il punto nevralgico" per gli aiuti, perché "occorrono battelli, elicotteri e camion".

Le operazioni di soccorso stanno combattendo una corsa contro il tempo per contenere il rischio epidemie. I cadaveri in decomposizione e la mancanza di acqua potabile fanno temere contagi da tifo, dissenteria e malaria.

Nonostante l’allarme sanitario, la giunta birmana continua a ritardare i permessi d’ingresso a personale e carichi delle agenzie umanitarie internazionali, tutte già mobilitate per l’emergenza. Lo staff Onu in Thailandia aspetta ancora i visti, mentre gli aerei del World Food Programme con 40 tonnellate di biscotti energetici sono fermi a Dhaka e Dubai in attesa del via libero da Naypytaw.

Hanno, invece, ricevuto oggi l’autorizzazione a volare su territorio birmano gli Stati Uniti. Aerei militari con aiuti arriveranno tra massimo due giorni, riferiscono da Bangkok, che ha mediato tra i due Paesi, da tempo ai ferri corti. Dopo la repressione delle proteste dei monaci di settembre Washington ha imposto sanzioni economiche al regime e continua a fare pressioni per il rispetto dei diritti umani.

Il disastro ha provocato un forte rincaro dei prezzi dei generi alimentari e del carburante. Manca cibo e la gente inizia a vendere gioielli o cambiare denaro al mercato nero. I più ricchi chiedono  baht thailandesi al posto di kyat, perché vogliono lasciare il Paese, racconta un operatore di cambio. A Yangon manca ancora l’elettricità e tra la gente cova un sentimento di rabbia e frustrazione. Il dito è puntato contro la malagestione della crisi da parte dei generali: pur a conoscenza da una settimana dell’arrivo di Nargis, non hanno diramato tempestivi avvisi ai cittadini delle zone a rischio e anche ora sono pochi – dicono testimoni – i militari impegnati nei soccorsi.

Anzi, la macchina di propaganda del regime è impegnata a diffondete sui media di Stato immagini di ordine ed efficienza. Il generale Tha Aye parla alla tv di una situazione “in fase di normalizzazione".