MILANO
14 Giugno
FUNERALI di
Mons. Luigi Padovese
Milano (AsiaNews) – Grazie al sacrificio di mons. Luigi
Padovese per la Chiesa di Turchia, la Chiesa di Milano vuole “raccogliere
il grido, o meglio il lamento, che si leva da voi e dalla vostra
terra. Vogliamo, come Chiesa ambrosiana, insieme a tutte le
comunità cristiane, accogliere e affrontare la sfida di essere
sempre più coscienti della nostra identità cristiana e di
saper offrire, senza alcuna paura, sempre e dappertutto, la
testimonianza di una vita autenticamente evangelica: amando
Cristo e ogni uomo ‘sino alla fine’”.
Così il card. Tettamanzi alla messa per le esequie di mons.
Luigi Padovese, Vicario dell’Anatolia, ucciso dal suo autista
il 3 giugno scorso. Ai funerali solenni, celebrati stamane alle
10.30 nel duomo di Milano, hanno partecipato decine di vescovi e
sacerdoti insieme a migliaia di fedeli.
All’inizio della celebrazione un rappresentante del
Vaticano, mons. Giuseppe Bertello, nunzio in Italia, ha letto il
telegramma inviato dal Papa per l’occasione.
Benedetto XVI è “profondamente addolorato per l’uccisione”
di mons. Padovese, si dice nel testo e “si unisce a tutti i
presenti nel raccomandare l’anima nobile di questo amato
pastore all’infinita misericordia di Dio e nel rendere grazie
per la sua generosa testimonianza al Vangelo e il suo fermo
impegno per il dialogo e per la riconciliazione che ha
caratterizzato la sua vita sacerdotale e il suo ministero
episcopale”.
Nella sua omelia il card. Tettamanzi ha sottolineato che la
morte del vescovo ha compiuto il senso della sua vita, donata a
Cristo e al mondo: “Il suo corpo e il suo sangue sono davvero
caduti sulla terra di Turchia e, pur nel dolore e nelle lacrime,
ci appaiono per quello che sono davvero: non più segni di una
vita strappata da violenza insensata e tragica, ma offerta viva
di sé che padre Luigi ha vissuto in ogni giorno della sua
missione di Vescovo, di amico della pace, di fratello di ogni
uomo per amore di Cristo Signore”.
La morte di mons. Padovese è sembrata all’inizio causata
dalla follia dell’autista, Murat Altun. Nei giorni seguenti
diverse testimonianze dalla Turchia hanno fatto emergere le
modalità con cui è avvenuta l’uccisione (la decapitazione
della vittima, come per un rituale di sacrificio islamico; il
grido di vittoria dell’assassino, con l’esaltazione di
Allah).
Ai funerali tenutisi a Iskenderun, Mons. Ruggero Franceschini,
arcivescovo di Smirne aveva parlato di “martirio”. Nel
telegramma del papa e nell’omelia del card. Tettamanzi si nota
una certa cautela a definire “martirio” la morte del Vicario
dell’Anatolia. A un certo punto dell’omelia, l’arcivescovo
di Milano, parlando della Chiesa turca ha detto: “Siamo grati
a Dio per la speranza che voi, suo piccolo gregge, comunicate a
tutti noi che troppo spesso dimentichiamo il ‘martirio’
quotidiano della vostra fede e della vostra vita”.
Il card. Peter Erdo, presidente del Consiglio delle
Conferenze episcopali europee ha inviato al card. Tettamanzi un
messaggio di condoglianze in cui si ricorda mons. Padovese come
“uomo di dialogo e di pace che ha sempre mostrato apertura,
amicizia e generosità anche verso coloro che non condividevano
la sua fede”.
Alla fine del rito ha preso la parola anche mons.
Franceschini, che due giorni fa è stato nominato a succedere a
mons. Padovese come Vicario dell’Anatolia. “Hanno ucciso il
pastore buono”, ha sottolineato, ricordando come il vescovo
assassinato era un esperto dei Padri della Chiesa e della storia
della Chiesa turca. Egli ha detto che la testimonianza chiesta a
mons. Padovese e a don Andrea Santoro è stato il martirio. E ha
citato una sua frase ai fedeli in Turchia: “La terra che
calpestiamo è stata lavata da così tanti martiri che hanno
scelto di morire per la loro fede piuttosto che rinnegarla”.
Mons. Franceschini ha poi espresso un appello a tutta la
Chiesa per un aiuto alla missione in Turchia: “Chiediamo
vocazioni, sacerdoti, religiosi e religiose per una missione
difficilissima, ma senza sconti e senza compromessi. Venite a
vivere il vangelo ad aiutarci a vivere semplicemente. Tenete
aperta una finestra su questa Chiesa, siate la voce di chi non
ha neanche la libertà di gridare la propria pena”.
Egli ha chiesto ai malati che offrano le sofferenze per
questa missione, un impegno a chiunque abbia a cuore la pace.
“Sia questo – ha detto - il fiore che avete deposto sul
corpo di mons. Luigi”.
“Non voglio – ha detto - parlare della morte di mons.
Padovese. Per lui parlano il suo corpo spezzato e il suo sangue
versato per tutti”. E ha aggiunto: “Oggi siamo tutti chiesa
di Anatolia”.
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10 Giugno
TURCHIA - VATICANO
Arcivescovo di Smirne:
Sul
martirio di mons. Padovese vogliamo la verità e non “pie bugie”
di Bernardo Cervellera
di Bernardo Cervellera
Mons. Ruggero Franceschini è in Italia per partecipare ai funerali
di mons. Luigi Padovese a Milano. Egli conferma l’uccisione con
rituale islamico del Vicario dell’Anatolia. E conferma anche la
sanità di mente dell’assassino, da lui conosciuto da molto tempo.
Un omicidio programmato e studiato nei particolari da gruppi eversivi,
che vogliono allontanare la Turchia dall’Europa. La richiesta di
aiuto alla Chiesa universale e a Roma.
Parma (AsiaNews) – Mons. Ruggero Franceschini, 71 anni, da 6 anni
arcivescovo latino di Smirne, è schietto: dopo il martirio di mons.
Luigi Padovese la Chiesa in Turchia è prostrata e ferita, ma più
unita. Cattolici, ortodossi, armeni, caldei sono molto più fraterni.
Il vescovo è schietto anche su un altro aspetto: la Chiesa in Turchia
vuole sapere “tutta la verità e solo la verità” sui moventi dell’assassino
di mons. Padovese. La Chiesa turca non crede all’omicidio a sfondo
sessuale, o alla “pia bugia” della malattia mentale di Murat Altun.
Sa che l’uccisione è avvenuta seguendo un rituale islamico, ma
anche dietro a questo apparente fanatismo c’è dell’altro. Tanto
più che l’omicida non è mai stato un musulmano fervente. Mons.
Franceschini ipotizza che l’assassinio è stato studiato con
precisione, il killer istruito per bene, e i mandanti devono avere
come scopo la destabilizzazione del Paese e l’allontanamento della
Turchia dall’Europa.
Con la limpidezza che lo contraddistingue, egli chiede a Roma e
alla Chiesa universale di mostrarsi più vicina alla Chiesa di Turchia
con intelligenza e solidarietà fattiva. E fa un appello perché
volontari, insegnanti, suore e religiosi, vadano in missione in
Turchia, a tenere aperte soprattutto le poche scuole cattoliche.
Ecco l’intervista che ha rilasciato.
Eccellenza, dopo il martirio di mons. Luigi Padovese come sta la
Chiesa in Turchia?
È senz’altro prostrata, addolorata, ma unita. Al funerale di
mons. Padovese, tenutosi nella cattedrale di Iskenderun il 7 giugno
scorso, erano presenti diversi vescovi. Vicino a me vi era il vescovo
coadiutore degli armeni. Non siamo riusciti a fargli dire nemmeno una
parola: era distrutto. È una reazione dovuta allo shock per la morte.
Il vicario dei caldei non è venuto, anche se vi erano molti sacerdoti
caldei. Vi era pure un vescovo dei siro-ortodossi. Tutti erano
prostrati e distrutti. Sul volto di questo armeno si leggeva: “La
storia continua”, forse pensando a quanto è avvenuto agli armeni
col genocidio del ‘900. Anche noi latini non eravamo baldanzosi. Con
tutto ciò, abbiamo vissuto un bel momento di unità. E non ci
arrendiamo e cerchiamo di tenere in rotta questa barca della Chiesa.
Al funerale sono venuti anche tutte le autorità civili della
provincia.
Come vede questo assassinio del Vicario dell’Anatolia?
Sull’uccisione di mons. Padovese quello che noi cerchiamo è
anzitutto la verità. Il giorno prima del funerale sono giunti a
Iskenderun il ministro della giustizia insieme al giudice delegato al
processo per questo assassinio. Il giudice non ha detto una parola.
Hanno chiesto di vedermi in una saletta riservata e lì ho detto loro:
“Noi vogliamo tutta la verità, ma solo la verità. Non vogliamo
altre menzogne: che erano in tanti, che erano in pochi, che era un
delitto passionale. Non dobbiamo nascondere nulla”.
Io credo che per questo assassinio, che ha un elemento così
esplicitamente religioso, islamico, siamo di fronte a qualcosa che va
al di là del governo; va oltre, verso gruppi nostalgici, forse
anarchici, che vogliono destabilizzare lo stesso governo.
La stessa modalità con cui è avvenuta l’uccisione serve a
manipolare l’opinione pubblica. Dopo avere ucciso il vescovo, il
giovane Murat Altun ha gridato “Ho ucciso il grande satana. Allah
Akbar”. Ma questo è davvero strano. Murat non aveva mai detto
queste frasi violente. Io lo conoscevo da almeno 10 anni. Sono io che
l’ho assunto al lavoro per la Chiesa. E non si era mai espresso in
questo modo. Non era un musulmano praticante. Era un giovane che aveva
una cultura cristiana, senza essere cristiano. Né lui, né suo padre
erano delle persone nostre nemiche. A mio avviso, sono stati uno
strumento nelle mani di altri.
L’uso del rituale islamico serve per deviare le interpretazioni:
è come suggerire che la pista è religiosa e non politica. Inoltre,
spingendo all’interpretazione religiosa, di un conflitto fra islam e
cristiani, si riesce ad infiammare l’opinione pubblica in un ambito
in cui noi siamo debolmente creduti e non abbiamo alcuna forza. Del
resto, anche il primo ministro Erdogan, ha gli appoggi più forti non
nell’islam radicale, ma in quello moderato. E temo che ormai non
abbia più nemmeno quello.
Murat Altun ha anche parlato di omosessualità del vescovo e si è
detto “depresso e instabile”…
L’assassino ha “confessato” anche la pista sessuale, dicendo
che mons. Padovese lo pagava per dei “servizi”. Ma anche questa è
un pista che serve a confondere. E non crediamo nemmeno alla solita e
frettolosa pia bugia che Murat era malato di mente e un fanatico. Non
era né l’uno, né l’altro. Giorni prima ha cercato di farsi
passare per pazzo, ma i medici gli han detto di non farsi vedere più
perché lui è sano di mente. Immagino che abbia avuto dei buoni
avvocati come consiglieri per preparare questi alibi e far sì che se
condannato, potrebbe cavarsela solo con una condanna di qualche anno.
Qualcuno pensa che date queste violenze, la Turchia non dovrebbe
mai entrare in Europa…
Di certo nel movente di questo assassinio, così ben studiato, c’è
il desiderio di qualche settore della società turca che non vuole
entrare a far parte dell’Europa, e non vuole nessuna novità.
Speriamo che questa uccisione, invece di allontanarci, ci avvicini di
più all’Europa. Anzi, noi speriamo che la nostra amicizia si
allarghi ad altri Paesi europei, per collaborare per il nostro
benessere e per il vostro, dato che ormai la Turchia è divenuta un
grande Paese.
Come vive la piccola Chiesa in Turchia?
La Chiesa di Turchia non è piccola, ma è molto variegata nelle
diverse confessioni, anche se in questi ultimi tempi abbiamo imparato
a volerci bene. Ai funerali di mons. Padovese vi erano tutti: latini,
armeni, cattolici, ortodossi, siro-ortodossi, caldei. Ogni confessione
ha fatto una preghiera attorno al feretro.
Avremmo bisogno di sentirci ancora più uniti a Roma. Questo lo
dicono anche gli ortodossi, che ormai sempre di più guardano a Roma.
Abbiamo bisogno di sentire di più che il cuore della cattolicità
pulsa anche per noi. Ci sentiamo un poco abbandonati. Vero è che
adesso ci sarà il Sinodo per le Chiese del Medio oriente, che
dovrebbe servire anche a far maturare la solidarietà fra noi e la
Chiesa universale. Speriamo che sia così; speriamo che il documento
del Sinodo non sia solo un documento culturale, che lascia poi il
tempo che trova. Deve cambiare qualcosa. Se qui in Turchia non ci
fossimo noi cappuccini, qualche domenicano, e qualche altro ordine
religioso, non vi sarebbero preti. A Smirne vi è solo un sacerdote
locale, che ho ordinato io. Gli altri preferiscono andare a vivere all’estero,
dove sono più liberi. Non hanno una mentalità di servizio e
missione.
Cosa chiede alla Chiesa italiana e universale?
Prima di tutto la preghiera, ma una preghiera consapevole della
posta in gioco, su cui non vogliamo rinunciare malgrado le
difficoltà: qui è nata la comunità cristiana e qui sono avvenuti i
primi concili e non possiamo abbandonare questi luoghi. Occorre una
solidarietà non solo proclamata, ma attiva. Ogni anno abbiamo bisogno
di aiuti per riparare qualche chiesa, e non sappiamo come fare. Poi
occorre comprare un appartamento per far risiedere il prete, uno per
farci vivere le suore e poi occorre che vi siano laici e sacerdoti che
vengano a vivere con noi. Purtroppo, soprattutto gli istituti
femminili, quando vedono che venendo in Turchia non possono aprire una
casa per accogliere vocazioni, decidono di non venire più. Ma anche
se vi sono difficoltà per la libertà religiosa, il lavoro è tanto.
In Turchia non c’è libertà a proclamare il Vangelo nelle piazze,
non c’è libertà di aprire seminari, o di costruire nuove chiese,
ma possiamo lavorare nelle nostre parrocchie già fondate, incontrare
persone, trasformare i nostri saloni in chiese…
Quali sono i bisogni più urgenti?
Quello di sostenere le nostre scuole. In Turchia abbiamo ancora
qualche scuola, aperta grazie a titoli antichi, quelli ancora prima di
Ataturk. Una volta queste scuole erano le migliori della Turchia, ora
sopravvivono a malapena. Ma cerchiamo comunque di valorizzarle per
salvare i nostri giovani, che nelle scuole statali sono molto
maltrattati. Purtroppo, i Fratelli delle scuole cristiane si sono
ritirati. In campo educativo sono rimaste solo le Suore di Ivrea, ma
sono molto anziane. Occorrono insegnanti, volontari per due o tre
anni, e istituti religiosi femminili che vengano qui a sostenere
queste scuole. Dovrebbero venire anche se non possono aprire una casa
per raccogliere vocazioni. É importante andare in Turchia per donare,
non per accumulare. Occorre imparare a donare qualcosa a Gesù, oltre
che chiedere sempre qualcosa. Del resto, è difficile, ma non
impossibile far nascere vocazioni, soprattutto maschili. Finora io
sono riuscito a ordinare due sacerdoti. Ma queste vocazioni vengono
dall’estero, per i quali è importante imparare la lingua turca, che
non è facile. Occorre che vi siano vocazioni locali. Per migliorare
la nostra comunicazione con la Chiesa, stiamo preparando un sito
legato a una onlus, che sarà pronta entro un anno. Si chiama
Associazione Santa Claus, con un sito che sta per essere varato
on-line.
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