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| 28/10/2009 PAKISTAN Peshawar, strage al mercato: 90 morti e 200 feriti, fra le vittime donne e bambini http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=16713&size=A Un’autobomba contenente circa 150 kg di esplosivo ha colpito il mercato Meena. Le fiamme si sono propagate nei negozi della zona, molte le persone intrappolate all’interno. Islamabad (AsiaNews) – Peshawar, capoluogo della Provincia di frontiera nord-occidentale (Nwfp). Il veicolo, parcheggiato nei pressi dei negozi, conteneva circa 150 chili di esplosivo e ha fatto una strage: il bilancio – ancora provvisorio – delle vittime è di almeno 90 morti e 200 feriti. Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa, in vista ufficiale in Pakistan, ha condannato l’attacco e invita il governo a continuare la lotta contro il terrorismo. Fonti locali parlano di una carneficina di donne e bambini; il mercato di Meena, infatti, è frequentato soprattutto da madri di famiglia perché espone molti articoli femminili. Le fiamme originate in seguito all’esplosione si sono propagate ai negozi adiacenti, bruciando vive le persone intrappolate all’interno. Finora il gesto non è stato rivendicato, ma con ogni probabilità dietro c'è la mano dei talebani. Da settimane il Pakistan registra una serie di attentati sanguinosi; una risposta dei fondamentalisti all’offensiva lanciata da governo ed esercito alle loro roccaforti nel South Waziristan. Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale di giustizia e pace (Ncjp) della Chiesa cattolica pakistana, conferma il clima di paura che si respira nel Paese. “Gli estremisti colpiscono obiettivi civili e militari, per fare i maggiori danni possibili”. La condanna per gli attentati è “unanime” e la nazione è “coesa nella lotta al terrorismo”, La popolazione, aggiunge l’attivista, è “stanca degli attentati e vuole la pace; solo una frangia minoritaria, fra cui alcune madrasse [le scuole islamiche, ndr], continua a sostenere i talebani”. Peter Jacob sottolinea infine il legame fra la deriva di violenze che hanno segnato il Pakistan negli ultimi tempi e la legge sulla blasfemia, contro la quale ha lanciato una dura lotta. “Sono entrambe segnali – conclude – di una matrice fondamentalista che è radicata nel Paese. Molte persone e anche i funzionari di governo faticano a trovare un nesso fra i due elementi: ma i fatti di sangue, gli attentati e le persecuzioni contro le minoranze hanno entrambe il medesimo sottofondo”. (DS) |
29/10/2009 PAKISTAN Salvate i cristiani e
il Pakistan dalla legge sulla blasfemia La legge sulla blasfemia – prigione e condanna a morte per chi offende il Corano o Maometto – è uno strumento per eliminare le minoranze religiose. AsiaNews lancia una campagna di sensibilizzazione perché sia abrogata. A causa di essa, dal 2001 sono stati uccisi almeno 50 cristiani, distrutte famiglie e interi villaggi. Anche nel Paese emergono voci cristiane e islamiche che chiedono la cancellazione della norma. Roma (AsiaNews) – Robert Fanish Masih è solo l’ultima vittima cristiana, in ordine di tempo, della legge sulla blasfemia in vigore in Pakistan dal 1986. Questa legge punisce con ergastolo o pena di morte chi profana il Corano o dissacra il profeta Maometto e basta essere accusati da una sola persona per essere arrestati ed eliminati. Una norma aberrante, foriera di discriminazioni, che “legalizza” violenze contro le minoranze religiose e i cui autori rimangono il più delle volte impuniti, grazie alla connivenza delle forze di polizia e dei funzionari di governo. Robert, 20enne originario del villaggio di Jaithikey, poco distante dalla città di Samberial, nel distretto di Sialkot (Punjab), era stato arrestato il 12 settembre scorso con l’accusa di blasfemia. Il giorno precedente una folla di musulmani si era riunita attorno alla chiesa locale danneggiando prima l’edificio, poi gli hanno dato fuoco. Gli estremisti hanno anche saccheggiato due abitazioni adiacenti la chiesa. Il giovane era stato accusato di aver “provocato” una ragazza, prendendo una copia del Corano che aveva fra le mani e “gettandola via”. In realtà, a scatenare l’ira dei fondamentalisti islamici vi era la relazione fra il ventenne cristiano e la ragazza musulmana; uno dei testimoni che ha incriminato Fanish, infatti, è la madre della giovane. Padre Emmanuel Yousaf Mani, direttore della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica (Ncjp), aveva chiarito che i fondamentalisti “non sopportano che una ragazza musulmana si innamori di un cristiano”. La notte fra il 12 e il 13 settembre Robert Fanish Masih è morto, in carcere, per le violenze subite. Il corpo del giovane, infatti, presentava segni evidenti di ferite profonde alla testa, provocate da un’arma da taglio. Poco dopo il ritrovamento del cadavere, Waqar Ahmad Chohan, ufficiale del distretto di polizia di Sialkot, ha riferito che Fanish si sarebbe “suicidato in cella”. Una tesi smentita con fermezza da numerosi leader cristiani, alcuni dei quali hanno potuto vedere il corpo del giovane prima dei funerali. Nadeem Anthony – membro della Commissione nazionale per i diritti umani (Hrcp) – ha subito denunciato un caso di “omicidio legalizzato”, smentendo la versione degli agenti che parlavano di “impiccagione in carcere”. L’attivista ha quindi aggiunto che il giovane “ha subito torture, in seguito alle quali è deceduto. Sono visibili i segni delle percosse e delle ferite sul corpo, come emerge dalle fotografie”. Nei giorni seguenti alla morte, AsiaNews ha ricevuto gli scatti del cadavere, che confermano le torture inferte, le quali nulla hanno a che vedere con i segni di strangolamento da impiccagione. Le accuse di blasfemia montano spesso fino a decretare la distruzione di case e villaggi cristiani. Lo scorso 30 luglio una folla di 3 mila musulmani ha attaccato e incendiato i villaggi di Koriyan per punire un presunto caso di blasfemia. Il 1° agosto i fanatici hanno attaccato il villaggio di Gojra, uccidendo 7 persone, fra cui donne e bambini, incendiati vivi. La storia degli ultimi decenni in Pakistan è piena di assalti a chiese e villaggi cristiani motivati da scandali sulla blasfemia montati ad arte: Kasur (giugno 2009); Tiasar (Karachi, aprile 2009); Sangla Hill (2005); Shantinagar (1997). Il Joint Action Committee for People’s Rights (Jac), organizzazione non governativa pakistana che si batte per i diritti umani nel Paese, manifesta “grande preoccupazione” per le violenze in continua crescita, mentre la comunità cristiana lancia appelli – finora caduti nel vuoto – perché venga fatta giustizia; le promesse di risarcimento sono, al momento, rimaste disattese. Le violenze di gruppi musulmani contro cristiani, giustificate con la blasfemia, costituiscono una lunga lista. Esse non riguardano solo cristiani, ma anche altre minoranze e non solo individui, ma villaggi e interi paesi. Il Pakistan, infatti, nato come Stato laico, a difesa di tutte le comunità etniche e religiose, è divenuto via via una Repubblica islamica che uccide le minoranze, anche quelle più devote alla costruzione del Paese. L’abolizione della legge sulla blasfemia e di tutte le leggi contro le minoranze sono anche la strada per un vero progresso di tutta la popolazione pakistana. Con questo dossier, AsiaNews, da sempre attenta alle questioni legate alla libertà religiosa e al rispetto dei diritti umani, intende offrire qualche strumento per capire e anche per solidarizzare con cristiani, ahmadi e sikh contro questa legge infamante. |
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