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10 Ottobre 2011
Rapporto del Comitato per il progetto culturale Cei
Una sfida demografica per l'ItaliaNel 1861, al loro primo censimento dopo l'unità
nazionale, gli italiani erano circa 22 milioni. Un popolo decisamente
giovane, dove poco più della metà aveva meno di venticinque anni e
solo uno su venticinque si spingeva oltre la soglia delle
sessantacinque primavere. Da allora tutto è radicalmente cambiato.
Così che agli inizi del secondo decennio del nuovo millennio in
Italia vivono oltre sessanta milioni di persone sempre più «appesantite»
dall'età. Infatti, coloro che hanno meno di venti anni sono solo uno
su cinque, un numero pressoché pari a quello
degli ultrsessantacinquenni. Mentre gli ultranovantenni
hanno quasi raggiunto il mezzo milione di unità. Un Paese, insomma,
in cui ogni anno le nuove nascite non toccano quota 6oo.ooo, ben
15o.ooo in meno di quante ne occorrerebbero per garantire nel tempo
l'attuale dimensione demografica. Il tutto mentre la durata media della vita ha
superato gli ottanta anni, la mortalità infantile si è ridotta a
livelli fisiologici e la fecondità, scesa da tempo sotto il livello
che consente il ricambio generazionale, è attestata intorno alla
media di 1,4 figli per donna. E questa, in sintesi, la fotografia
della popolazione italiana contenuta nello studio curato dal Comitato
per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana (Cei)
che è stato presentato oggi, mercoledì 5, a Roma alla presenza, tra
gli altri, del Cardinale presidente
dell'episcopato Angelo Bagnasco (Il cambiamento demografico.
Rapporto-proposta sul futuro dell'Italia, Bari-Roma, Editori
Laterza, 20II, pagine XVIII + 191, euro 14). Da circa tre decenni - si legge
nell'introduzione del volume - in Italia
si è instaurato un «circolo vizioso involutivo da cui il Paese non
sembra ancora in grado di uscire». Non solo, «il Paese non sembra
neppure avere una consapevolezza adeguata alla drammaticità delle
sfide che lo attendono». Mentre, «la ricerca di nuovi equilibri in
una società che invecchia» richiede azioni politiche che mettano
ancora una volta «al centro la famiglia e le scelte che ne
accompagnano i processi di .formazione e di sviluppo». Insomma, «occorre
diffondere una nuova mentalità che renda più generativa ed equa la
società italiana». Pubblichiamo ampi stralci della prefazione al
volume a firma del cardinale presidente del Comitato per il progetto
culturale della Cei. di Camillo Ruini A due anni di distanza da La sfida educativa, il
Comitato per il progetto culturale della Cei pubblica un secondo Rapporto-proposta,
dedicato alla demografia in Italia. E’ ben noto l'impegno della
Chiesa a favore della vita umana e della famiglia, ma forse è meno
conosciuta la sua attenzione ai problemi demografici, sebbene già nel
1985, quando la diminuzione delle nascite non suscitava ancora alcun
interesse o preoccupazione nelle istituzioni e nell'opinione pubblica,
i vescovi dell'Emilia Romagna avessero pubblicato un documento, dal
titolo Una Chiesa che guarda al futuro, nel quale denunciavano
l'andamento demografico gravemente negativo di quella regione. Da
allora fino a oggi, la Chiesa italiana non ha smesso di insistere su
queste problematiche. Un esempio recente sono le parole del presidente
cardinal Bagnasco all'assemblea della Cei nel maggio 2010: «l'Italia
sta andando verso un lento suicidio demografico». Sono certamente in
atto da tempo in Italia una forte scarsità delle nascite, ben al di
sotto del ricambio generazionale, e un notevole incremento della
durata media della vita, fatto di per sé altamente positivo ma che
concorre, con la diminuzione delle nascite, a causare l'invecchiamento
della popolazione. Il veloce incremento del numero degli immigrati e
la connessa crescita dei ricongiungimenti familiari contribuiscono
senza dubbio ad alleggerire queste difficoltà ma, al di là dei
problemi di sostenibilità che comportano, non sembrano in grado di
rappresentare una vera soluzione. Le proposte che vengono avanzate
sono pertanto rivolte soprattutto a ritrovare, per quanto possibile,
un effettivo equilibrio demografico. Non ci si nasconde la grandissima
difficoltà e i possibili rischi di un simile compito, ma non lo si
ritiene a priori irrealizzabile. Il confronto con altre nazioni non
troppo dissimili da noi - come in particolare la Francia - che si sono
mostrate in grado di affrontarlo, aiuta a non cedere alla
rassegnazione, sebbene il Rapporto-proposta non trascuri di mettere in
luce le profonde differenze tra le due situazioni italiana e francese
e tra le loro cause, anche remote nel tempo. Più importante delle
difficoltà rimane in ogni caso la certezza che, se non si pone
rimedio al declino demografico, l'ltalia, già nel medio periodo, non
potrà far fronte utilmente ad alcuna delle altre impegnative sfide
che stanno davanti a lei. Il Rapporto-proposta individua due
ordini di fattori capaci di influire sull'andamento delle nascite. Il
primo è costituito dagli interventi pubblici, cioè da una serie
organica di provvedimenti di lungo periodo rivolti non a premere sulle
coppie perché mettano al mondo dei figli che non desiderano, bensì
semplicemente a eliminare le difficoltà sociali ed economiche che
ostacolano la realizzazione dell'obiettivo di avere i figli che esse
vorrebbero. Giustificare una politica di questo genere è abbastanza
facile: i figli, o le nuove generazioni, sono una necessità
essenziale per il corpo sociale e quindi rappresentano un bene
pubblico, c non soltanto un bene privato dei loro genitori. Il secondo ordine di fattori si colloca a un
livello più profondo, quello delle mentalità, degli insiemi di
rappresentazioni e sentimenti, in altre parole dei vissuti personali e
familiari e della cultura sociale, che influiscono potentemente sui
comportamenti demografici. Tra questi due ordini di fattori, il
secondo appare quello maggiormente decisivo per le scelte concrete
delle coppie, ma anche il primo è necessario, perché senza di esso
il desiderio di procreare spesso non si traduce in comportamenti
conseguenti. I due ordini di fattori sono quindi interdipendenti e non
vanno separati l’uno dall'altro. Quanto al primo ordine di fattori,
I'Italia è certamente in grave ritardo, un ritardo da riparare
iniziando subito col mettere in campo un impegno adeguato alla posta
in gioco e molto prolungato nel tempo. Riguardo al secondo ordine di fattori, l'Italia ha
invece due vantaggi potenziali, che finora non hanno potuto produrre i
loro effetti soprattutto per la carenza - e talvolta perfino la
contrarietà - degli interventi pubblici. Mi riferisco alla perdurante
solidarietà interna e rilevanza sociale delle famiglie italiane,
rispetto alle situazioni prevalenti negli altri Paesi europei, e al
desiderio di figli, che in Italia rimane alto. Perciò, se vogliamo
superare progressivamente la crisi della natalità e ridare al Paese
una non effimera prospettiva di crescita, dobbiamo guardare in maniera
positiva a queste specificità dell'Italia, reagendo alla tendenza a
un'omologazione acritica a situazioni diverse dalla nostra. Il Rapporto-proposta
sull'educazione proponeva «una sorta di alleanza per l'educazione
»: a maggior ragione abbiamo bisogno di un'alleanza, o di una grande
sinergia, per affrontare la nostra crisi demografica. Per essere efficace, questa sinergia deve rendere
consapevoli e coinvolgere ciascuna delle componenti della nostra
società, arrivando fino alle persone e alle famiglie. Solo così sarà
possibile far entrare, finalmente e sul serio, la questione
demografica nell'agenda politica. Non va dimenticata, infatti, la
regola già formulata da John Stuart Mill, per la quale i politici si
trovano nella necessità di tener conto degli interessi e dei desideri
dei propri elettori: tendono quindi a privilegiare ciò che può
produrre risultati immediati, cosa che non si verifica nei fenomeni
demografici. Lo scopo di questo Rapporto-proposta al quale
hanno lavorato alcuni dei maggiori demografi italiani di varie matrici
culturali insieme a studiosi di altre discipline, è proprio far
penetrare nell'intero corpo sociale la consapevolezza della sfida
demografica con cui l'Italia deve inevitabilmente misurarsi. (Trattto da L'Osservatore Romano)
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