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Martedi 23 Dicembre 2008
RWANDA - Finalmente un segnale
Dopo 14 anni le prime sentenze del Tribunale internazionale sul genocidio

In soli 100 giorni, nell’estate del 1994, in Rwanda vennero uccise 800.000 persone, tra tutsi e hutu moderati. Un genocidio atroce, scandito dall’incitamento ai massacri dalla radio “Mille collines”. E dall’impotenza (o indifferenza) della comunità internazionale, che pesa ancora sulla coscienza collettiva ed è una ferita ancora aperta nella società ruandese. Nei giorni scorsi, dopo 14 anni di difficile e delicato lavoro, il Tribunale penale internazionale sul Rwanda, con sede ad Arusha (Tanzania), ha inflitto le prime condanne: ergastoli a tre alti ufficiali, tra cui il colonnello Theoneste Bagosora (ritenuto la “mente” della strage, secondo molti pianificata a tavolino) e 20 anni di carcere a Protais Zigiranyirazo, cognato dell’ex presidente Habyarimana, morto nell’attentato aereo del 6 aprile ’94 che innescò il genocidio. Abbiamo raccolto un commento e una testimonianza.

Finalmente un segnale contro l’impunità. “Finalmente arriva un segnale, da parte degli organi di giustizia internazionale, che alcuni atti non restano impuniti. E’ la dimostrazione concreta che se c’è la volontà di perseguire i crimini contro l’umanità e le violazioni dei diritti umani si può agire a livello internazionale”. E’ il commento al SIR di Sergio Marelli, direttore generale di Volontari nel mondo-Focsiv e presidente dell’Associazione delle ong italiane. “Questo dimostra la necessità di rafforzare, con urgenza, la corte penale internazionale e dotare gli organismi della comunità internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, del potere che le è sempre stato negato, ossia quello legislativo e sanzionatorio”, precisa Marelli. Nonostante le prove gli indagati si sono sempre dichiarati innocenti, “una giustificazione che fino ad oggi aveva dato i suoi frutti, giocando sulla convinzione della possibilità di uscirne indenni e impuniti”. “Ma questa volta – osserva Marelli - c’è stata la dimostrazione definitiva che alcuni organi internazionali funzionano e non si può sfuggire alla giustizia, uno dei primi diritti da garantire a tutti”. L’auspicio, per la società civile ruandese, è che la sentenza serva “per mobilitarsi ulteriormente, ricordando che il Rwanda, anche se in maniera indiretta, è pienamente implicato nel conflitto nel Kivu, in Congo. Spero aiuti a capire che quanto capitato entro i loro confini nazionali non sia riprodotto al di là della loro frontiera”. A proposito del conflitto in corso nella Repubblica democratica del Congo, Marelli avverte: “La società civile e le organizzazioni internazionali devono reagire efficacemente ed urgentemente per mettere fine a questo sterminio di innocenti”. “L’oggettiva impotenza dei caschi blu – prosegue - è l’indicatore della necessità di una profonda riforma delle Nazioni Unite. Sappiamo che oggi la leva militare dell’Onu dipende unicamente dalla disponibilità dei governi nazionali che mettono a disposizione queste forze, spesso non preparate e reclutate all’interno della disperazione dei Paesi poveri, che trovano nello sbocco dei caschi blu l’unica possibilità per garantirsi un futuro ed una entrata economica. Se si vuole mantenere la pace occorre dotare le Nazioni Unite di un corpo di polizia internazionale autonomo”.

Riconciliare la società. “Il quadro del genocidio è molto più vasto, purtroppo non basta una sentenza. Bisogna smettere di colpevolizzare una etnia contro l’altra. Non è questa la strada. E’ giusto ricordare le guerre, ma senza colpevolizzare nessuno”. E’ questo l’auspicio di Enrico Selmi, responsabile dell’“area progetti” del Movimento per la lotta contro la fame nel mondo, che ha lavorato dieci anni in Rwanda e segue ancora i progetti che l’ong ha nel Paese africano. In Rwanda, precisa al SIR, “il tema è ancora tabù, anche nella Chiesa e nella società civile. Anche per noi è delicato, abbiamo quattro progetti in Rwanda e dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo”. Poco prima del genocidio era a Muura, impegnato nella costruzione di un acquedotto, e ricorda ancora con pathos quelle giornate. “Senz’altro è stato tutto programmato – dice -. Si sono preparati per anni all’attacco campale iniziato nel ‘94. Già nel ’91 si cominciava a vedere un certo animo contro l’altra etnia. Per le strade ogni pochi km c’era una barriera per fermare il nemico che arrivava dall’Uganda. Poi sono arrivati i macheti e i bastoni, poi i fucili. Pian piano si cercava di armare la gente e farla intervenire al momento opportuno. C’è stato senz’altro qualcuno che ha tramato per far partire il massacro”. “Ricordo quando sentii alla radio la notizia dell’aereo abbattuto, con l’assassinio del presidente Habyarimana, che portava avanti la linea moderata – continua -. Ho capito che sarebbe successo qualcosa di gravissimo”. “Indipendentemente dalla sentenza – osserva Selmi -, per me questa gente ha fatto veramente del male. Quando ero lì sentivo la radio ruandese che incitava al massacro. Ora il governo attuale, composto da una minoranza tutsi, cerca di portare avanti una politica di colpevolizzazione, cercando di dire che la colpa è stata unicamente degli hutu. Invece sappiamo che tra gli 800.000 morti ci sono stati anche tantissimi hutu moderati”. Secondo Selmi dovrebbero “essere puniti i genocidari di entrambi le etnie. È stato orchestrato, ma ci sono sempre i nostri soldi dietro e le responsabilità dei Paesi europei. Perché per avere armi e soldi per poter cominciare una guerra serve l’aiuto di qualche Paese occidentale. Come gli hutu che adesso sono in Congo ed aspettano che qualcuno si faccia vivo”.

a cura di Patrizia Caiffa