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In soli 100 giorni, nell’estate del 1994, in Rwanda
vennero uccise 800.000 persone, tra tutsi e hutu moderati.
Un genocidio atroce, scandito dall’incitamento ai
massacri dalla radio “Mille collines”. E
dall’impotenza (o indifferenza) della comunità
internazionale, che pesa ancora sulla coscienza collettiva
ed è una ferita ancora aperta nella società ruandese.
Nei giorni scorsi, dopo 14 anni di difficile e delicato
lavoro, il Tribunale penale internazionale sul Rwanda, con
sede ad Arusha (Tanzania), ha inflitto le prime condanne:
ergastoli a tre alti ufficiali, tra cui il colonnello
Theoneste Bagosora (ritenuto la “mente” della strage,
secondo molti pianificata a tavolino) e 20 anni di carcere
a Protais Zigiranyirazo, cognato dell’ex presidente
Habyarimana, morto nell’attentato aereo del 6 aprile
’94 che innescò il genocidio. Abbiamo raccolto un
commento e una testimonianza.
Finalmente un segnale contro l’impunità.
“Finalmente arriva un segnale, da parte degli organi di
giustizia internazionale, che alcuni atti non restano
impuniti. E’ la dimostrazione concreta che se c’è la
volontà di perseguire i crimini contro l’umanità e le
violazioni dei diritti umani si può agire a livello
internazionale”. E’ il commento al SIR di Sergio
Marelli, direttore generale di Volontari nel
mondo-Focsiv e presidente dell’Associazione delle ong
italiane. “Questo dimostra la necessità di rafforzare,
con urgenza, la corte penale internazionale e dotare gli
organismi della comunità internazionale, a partire dalle
Nazioni Unite, del potere che le è sempre stato negato,
ossia quello legislativo e sanzionatorio”, precisa
Marelli. Nonostante le prove gli indagati si sono sempre
dichiarati innocenti, “una giustificazione che fino ad
oggi aveva dato i suoi frutti, giocando sulla convinzione
della possibilità di uscirne indenni e impuniti”. “Ma
questa volta – osserva Marelli - c’è stata la
dimostrazione definitiva che alcuni organi internazionali
funzionano e non si può sfuggire alla giustizia, uno dei
primi diritti da garantire a tutti”. L’auspicio, per
la società civile ruandese, è che la sentenza serva
“per mobilitarsi ulteriormente, ricordando che il Rwanda,
anche se in maniera indiretta, è pienamente implicato nel
conflitto nel Kivu, in Congo. Spero aiuti a capire che
quanto capitato entro i loro confini nazionali non sia
riprodotto al di là della loro frontiera”. A proposito
del conflitto in corso nella Repubblica democratica del
Congo, Marelli avverte: “La società civile e le
organizzazioni internazionali devono reagire efficacemente
ed urgentemente per mettere fine a questo sterminio di
innocenti”. “L’oggettiva impotenza dei caschi blu
– prosegue - è l’indicatore della necessità di una
profonda riforma delle Nazioni Unite. Sappiamo che oggi la
leva militare dell’Onu dipende unicamente dalla
disponibilità dei governi nazionali che mettono a
disposizione queste forze, spesso non preparate e
reclutate all’interno della disperazione dei Paesi
poveri, che trovano nello sbocco dei caschi blu l’unica
possibilità per garantirsi un futuro ed una entrata
economica. Se si vuole mantenere la pace occorre dotare le
Nazioni Unite di un corpo di polizia internazionale
autonomo”.
Riconciliare la società. “Il quadro
del genocidio è molto più vasto, purtroppo non basta una
sentenza. Bisogna smettere di colpevolizzare una etnia
contro l’altra. Non è questa la strada. E’ giusto
ricordare le guerre, ma senza colpevolizzare nessuno”.
E’ questo l’auspicio di Enrico Selmi,
responsabile dell’“area progetti” del Movimento per
la lotta contro la fame nel mondo, che ha lavorato dieci
anni in Rwanda e segue ancora i progetti che l’ong ha
nel Paese africano. In Rwanda, precisa al SIR, “il tema
è ancora tabù, anche nella Chiesa e nella società
civile. Anche per noi è delicato, abbiamo quattro
progetti in Rwanda e dobbiamo stare attenti a ciò che
diciamo”. Poco prima del genocidio era a Muura,
impegnato nella costruzione di un acquedotto, e ricorda
ancora con pathos quelle giornate. “Senz’altro è
stato tutto programmato – dice -. Si sono preparati per
anni all’attacco campale iniziato nel ‘94. Già nel
’91 si cominciava a vedere un certo animo contro
l’altra etnia. Per le strade ogni pochi km c’era una
barriera per fermare il nemico che arrivava dall’Uganda.
Poi sono arrivati i macheti e i bastoni, poi i fucili.
Pian piano si cercava di armare la gente e farla
intervenire al momento opportuno. C’è stato
senz’altro qualcuno che ha tramato per far partire il
massacro”. “Ricordo quando sentii alla radio la
notizia dell’aereo abbattuto, con l’assassinio del
presidente Habyarimana, che portava avanti la linea
moderata – continua -. Ho capito che sarebbe successo
qualcosa di gravissimo”. “Indipendentemente dalla
sentenza – osserva Selmi -, per me questa gente ha fatto
veramente del male. Quando ero lì sentivo la radio
ruandese che incitava al massacro. Ora il governo attuale,
composto da una minoranza tutsi, cerca di portare avanti
una politica di colpevolizzazione, cercando di dire che la
colpa è stata unicamente degli hutu. Invece sappiamo che
tra gli 800.000 morti ci sono stati anche tantissimi hutu
moderati”. Secondo Selmi dovrebbero “essere puniti i
genocidari di entrambi le etnie. È stato orchestrato, ma
ci sono sempre i nostri soldi dietro e le responsabilità
dei Paesi europei. Perché per avere armi e soldi per
poter cominciare una guerra serve l’aiuto di qualche
Paese occidentale. Come gli hutu che adesso sono in Congo
ed aspettano che qualcuno si faccia vivo”.
a cura di Patrizia Caiffa
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