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Sentenza ideologica della Corte Europea Il Vaticano: negando il crocifisso nelle scuole si disconosce il ruolo del cristianesimo. La reazione della CEI La laicità non è l’assenza di simboli religiosi, semmai la capacità di accoglierli e di sostenerli

J'ACCUSE/ Mauro: sono i cristiani i più discriminati d'Europa

Mario Mauro

venerdì 6 novembre 2009

Si è svolta ieri a Vienna la Riunione plenaria del Consiglio permanente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), durante la quale, insieme agli altri due rappresentanti permanenti contro le discriminazioni, ho redatto un bilancio del lavoro svolto in questi primi 11 mesi di incarico come Rappresentante permanente contro Razzismo, xenofobia e discriminazione con particolare riferimento alla discriminazione dei cristiani.

L’OSCE rappresenta una regione abitata da popoli con differenti origini, culture e confessioni religiose. In questo contesto, il modello del pluralismo rappresenta un riferimento doveroso per ogni Stato membro. Il pluralismo non è qualcosa che noi possiamo ritenere garantito per sempre, ma è un processo che richiede un lavoro costante nonché uno sforzo comune degli Stati membri. 

Sin dal primo giorno di mandato, siamo stati testimoni di una crisi economica senza precedenti che ha interessato tutta la regione OSCE. Tuttavia alcuni gruppi hanno subito l’impatto della crisi in modo più profondo rispetto ad altri. A causa della loro posizione vulnerabile, gli effetti della crisi economica sui migranti, sui rifugiati e su altre minoranze sono stati devastanti e hanno contribuito a peggiorare non poco una situazione che era già insostenibile in partenza. 

Istituzioni come OSCE e ODHIR (ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani) devono quindi assumere un ruolo centrale collaborando con gli Stati in particolare per rafforzare la legislazione in materia, per la raccolta dei dati e per lo sviluppo di programmi educativi.

La seconda parte del mio intervento si è focalizzato sui cristiani. La corte europea per i diritti umani ha prodotto una sentenza che impedisce di esporre il crocifisso nelle scuole, disconoscendo duemila anni di storia di un paese e calpestando quindi l’identità del suo popolo. Questa sentenza, è comunque il messaggio di un’istituzione inutile, il Consiglio d’Europa, che non ha nulla a che vedere con l’Unione europea. 

La Commissione europea ha infatti precisato puntualmente che «si tratta di una decisione che viene da un'istituzione che non appartiene all'Unione europea». Un’ istituzione che più che promuovere i diritti umani non fa che oscurarli. Ma nel quotidiano, all’interno delle nostre società, esistono discriminazioni nei confronti dei cristiani anche in Europa? 

La risposta è purtroppo affermativa e le proporzioni sono tutt’altro che trascurabili. Si tratta di un fenomeno consistente che interessa non solo i paesi nei quali il cristianesimo è una minoranza, ma anche quelli in cui è maggioranza.

Le discriminazioni possono essere intenzionali (quando c’è una netta posizione anticristiana), o non intenzionali, quando le leggi di qualche Governo apparentemente neutrali, risultano inique nei confronti dei cristiani.

Un’importante conclusione cui si è arrivati durante l’incontro sulla libertà religiosa a cui ho partecipato lo scorso luglio è che intolleranza e discriminazione delle comunità religiose sono strettamente collegate con le limitazioni della libertà di religione o di credo.

In alcune parti dell’area OSCE, le chiese cristiane e i membri di altre religioni si trovano a dover fronteggiare problemi basilari, come la proibizione di acquisire uno status legale, pregare liberamente o diffondere letteratura.

In questo contesto, su richiesta del Ministro degli esteri Frattini, il Consiglio europeo di novembre preparerà una dichiarazione formale sulla libertà religiosa, con particolare riferimento alle persecuzioni che subiscono le minoranze cristiane nel mondo.

L’impegno delle (vere) istituzioni europee che ha come obiettivo la creazione di un quadro formale di salvaguardia della libertà di religione rappresenta un precedente molto positivo, che conferma una crescente attenzione e una nuova sensibilità istituzionale per questo problema.

 

 

Se l’Europa vota Barabba

di Andrea Tornielli

E’ di ieri la notizia della sentenza della Corte di Strasburgo, che ha dato ragione a una famiglia residente in Italia e contrarissima all’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche. Tante le reazioni, anche molto forti, contro la decisione europea che pretende di far tabula rasa delle nostre tradizioni in nome di una malintesa laicità. Tanto più che a chiedere a gran voce la rimozione non sono esponenti di altre religioni che si sentono offesi dalla croce - significativa, a questo proposito, la presa di posizione dell’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche italiane - ma dai laicisti nostrani. Sul Giornale di oggi pubblico un’intervista a Vittorio Messori sull’argomento, e una scheda con la ricostruzione della storia della croce. Ricordo che anche la croce rossa su fondo bianco, simbolo delle persone e delle istituzioni ospedaliere, ha origini religiose, perché si rifà all’abito dei padri camilliani. Dunque andrebbe eliminata anche dal Pronto Soccorso come dalle ambulanze, per non offendere la sensibilità dei laici. E che mi dite del segno +? E’ vero, si tratta di un simbolo che ha a che fare con la matematica, non con la fede, ma come escludere che possa ferire la sensibilità di qualcuno? Meglio sostituirlo con una faccina sorridente (però in quel caso potrebbero offendersi i seguaci della religione del Sol Invictus…). Attenzione poi che anche il segno ×, non dimentichiamo che si tratta della croce di Sant’Andrea, cambiamo pure quello. Ma non è finita qui: come la mettiamo con le scuole pubbliche dedicate a dei santi? Vicino a casa mia c’è la Media statale “Francesco d’Assisi”: e se si offendono i figli della famiglie benestanti che non ritengono quello di San Francesco un esempio da imitare? O l’associazione cacciatori, perché con i lupi non si parla, ma gli si spara? E che dire, invece, delle scuole statali dedicate, ad esempio, a Gramsci? Non potrebbero offendere il sentimento politico di alcuni degli allievi anticomunisti? E dei nomi delle vie, vogliamo parlare? Come potrebbe mai sopportare un intellettuale post-conciliare aperto alla modernità di abitare in via San Pio X? E del computo degli anni, che ne facciamo? Perché mai un laico deve sottostare al sopruso di un calendario che pretende di contare gli anni dalla nascita di Gesù Cristo? Che laicità è mai questa? Meglio tornare alla data della fondazione di Roma (ma i laziali saranno d’accordo?), o trovare un calendario alternativo, magari assiro-babilonese. Ci si potrebbe poi aspettare una sentenza europea sulla domenica (dies Domini, il giorno del Signore, memoria della resurrezione di Gesù Cristo): perché siamo costretti a festeggiare proprio il giorno in cui i cattolici vanno a messa? Per favorirli? Non è laico… Si proponga il martedì (non il mercoledì perché c’è l’udienza del Papa), un giorno sufficientemente lontano dalla domenica cristiana, ma anche dal venerdì islamico e dal sabato ebraico. Laicità vorrebbe che si abolissero pure la festa del Natale (si potrebbe piuttosto festeggiare il Capodanno cinese, ma i tibetani che vivono in Italia sarebbero d’accordo?). Troppe domande, meglio finire. Meglio metterci una croce sopra… Croce che, nelle reazioni di queste ore, viene troppo spesso presentata soltanto come simbolo culturale, innocua suppellettile tradizionale accanto a cancellini e lavagne, brandello di un passato identitario da rivendicare. Ma i cristiani sanno che attraverso quel “dulce lignum” e le indicibili sofferenze del figlio di Dio, dell’unico uomo che ha detto di essere “Via, Verità e Vita”, è passata la nostra salvezza, la nostra redenzione.

L'Europa e il crocefisso, la cristianofobia al potere

di Massimo Introvigne

Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l'allarme su una montante 'cristianofobia', che in diversi Paesi non si limitava piu' alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la liberta' religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L'attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti nuovi diritti; anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo - il che sarebbe ovvio e condivisibile - da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come 'omofobia', le istituzioni europee violavano fatalmente la liberta' di predicazione di tutte quelle comunita' religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale e' un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non puo' mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.

La sentenza 'Lautsi c. Italie' del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita piu' a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di 'nuovi diritti' che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunita' cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo - dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese - hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li 'perturba emozionalmente'; e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe 'inculcare agli allievi un pensiero critico'. Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come e' noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli e' facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non e' uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intaschera' cinquemila euro dai contribuenti - un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo - e avra' diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sara' l'appello, e giustamente il nostro governo rifiutera' di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le 'toghe rosse' italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti 'stranieri' dal momento che uno dei firmatari della sentenza e' il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione - insieme al fratello minore Gustavo - del laicismo giuridico nostrano.