Questa è la newsletter della Fondazione Internazionale
Oasis,
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Siria, ultimo appello
Le notizie pur frammentarie che trapelano dai
confini siriani lasciano intendere come ormai sia in
corso una violenza senza tregua che lascia sul campo
troppi feriti e morti da entrambe le parti di quella
che ormai è diventata una guerra civile. Giovani
collegati via skype raccontano ai network del mondo
dalle loro case colpite dalle bombe i vari movimenti
sia delle forze del regime che di quelle delle
opposizioni. E a loro volta tv satellitari
internazionali e tv di stato sono trascinate in una
guerra mediatica. Mentre l’Onu sembra alla ricerca
di una soluzione che eviti la degenerazione dello
scontro che sarebbe deflagrante per l’equilibrio di
tutta l’area mediorientale, Oasis rilancia questa
intervista a Padre Paolo Dall’Oglio, fondatore del
monastero di Mâr Mûsa, in Siria da trent’anni, che
esponendosi e rischiando in prima persona, permette
di cogliere la complessità della realtà, non
riducibile a una contrapposizione tra democratici e
anti-democratici. Di fronte allo stallo del
Consiglio di Sicurezza la proposta di una via
negoziale di Padre Paolo ha ancora un suo senso e
potrebbe evitare, come qualcuno ha profetizzato, che
della Siria resti a breve solo cenere.
Intervista esclusiva a
P.
Paolo Dall’Oglio, a cura di Maria Laura Conte e
Martino Diez
Dal
monastero di San Mosè
l’Abissino, 100 km a nord di Damasco, uno
sguardo a tutto campo sulla situazione siriana.
Dai confini della Siria trapelano notizie
frammentarie e confuse. Come può descrivere l’attuale
situazione del Paese in cui vive da trent’anni? A che punto
è lo scontro?
Premetto che, accettando di rilasciare un’intervista, mi
assumo una qualche responsabilità rispetto all’impegno di
non agire politicamente per evitare la mia espulsione. La
rinuncia a questo silenzio è dovuta alla gravità della
situazione che obbliga a fare il possibile per la
pacificazione, nella giustizia, del Paese. Ogni calcolo
d’opportunità personale sarebbe fuori luogo. D’altronde,
nelle ultime settimane, lo Stato ha scelto di lasciare uno
spazio più grande alla libertà d’informazione e dunque
ritengo questo mio intervento come una risposta positiva
all’apertura governativa. Spero che questo gesto sia capito
nella sua intenzione patriottica e solidale e come tale
apprezzato nel quadro della crescita del Paese, attraverso
una maggiore libertà di opinione.
La situazione resta tesa e carica di violenza. Il
territorio appare diviso a macchia di leopardo tra zone in
cui predomina il movimento di opposizione, tanto pacifico
che più o meno violento, e quelle nelle quali lo Stato
mantiene intero il controllo e addirittura è chiaramente
appoggiato dalle popolazioni. Ci sono due grandi isole,
Damasco e Aleppo, che restano saldamente in mano al governo
centrale, ma la loro estensione si va riducendo di giorno in
giorno e l’insicurezza le tocca anch’esse in profondità.
La regione montagnosa tra il mare e il fiume Oronte, che
scorre dalla Beqaa libanese fino ad Antiochia, è quasi
interamente sotto il controllo governativo. Infatti tale
regione è abitata principalmente da minoranze (relativamente
all’insieme del Paese) musulmane, alawita e ismaelita, e
cristiane, bizantina, sia ortodossa che cattolica, e
maronita. I sunniti, maggioranza nel Paese, sono minoranza
in questa regione. Furono quest’ultimi tra i primi a
sollevarsi, probabilmente sperando in una rapida
insurrezione generale. Qui la repressione ha ottenuto
sostanziale successo. Di conseguenza, l’eventualità,
prevista da molti, d’una divisione del Paese, è in questa
zona davvero concreta. Questo disegnerebbe una Siria
costiera nell’orbita iraniana, assieme al Sud del Libano di
Hezbollah, che si contrapporrebbe a una Siria interna
sunnita collegata all’Iraq centrale a Est e alla Beirut di
Hariri a Ovest.
Questo disastroso panorama non corrisponde ancora alla
realtà complessiva del Paese. L’equilibrio delle forze è
bilanciato. Pur con difficoltà, l’essenziale dei servizi
statali funziona. Una gran parte della popolazione resta
incapace di prendere posizione e rimane di fatto neutrale.
D’altro canto, a prescindere dalle appartenenze religiose, è
ancora massiccia, anche se scossa, l’adesione popolare al
potere costituito, anche a causa del forte attaccamento dei
siriani all’unità nazionale e al rifiuto di tanti di
lasciarsi ridurre all’unico riferimento identitario
confessionale. Ciononostante, alcune aree sono ormai in mano
all’ “esercito libero”, anche se non mi azzarderei a dire
stabilmente. In generale il clima politico è confuso, la
sicurezza carente. Si registrano episodi di furto, teppismo,
sabotaggio, attentati, rapimenti, rese di conti, vendette e
uccisioni. La violenza non fa che aumentare. Approfittano
della situazione anche puri e semplici delinquenti. Noi
troppo spesso partecipiamo a funerali di persone rimaste
uccise in scontri violenti o attentati.
Molti vogliono continuare a sperare che la promessa riforma
costituzionale sia presto una realtà e che la presidenza
Bashar el-Assad superi la crisi e ottenga un’elezione
plebiscitaria per un nuovo mandato.
A proposito di possibili soluzioni, nell’estate
2011 Lei auspicava la nascita di una forma di democrazia
consensuale, che sapesse tener conto della pluralità di
identità presenti nel Paese. Le cose però da allora sembrano
essere andate in un’altra direzione e la situazione si è
incancrenita. Ritiene quella proposta ancora praticabile?
Paradossalmente, ci credo ancora di più oggi, perché la
sensazione, nei due campi, è che si sia raggiunto lo stallo,
anche dal punto di vista dell’equilibrio delle forze. In
questi mesi, e per volontà in un certo senso “reciproca”, la
situazione è stata spinta decisamente verso la
militarizzazione del conflitto. Tuttavia emerge ora, con
crescente chiarezza, che nessuna delle due parti ha i mezzi
per annientare l’altra, per tanti motivi locali, nazionali e
internazionali.
Lei parla di conflitto. Intende la parola in senso
metaforico o concreto?
In senso molto concreto. È di questi giorni la notizia
d’un cessate il fuoco tra l’esercito siriano regolare e le
forze antigovernative, concordato nella città di Zabadani,
vicino al Libano. È uno scenario da guerra civile.
Questa situazione non Le ricorda pericolosamente
l’Iraq? A parte il fatto che il movimento non è iniziato con
un’invasione militare straniera, non ci sono molti tratti in
comune?
Vi sono certamente dei tratti in comune e altrettante
differenze. Il fenomeno dei rapimenti ad esempio è
estremamente preoccupante. Se si continua così, per la gente
comune è finita. La sensazione, per quanto riguarda il
grosso della popolazione cristiana, è duplice: da una parte
è quella d’essere stritolati in un conflitto che è in
definitiva tra musulmani, e d’altra parte sono molti coloro
che si sentono interamente solidali con la Siria degli Assad.
Essa aveva assicurato un livello di laicità dello Stato
percepito come un’occasione di promozione da parte della
minoranza cristiana; ciò nel momento in cui la maggioranza
sunnita lo percepiva come il potere d’un’alleanza di
minoranze. Sul terreno, un importante numero di cristiani si
schiera col governo. Molti sono funzionari e impiegati dello
Stato e altri partecipano al conflitto in quanto membri
dell’esercito, la polizia e i servizi di sicurezza. Non
pochi giovani sono andati volontari nelle truppe impegnate
nella repressione del “terrorismo”. Va anche rilevata una
presenza di cristiani nei movimenti d’opposizione, e
naturalmente scelgono i partiti meno caratterizzati sul
piano religioso. Tuttavia, come per l’Iraq, il sentimento
dominante è che una guerra civile generalizzata sarebbe
infinitamente deleteria proprio per i cristiani che
probabilmente emigrerebbero in massa.
Si registrano diverse posizioni tra i cristiani?
C’è uno schierarsi molto esplicito per il governo di gran
parte delle diverse autorità ecclesiastiche. Questa
posizione tende però a lasciare il passo a una più
pronunciata neutralità. Si comprendono bene, come abbiamo
detto, le ragioni di chi paventa la nascita d’una repubblica
islamica sunnita. Altri però insistono piuttosto sulla
possibilità che la rivoluzione apra spazi alla democrazia.
Comunque, è del tutto fuorviante dividere il campo
semplicemente tra democratici e anti-democratici, come anche
tra filo-regime e anti-regime. La realtà è più complessa. Ci
sono tanti giovani, sia cristiani che musulmani, che si
spendono con tutta la loro persona per favorire la nascita
d’una democrazia degna di questo nome in Siria. Alcuni
ritengono che quest’obiettivo possa essere raggiunto meglio
e più sicuramente attraverso l’evoluzione del regime
attuale. Altri invece, ugualmente impegnati per la
democrazia, puntano al cambiamento subito, contro l’attuale
establishment. Che le posizioni siano molto articolate l’ho
percepito chiaramente quando c’è stata la questione della
mia espulsione. 6600 giovani hanno aderito alla pagina
Face-book «No all’espulsione di Padre Paolo». L’opposizione
aderente ai Comitati di coordinazione ha promosso una
“Domenica di Padre Paolo” nella quale in diverse
manifestazioni in tutto il Paese si è espressa solidarietà
nei miei confronti … anche da parte di gruppi di donne
musulmane velate! A prescindere dall’uso politico della
vicenda, è significativo che tra i giovani, che hanno preso
le mie difese, tutti impegnati per la democrazia, si
contavano sia filo-governativi che filo-rivoluzionari, ed
erano tanto musulmani che cristiani.
E a proposito del decreto d’espulsione, com’è la Sua
situazione?
Si tratta d’una vecchia storia nella quale interagiscono
questioni interne alla Chiesa locale, con ricadute
politiche, e questioni direttamente collegabili con i vent’anni
di lavoro culturale per l’emergenza della società civile, il
dialogo interreligioso e la maturazione democratica che
hanno caratterizzato la nostra azione in loco. Già nel
febbraio del 2010 il Parco naturale del Monastero fu
soppresso e tutte le attività sospese compresi i convegni di
dialogo interreligioso. Nel marzo 2011, come si è saputo a
livello internazionale e, in modo indipendente dal movimento
di opposizione in Siria, fu bloccato il mio permesso di
soggiorno. In pratica, se avessi lasciato la Siria, non
sarei più potuto tornare. Poi in novembre è arrivato il
decreto d’espulsione, che però non è stato applicato ed è
attualmente congelato, anche per effetto d’una vasta e
multiforme mobilitazione, soprattutto di giovani, in mia
difesa. A prescindere dal mio caso personale, questa storia
manifesta la qualità della società siriana che ha reagito in
difesa d’un simbolo di armonia interreligiosa e di
riconciliazione civile.
Sento il dovere di proporre un intervento non violento di
pacificazione, arabo e internazionale, con partecipazione di
volontari locali. Non capisco infatti perché Gandhi non
possa essere d’ispirazione per risolvere il conflitto
siriano in corso. Chiedo che si formi un corpo di 50.000
“accompagnatori” non violenti, disarmati, provenienti da
tutto il mondo. Dico “accompagnatori” e non osservatori
perché questi ultimi sono percepiti da molti in Siria come
le avanguardie delle invasioni armate e come dei censori
mossi da inimicizia. Anche la parola “internazionale” puzza
in Siria di complotto e provoca reazioni negative.
Dovrebbero essere invitati dalla Siria stessa, su proposta
ONU, degli accompagnatori esponenti della Croce e Mezzaluna
Rosse, degli scout, di Sant’Egidio, della Non Violente Peace
Force, insomma di esponenti della società civile planetaria,
al fine d’aiutare la maturazione democratica della Siria.
Non c’è bisogno di forze armate internazionali che si
percepiscono qui come forze d’occupazione golpiste, mosse da
interesse economico e strategico. La violenza criminale può
e dev’essere contrastata dalla polizia dello Stato in
cooperazione con la popolazione locale e con il controllo
della stampa libera e degli “accompagnatori”.
Purtroppo la parte centrale della compagine civile, in grado
di negoziare la maturazione democratica, sembra sempre più
assorbita dalla polarizzazione e militarizzazione del
conflitto in corso.
Non è la prima volta che faccio proposte del genere. Nel
2001 avevo suggerito di creare un canale d’uscita dei
combattenti arabi dall’Afghanistan, gente che per decenni
era stata ingaggiata, anche dagli Stati Uniti, per andare a
liberare Kabul e che di colpo si scopriva essere ostile e
terrorista. Bene, oggi, 2011, si parla di negoziato con i
talebani, dopo 10 anni di guerra feroce, tanti morti e
infinite sofferenze! Nel 2003, per l’Iraq, durante un
digiuno pubblico, avevamo dichiarato che non si poteva
tacere perché il regime di Saddam Hussein era intollerabile,
ma non si poteva nemmeno fare la scelta della guerra. E si
sa quel che è successo dopo.
Lei caldeggia dunque la via dei negoziati. Eppure in
un documento che avete diramato per la Pasqua 2011 si legge
che «i danni inferti alla società siriana sono già
irreparabili». Oggi non è decisamente troppo tardi per
negoziare?
Il passo che Lei cita si riferisce alla situazione della
Siria nella primavera scorsa, quando si ventilava ancora la
possibilità d’un cammino riformista di lungo respiro
condotto dal presidente Bashar al-Assad. Questo, a causa
della violenza – dicevamo – non era più facilmente
realizzabile, e ancora meno lo è oggi, a causa della
radicalizzazione del confronto. Si è creata ormai una
cristallizzazione delle parti in conflitto. La
democratizzazione del Paese implica oggi un negoziato tra i
protagonisti del conflitto armato e quindi necessita di
efficaci mediazioni, specie se si tiene conto che le
difficoltà interne alla Siria non sono separabili dalle
tensioni regionali. La responsabilità e il compito della
presidenza restano grandi, perché è chiamata a creare le
condizioni per un graduale trasferimento di poteri dal
vecchio sistema a partito unico a quello compiutamente
democratico che la nazione sceglierà.
Tuttavia non sarebbe la prima volta che la Siria vive
un’esperienza di pluralismo. È già successo negli anni
Cinquanta ed è stato un periodo molto instabile, che si è
chiuso solo con l’avvento al potere del partito Ba’ath.
Non credo che si possa tracciare un parallelo con quel
periodo. All’epoca la Siria non sapeva bene in che campo
collocarsi e oscillava tra le democrazie occidentali e l’Urss,
finché ha optato per un regime a partito unico. Inoltre, al
tempo, i Fratelli musulmani non avevano elaborato
culturalmente una prospettiva democratica, mentre oggi è
diverso.
Prima rilevava che nessuna delle due parti ha oggi
gli strumenti per prevalere sull’altra. Quindi non resta che
aspettare che una si esaurisca?
Le due parti non si esauriranno, perché la Siria è oggi
il teatro d’un vasto conflitto regionale. Qui si gioca la
tensione tra Stati Uniti e Russia, Turchia e Iran, sunniti e
sciiti, concezione laica dello stato e visione religiosa
della società, e, a livello interno, si assiste all’emergere
di specificità geografiche che finora non avevano trovato
adeguata espressione … Tutto questo significa che le
possibilità d’alimentare il conflitto sono pressoché
infinite. Ma la novità non è qui. È nel desiderio
d’emancipazione dei giovani, che è un immenso fatto nuovo,
un elemento di squilibrio negli equilibri conflittuali
tradizionali.
Al vostro monastero che cosa fate?
In continuazione, lungo i difficili mesi trascorsi, ci
siamo chiesti quale fosse il nostro dovere. La nostra
condizione monastica ci tende come la corda d’un arco tra la
prospettiva escatologica che consiglierebbe di pregare di
più e parlare di meno, impegnandoci per la crescita
spirituale delle persone, e l’incarnazione nella storia che
richiede il coraggio, anche assumendo la relatività delle
nostre posizioni, d’indicare delle prospettive di
“liberazione” nel contesto concreto. Abbiamo elaborato dei
documenti diffondendoli in rete in diverse lingue; abbiamo
fatto otto giorni di digiuno per la riconciliazione che
hanno avuto un impatto non indifferente negli ambienti
giovanili più avanzati; continuiamo a ricevere persone che
desiderano confrontarsi e trovare nel monastero il luogo del
dialogo e della maturazione spirituale in relazione a questo
tempo tragico. Avviamo anche la produzione d’un formaggio di
buona qualità per essere meno dipendenti dalla carità
internazionale … Soprattutto viviamo giorno per giorno
l’angoscia di questo Paese cercando di trasformarla in
solidarietà e speranza.
Vorrei sottolineare un segno positivo: qualche giorno fa,
come ho accennato nella premessa, il governo ha iniziato a
permettere un accesso più largo e pluralista ai giornalisti
stranieri. È un fatto cruciale, che cambia anche la nostra
situazione. La libertà di stampa rappresenta una
precondizione per la riconciliazione attraverso il
negoziato. La scelta dello Stato, se confermata, potrebbe
evitare un prolungarsi drammatico della guerra. La libertà
d’informazione riduce il numero degli uccisi.
Al-Jazeera è presa da molti in Occidente come una
fonte informata sui fatti siriani. Lei come la considera?
È un canale televisivo di partito. La sua azione ha
concorso allo scatenarsi dei movimenti rivoluzionari dello
scorso anno, e questo va riconosciuto senz’altro. È stata un
elemento straordinario di rottura del monopolio
dell’informazione da parte dei governi totalitari e un
fattore di cambiamento. Tuttavia, riguardo alla Siria, ha
scelto l’opzione militare; milita contro il regime in modo
partigiano e quindi ne soffre l’obiettività
dell’informazione. Assistiamo a una guerra civile televisiva
prima ancora che sul campo. Vediamo sotto i nostri occhi una
rissa tra i canali TV che oppone realtà come al-Jazeera ai
media controllati dall’establishment, anch’essi abili nel
difendere la loro causa. Sono convinto che assicurare una
libertà di stampa generalizzata favorirebbe un ascolto delle
buone ragioni e di conseguenza aiuterebbe la pacificazione.
Lei fa riferimento a questo diffuso desiderio di
democrazia e di partecipazione della società civile, ma dove
lo percepisce? Come si esprime?
Appunto, non nei media, dove circolano le teorie
complottiste più disparate. Si parla d’una grande intesa,
tra Stati Uniti, Israele, al-Qaeda, salafiti, Fratelli
musulmani, e Lega araba, che mirerebbe ad abbattere l’ultimo
Stato arabo che ancora non abbia capitolato di fronte al
progetto sionista e non abbia rinunciato a combattere
l’imperialismo ... È evidente che a questo livello discutere
è difficile. Vedo tuttavia l’emergere della società civile
nella vita di tutti i giorni, la vedo nell’amore di patria
di tutti coloro che sono disposti a pagare di persona. Noto
una straordinaria maturazione civile e morale nei giovani
che si impegnano per il cambiamento.
La grave difficoltà è che pure settori colti e
socialmente avanzati della società, anche degli ambienti
ecclesiali, si lasciano andare ad una logica estremista e
radicale che si esprime in frasi come: “tutto, ma mai
consegnare lo Stato ai Fratelli musulmani!”. Addirittura
alcuni cedono a logiche genocidarie, per cui se, per salvare
il Paese, bisogna uccidere milioni di persone, pazienza. La
radicalizzazione del linguaggio crea una spirale di violenza
senza uscita. Non mi faccio illusioni e non mi dispero. I
violenti di oggi e i loro figli sono chiamati a diventare i
cittadini di domani. Certo è un dovere di tutti, globale,
quindi a maggior ragione mediterraneo e italiano, quello di
operare immediatamente per evitare il peggio.
Quanto importante è stato il ruolo dei nuovi media?
Direi che è stato fondamentale. Senza i nuovi media la
logica della repressione avrebbe potuto operare senza
difficoltà. Non ci sarebbe stata la Primavera araba, o
almeno avrebbe preso forme molto diverse, “più classiche”:
concentrazione degli insorti in una regione e sua
progressiva estensione, come, per il passato, in Vietnam,
Nicaragua, Kurdistan iracheno ecc. Senza il controllo
internazionale, permesso dai new media, ci sarebbero stati
massacri più gravi ancora. La repressione capillare diventa
relativamente impotente, a causa della pressione
internazionale costruita sull’uso dei nuovi media, della
maturazione civile, specie giovanile, favorita dai network e
anche della nuova militanza religiosa che si organizza in
rete.
Quante armi ci sono in giro in Siria, oggi?
Bisognerebbe sapere quante ce n’erano già prima. In
previsione di tempi bui, ognuno tende a prepararsi i suoi
arsenali domestici. Detto questo, la frontiera libanese è un
colabrodo, l’Iraq altrettanto (durante la guerra contro gli
alleati occidentali il confine siro-iracheno era spesso
oltrepassato da combattenti islamisti sunniti …), il
contrabbando con la Turchia è fiorente, i deserti sono
difficili da pattugliare. Coloro che vogliono sostenere
dall’esterno i gruppi armati non sono pochi e sono già
efficaci.
Scusi se insistiamo, ma non trova che sia purtroppo
più facile armare i contendenti piuttosto che far emergere
uno spazio di dialogo?
Francamente, se scoppia la guerra contro l’Iran, qui le
cose si possono muovere molto, molto rapidamente ma anche
molto tragicamente. Penso che occorra avviare un negoziato
serio con l’Iran, che consenta al Paese di accedere allo
status di potenza nucleare, a certe condizioni, per creare
un equilibrio di deterrenze nella logica della guerra
fredda, ma in modo molto più concordato e limitato. India,
Pakistan e Israele sono già nucleari. In ogni caso solo un
disarmo nucleare generalizzato e planetario, garantito da
una vera autorità mondiale, renderebbe ingiustificate le
aspirazioni iraniane. Andiamo allora a dialogare con l’Iran
e impegniamoci per fare della Siria un luogo d’incontro e di
accordo tra sunniti e sciiti. Questo aspro confronto
inter-comunitario si sviluppa in tutta la regione: in
Bahrein, in Yemen, in Arabia Saudita, in Libano, ecc.
Cerchiamo dunque di esprimere una grammatica alternativa a
quella del tanto peggio tanto meglio.
Qual è il punto sorgivo di queste rivoluzioni?
Perché proprio nel 2011?
Per i tre paesi nord-africani, Egitto, Libia e Tunisia,
l’insopportabilità del passaggio generazionale del potere di
padre in figlio sembra aver segnato il destino di quelle
dittature. I popoli non sopportano più l’idea d’esser
trattati come proprietà privata e oggetto di eredità.
L’opposizione era già molto forte. Poi all’insopportabilità
del presente si è aggiunta la crisi economica e direi anche
una vera e propria maturazione giovanile, al cui sviluppo –
tra l’altro – l’Europa ha concorso e per lungo tempo,
attraverso istituzioni come la Fondazione euro-mediterranea
Anna Lindh e le varie forme di cooperazione internazionale
allo sviluppo. Si è così arrivati al punto di rottura dopo
che per anni gli egiziani hanno gridato per le strade “kifâya”,
lo slogan della pre-rivoluzione: Basta!
Padre Paolo, quale ruolo può giocare l’Italia?
Roma, nel dopo Berlusconi, può di nuovo aspirare a
giocare un ruolo significativo e quindi conviene che si
muova per proporre immediatamente un tavolo negoziale tra i
belligeranti sul campo e anche tra i belligeranti residenti
fuori dalla Siria. Spero che il ministro Riccardi, che ama
questo Paese, possa fare delle proposte efficaci. Allo
stesso tempo, anche la Chiesa italiana può dire una parola
nel senso della risoluzione non violenta dei conflitti
regionali, può favorire la creazione d’uno spazio negoziale
e promuovere la mediazione internazionale. Mi aspetto anche
dalla Chiesa italiana che si impegni per la creazione di
corpi volontari non violenti e interreligiosi di
“accompagnatori” della pace.
Il negoziato è perseguibile all’infinito?
Bisogna cominciare subito, perché il tempo a disposizione
è poco! |