L'AQUILA, venerdì, 10 aprile 2009 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo il testo integrale dell’omelia pronunciata questo venerdì dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, nel presiedere, nel grande piazzale della Scuola della Guardia di Finanza di Coppito, i funerali per le vittime dei terremoti in Abruzzo.
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“Stavano sotto la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua
madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala…”. Queste
parole dell’evangelista Giovanni, testimone addolorato della
crocifissione di Cristo, sembrano ritrarre lo stato d’animo
che riviviamo questa mattina, anche noi. Con immensa pietà ci
siamo stretti idealmente attorno alle tante vittime, strappate
immaturamente ai loro familiari da una morte crudele, e alle
tante famiglie rimaste senza casa, privi delle cose più care.
Ci ritroviamo numerosi in questo luogo per un atto di omaggio e
di compianto, ma soprattutto per una celebrazione di preghiera.
E’ il mistero della morte che ci riunisce, che ci fa
inginocchiare davanti a Dio, ci fa adorare la sua volontà, ci
immerge nel suo amore eterno, perchè in Dio è la sorgente
della vita, il senso, il valore della nostra vita. Davanti a
questo mistero, che ci spaventa, ci addolora, sentiamo però che
non tutto è finito: anzi, siamo qui per pregare l’Autore
della vita, sorretti dalla certezza, come afferma la Parola di
Dio, che le anime dei giusti sono nelle mani di Dio buono e
misericordioso.
“Stavano sotto la croce”… Accanto a queste bare, come
accanto alla croce di Gesù, stanno afflitti e sgomenti i
parenti, gli amici, i conoscenti. A testimoniare la solidale
presenza dell’intero popolo italiano ci sono le molte autorità
civili e militari e specialmente ci sono i responsabili di
questa regione, provincia e città, alcuni dei quali piangono
loro parenti e congiunti in queste bare; ci sono i volontari di
tante associazioni venuti da ogni parte d’Italia, donne e gli
uomini dell’esercito, della Protezione Civile, della Croce
Rossa, i Vigili del fuoco. Come non ricordare uno di loro, Marco
Cavagna, il pompiere-papà di Treviolo, venuto da Bergamo e qui
colpito da un infarto mentre cercava di salvare altre vite! Ci
sono il Pastore di questa Chiesa e i sacerdoti, che, assieme a
voi, condividono l'esperienza dell'essere spogliati di tutto. In
questa vostra città e nei paesi vicini, che hanno conosciuto
altri momenti difficili nella loro storia, si raccoglie oggi
idealmente l’Italia intera, che ha dimostrato, anche in questa
difficile prova, quanto saldi siano i valori della solidarietà
e della fraternità che la segnano in profondità. Accanto a
voi, fratelli e sorelle, c’è il Santo Padre che sin dai primi
momenti non ha smesso di pregare per voi, e che oggi ha voluto
farsi particolarmente vicino a voi, oltre che con la presenza
mia e del suo segretario particolare, mediante un suo messaggio.
Ci inchiniamo dinanzi all’enigma indecifrabile della morte che
però è anche occasione preziosa per capire quale sia il valore
e il senso vero della vita. La morte ci fa toccare con mano che
tutto in un attimo può cessare – sogni progetti, speranze.
Tutto finisce; solo resta l’amore. Resta solo Dio che è
Amore. In quest’ora di dolore e di smarrimento profondo, è la
Parola di Dio a sostenere la nostra fede, a confortarci e ad
assicurarci che nulla può vincere la forza dell'amore. Nulla può
contro l'amore, questo grido del cuore che regge l'urto dello
spazio e delle distruzioni, perché noi non siamo fatti per la
morte, siamo fatti per la vita. Gesù stesso ha detto:
"Sono venuto perchè abbiano la vita, e l'abbiano in
sovrabbondanza". A Gesù che ha pianto davanti alla morte
di Lazzaro, suo amico, rivolgiamo la richiesta accorata di
aumentare la nostra fede. Ci aiuti a trasformare questa morte in
un atto di fede, di speranza e di amore, amore che si fa
condivisione e fraternità.
A tenerci uniti in quest’ora di dolore - come popolo in
cammino verso l'Eternità - è la consolazione che ci viene
dalla fede, quel dolce sollievo che procura l'incontrare il
volto dell'Uomo della Croce, quella vicinanza amorevole con
tutti i crocifissi della storia che stanno attendendo
l'inaugurazione della Gerusalemme Celeste dove tutte le cose
ritrovano la loro bellezza originaria e dove le lacrime verranno
asciugate e “non ci sarà più la morte, né lutto, né
lamento, né affanno, perchè le cose di prima sono passate” (Ap
21). Penso a tutto questo e sento nascere la speranza nel cuore
perchè s'avverte già nell'aria che sotto le macerie c'è la
voglia di ripartire, di ricostruire, di tornare a sognare.
Scriveva il profeta Isaia: un giorno “ricostruiranno le
vecchie rovine, rialzeranno gli antichi ruderi, restaureranno le
città desolate, devastate da più generazioni” (Is 61,4). E
si tornerà con più forza, con più coraggio a ridare vita a
questi luoghi; con la forza e la dignità d’animo che vi
contraddistingue.
Quest’oggi, Venerdì Santo, tutta la Chiesa piange il suo Re
Crocifisso. Dopo quell'urlo sulla croce - “Dio mio, Dio mio,
perchè mi hai abbandonato” (Mc 15,34) - rimase il silenzio.
Un silenzio lungo e faticoso, pieno di dubbi e d'angoscia. Il
silenzio dell'uomo invaso dal dolore ma anche il silenzio di
Dio. Dio può sembrare assente, il dolore può apparire una
forza bruta e senza senso, le tenebre degli occhi pieni di
pianto sembrano spegnere anche i più timidi raggi di sole e di
primavera. Eppure è proprio mentre si fa provocatrice la
domanda: “dov'è il tuo Dio?” (Sal 42,4) che sentiamo
emergere dal profondo la certezza dell'intervento amorevole di
Dio. Il nostro è un Dio che ha passione per l'uomo; un Dio che
soffre con noi e per noi; un Dio che sceglie il silenzio per
accasarsi tra le braccia di chi, soffrendo, si sforza di tenere
accesa la fiaccola della speranza.
Cari fratelli e sorelle, dopo il silenzio di questo Triduo che
tanto c'interroga e ci consola, dopodomani celebreremo la
Pasqua. Sarà la vostra Pasqua, una Pasqua che rinascerà ancora
una volta dalle macerie di un popolo tante volte provato nella
sua storia. E sarà come nascere una seconda volta,
all’ascolto delle parole dell’Angelo: “Non abbiate paura,
voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E' risorto,
come aveva detto” (Mc 28,5).
Riprendiamo dunque il cammino, fratelli e sorelle, insieme a
Maria, portando insieme il dolore dell'incolmabile assenza dei
defunti, con una presenza più assidua, fraterna e amichevole
presso le loro famiglie, ancor più autenticamente diventate le
nostre famiglie, nella grande famiglia dei figli di Dio. Grazie
all’aiuto materno della Madonna cercheremo di trarre dalla
morte una lezione di vita autenticamente cristiana. E sorretti
dalla sua intercessione non temeremo le difficoltà che pur sono
davanti a noi. Ci aiuti Lei, la Stella della Speranza, a
conservare salda la fiducia in Dio e in noi stessi, certi che un
giorno rivedremo anche questi nostri cari defunti che ci hanno
anticipato nell'avventura verso il Cielo. Per essi ripetiamo la
preghiera che tante volte abbiamo recitato: “l'eterno risposo
dona loro, o Signore. E splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen”.

