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Milano-Duomo,
8 settembre 2009 Inaugurando il nuovo anno pastorale, in Duomo a Milano, il cardinale Tettamanzi si è rivolto ai fedeli nell'omelia della Messa dell'8 settembre parlando della carenza di vocazioni, e quindi di sacerdoti. Ci vuole il coraggio di cambiare, ha detto Tettamanzi, spronando il mondo cattolico ambrosiano a reagire. «Cambiamo allora con il coraggio di qualche scelta non facile». E dunque largo ai laici e alla collaborazione tra parrocchie, superando «l'eccesso di individualismo». FARE MENO MA MEGLIO - «È evidente - ha sottolineato Tettamanzi - la sproporzione tra la missione affidata e le risorse disponibili». Così nel nome della «sobrietà pastorale» bisogna definire «le priorità irrinunciabili» e per farlo ogni decanato dovrà preparare «la carta di missione» perché, ha sottolineato l'arcivescovo, «deve essere possibile camminare insieme in modo più sciolto e leggero». Bisognerà ridurre quantitativamente le attività, ma in compenso la proposta delle comunità parrocchiali dovrà migliorare dal punto di vista qualitativo. Fare meno, ma meglio e, soprattutto, insieme. Le soluzioni sono tante. Ad esempio, ha citato il cardinale, «la figura di un economo può sollevare i preti dall'investire troppo tempo nella gestione delle strutture» come si può arrivare «a un'opportuna riduzione delle Sante Messe, laddove fossero in abbondanza, e a una diversificazione dei momenti di preghiera affidati a diaconi, religiose, laici».
ecco
il testo dell'omelia UN ANNO DI “RIPOSO IN DIO” IL NUOVO PERCORSO PASTORALECarissimi
iniziamo il nuovo anno pastorale sotto lo sguardo materno di Maria Santissima, di cui celebriamo oggi solennemente la nascita, quale aurora di salvezza per l’intera famiglia umana. Iniziamo l’anno pastorale nella fede: nella preghiera chiediamo a Maria - che proclamiamo “beata perché ha creduto” – di poterlo vivere giorno dopo giorno come un cammino di fede personale e comunitario. 1.
SOLO LA FEDE La
fede vede il manifestarsi della gloria di Dio Solo
la fede può illuminare la verità delle persone e della loro
storia, cogliere il significato profondo del vissuto quotidiano. Una
verità e un significato che ci provengono dalla nostra relazione
con Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Sì, solo la
fede, solo la fede vera può giungere ai segreti più nascosti e
affascinanti del nostro cuore, di ogni cuore umano. La
fede è
accoglienza attenta, commossa, trepida, stupita della presenza
di Dio che entra nelle vicende degli uomini per
salvarli, perché li ama, li ama come figli. Ma questa presenza di
Dio non è un principio intellettuale, astratto come un’assenza;
non è un oggetto, inerte come un idolo; non è l’imporsi di una
legge, gravosa come un giogo che umilia la libertà. La presenza di
Dio è il manifestarsi della sua gloria, splendida
come la gioia, commovente come un abbraccio, sorprendente e tremenda
come una vertigine, illuminante perché è la rivelazione del
significato ultimo di ogni cosa. La fede di Maria e di Giuseppe
Solo
la fede è la via che consente a Giuseppe di intendere il
significato del mistero che si compie in Maria e di parteciparvi con
tutta la sua libertà e il suo amore. La storia minima del dramma
personale di Giuseppe nei riguardi di Maria sfugge alla cronaca del
tempo, a quella storiografia che racconta solo di imprese e di
personaggi illustri. I credenti però vi riconoscono il manifestarsi
della gloria di Dio, accolgono la presenza dell’Emmanuele, il
Dio-con-noi che reca l’annuncio e l’offerta della salvezza. Così
Maria e Giuseppe sperimentano la beatitudine della fede: il Dio
altissimo, il creatore del cielo e della terra, il Dio dei nostri
padri ha posto la sua tenda in mezzo a noi e noi così abbiamo
potuto vedere la sua gloria. La
gloria di Dio
– dobbiamo confessarlo – non si rivela come uno spettacolo da
ammirare, come un oggetto da contemplare. Si rivela invece come
un’annunciazione, come una chiamata a entrare nella
comunione con Dio fino al punto da essere a servizio del suo amore,
perché si compia il suo desiderio di salvezza per il popolo. Maria,
turbata dal saluto dell’angelo, Giuseppe sconcertato
dall’irrompere del mistero nella sua storia minima, sono
destinatari di un’annunciazione: “Non temere, chiamo proprio te
ad ospitare il mistero che salva, per farne storia d’uomini, il
Dio con noi si chiamerà Gesù!”. La
fede di coloro che chiedono di essere ammessi tra i candidati al
diaconato e al presbiterato E’ la via della fede quella percorsa da questi nostri fratelli che si presentano oggi alla comunità diocesana per essere accolti tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Anche la loro può essere considerata una storia minima, simile a tante altre storie, ignorata dalle cronache contemporanee. Ma ciascuno di loro è stato visitato da un’annunciazione: in un modo singolare e per molti aspetti indescrivibile il mistero di Dio si è rivelato e li ha coinvolti nella sua luce. Hanno attraversato i momenti dell’euforia e del turbamento, hanno conosciuto i dubbi e le tentazioni, hanno vissuto in qualche momento lo spavento di non essere all’altezza e in altri l’esaltante esperienza di essere interlocutori privilegiati del Dio Altissimo. L’autenticità della loro vocazione è da ricercare nella verità della loro fede, consiste nella personale docilità alla presenza di Dio che li ha avvolti di luce: queste storie minime sono state come trasfigurate, visitate dalla gloria di Dio. La loro storia è ancora un inizio e giungerà al compimento voluto da Dio solo se saranno perseveranti nella peregrinazione della fede, ascolteranno la voce dell’Unigenito amato dal Padre e con umiltà e fedeltà si faranno servi del mistero di Dio che ama gli uomini e li vuole salvare. Noi,
accogliendoli tra i candidati al diaconato e al presbiterato, siamo
pieni di gratitudine e di ammirazione perché scopriamo ancora una
volta come Dio continui a chiamare storie minime per diventare
storia di salvezza. Siamo pieni di stima per loro perché hanno
risposto con gioia all’annunciazione che ha visitato i loro
giorni, li accompagniamo con la preghiera perché siano perseveranti
nella fede anche quando dovranno attraversare lunghi deserti. Una
certezza dovrete custodire per sempre, cari seminaristi: Dio non vi
abbandona, non vi abbandonerà mai. La fede della Chiesa Ambrosiana
Solo
la fede sa intendere la verità di questo momento che noi insieme
come Chiesa Ambrosiana stiamo vivendo. Solo la fede infatti ci
consente di vivere l’inizio del nuovo anno pastorale non come il
ritorno all’abituale preoccupazione del fare, non come il
ripetersi di un ciclo di feste e di fatiche, di impegni e di
iniziative che consumano le nostre energie e che possono appagare o
mortificare le nostre aspettative. Questo
tempo che ci è dato da vivere ospita la presenza
di Dio che ci accompagna sempre, che è sempre sorprendente e
commovente, illumina con la sua luce la nostra verità personale e
la verità delle nostre comunità. È una luce amica, tanto amica
che ci chiama a conversione con una insistenza
che talora ci fa soffrire perché sentiamo il
peso dei nostri peccati, e insieme ci fa sperare,
perché alimenta una specie di struggente desiderio di
conformazione: “santificatevi
dunque e siate santi,
perché io sono santo” (Lv 11,44). È una presenza
fedele, tanto fedele che accompagna ogni giorno, ogni scelta,
abita in ogni dramma e visita ogni tristezza con la tenace
attrattiva del bene, mutando ogni deserto in un percorso verso la
terra promessa. È una presenza affascinante, una trasfigurazione
che rivela la gloria di Dio nella storia di Gesù e, per grazia, in
noi e nella nostra Chiesa ci
ricolma tutti della
pienezza di Dio (Ef 3,19). Mentre si avvia il nuovo anno
pastorale, solo la fede ci consente di contemplare la verità
della nostra Chiesa: ecco, è la fidanzata dell’Agnello, pronta
come una sposa adorna per il suo sposo (Ap 21,2), la
gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello (Ap
21,23)! Solo la fede ci consente quell’esperienza reale della presenza di Dio che ci libera dalla tentazione di fermarci alla superficie della vicenda di cui siamo protagonisti e talora ci intristisce imprigionandoci nei particolari di una cronaca spicciola, fatta di meschinità e di cattiverie, di peccati e di delusioni, di risentimenti e di malumori: lo sguardo credente non ignora nessuno dei difetti delle nostre comunità, non sfugge a nessuna delle fatiche, ma in ogni cosa riconosce l’occasione di un’annunciazione e la responsabilità di una vocazione. Scrivendo a tutti i fedeli della Diocesi la lettera Pietre vive ho voluto offrire un contributo e uno strumento per vivere l’affascinante esperienza che ci condurrà come Chiesa ambrosiana a sperimentare la presenza di Dio anche in questo nuovo anno pastorale e camminare così tutti insieme verso la meta della santità. Un’esperienza e un cammino che non compiamo da soli: come ci ricorda l’apostolo Pietro (cfr. 1 Pietro 2,4-10), è Cristo, la “pietra d’angolo, scelta e preziosa”, che continua ad edificare la sua Chiesa come “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”. “Avviciniamoci a lui, pietra viva, per diventare noi pure “edificio spirituale, sacerdozio santo”. Cristo
Signore ci renda, ogni giorno, in tutti i giorni di questo nuovo
anno, “pietre vive” per la gloria di Dio, per
l’edificazione della Chiesa, per la gioia del nostro cuore! 2.
L’ICONA DELLA CHIESA DI ANTIOCHIA, “REGOLA
PASTORALE” DELLA CHIESA AMBROSIANA L’anno
pastorale che si avvia può essere fecondo di bene se la presenza di
Dio che illumina la Chiesa con la sua gloria suscita in noi la
fede, la certezza che senza il Signore non possiamo fare nulla e che
– invece - tutto possiamo in Colui che ci dà forza. Le Assemblee sinodali del clero che abbiamo vissuto nell’anno trascorso, le visite pastorali nella gran parte dei decanati della Diocesi, l’avvio di “cantieri” per tenere viva la tensione missionaria della nostra Chiesa sono stati per me l’occasione per contemplare la bellezza delle nostre comunità, per ammirare la dedizione dei preti e degli operatori pastorali, per raccogliere quelle indicazioni preziose allo scopo di introdurre correttivi e incoraggiamenti nelle nostre scelte pastorali. Per la verità, ho raccolto anche segni di stanchezza, espressioni di scoraggiamento, di scetticismo, di dissenso, ho ascoltato anche analisi che descrivono l’inadeguatezza delle risorse di cui disponiamo rispetto alle esigenze della missione e alle sfide che si presentano. Che cosa faremo? Dove troveremo riposo? Quale rimedio possiamo proporre? Solo
la fede può suggerirci la via da percorrere: noi troveremo
riposo in Dio! Noi porteremo al Signore la nostra povertà, il
nostro poco pane così drammaticamente insufficiente per la fame di
tanta gente e obbediremo ancora alla sua parola che ci manda a
servire la moltitudine. Sentiamo
di essere chiamati a quell’atteggiamento di fede che riconosce la
presenza dello Spirito di Dio e si avvede che la nostra storia
minima, e talora un po’ deprimente, è trasfigurata dalla gloria
del Signore che ne fa storia di salvezza. Se di una sosta abbiamo
bisogno, deve essere la sosta del Tabor. 3.
L’ANNO SACERDOTALE In
questa luce noi vivremo l’Anno Sacerdotale indetto dal Papa
Benedetto XVI. Forse può sembrare poco concreta e operativa, solo
destinata all’interiorità spirituale la scelta di caratterizzare
un anno pastorale come anno sacerdotale. Mi
sono chiesto più volte che cosa abbia indotto il Santo Padre
Benedetto XVI a indire l’Anno Sacerdotale nella ricorrenza del 150°
anniversario del dies natalis del Santo Curato d’Ars. Nella
lettera di indizione il Papa esplicita così le sue preoccupazioni. “Il pensiero va alle innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue? Ci
sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui
è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi
ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di
rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa
non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi
ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del
dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori,
di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori
spirituali illuminati e pazienti”. L’Anno Sacerdotale nelle
comunità cristiane
L’Anno
Sacerdotale è proposto a tutta la Chiesa perché il sacerdozio
“ministeriale” è un dono inestimabile e necessario e talora gli
stessi destinatari del ministero sacerdotale non lo comprendono, non
lo apprezzano adeguatamente, non lo favoriscono. Forse l’abitudine
alla presenza dei preti nelle comunità, l’inclinazione a delegare
loro gran parte dell’attività pastorale, una certa ingenua
persuasione che di preti ce ne saranno sempre, hanno indotto ad
atteggiamenti che devono essere corretti. È diffuso infatti un
atteggiamento di pretesa nei confronti dei preti; sono frequenti
quel pettegolezzo e quella mormorazione che si soffermano su difetti
e inadempienze. L’Anno
Sacerdotale deve essere per tutti i fedeli un’occasione per
rinnovare uno sguardo di fede sulla presenza dei preti, per intuire
quella loro misteriosa relazione personale con il Signore che si
chiama “vocazione”, per ringraziare Dio dei preti che ci sono,
per pregare per la loro perseveranza e santificazione, per
incrementare quello stile di comunione-collaborazione-
corresponsabilità che fa della cura pastorale una missione
condivisa, e non una delega o una pretesa. Nella
nostra tradizione ambrosiana la preghiera per i preti e per le
vocazioni è una pratica costante: molte persone, tanti istituti
secolari e congregazioni religiose fanno di questa preghiera una
pratica quotidiana e un carisma specifico. Durante questo anno la
preghiera per i preti e le vocazioni deve essere presente con
costanza in tutte le comunità cristiane e proposta e condivisa da
più fedeli. L’Anno Sacerdotale e la cura
per le vocazioni
L’apprezzamento
per il ministero sacerdotale comporta come naturale conseguenza la
cura e la promozione delle vocazioni al ministero. La
vocazione è quel modo di intendere la vita che la salva dalla
banalità, da quella miopia che riduce la vita e le scelte che la
qualificano a una trama di coincidenze casuali, a una serie di
esperienze. La vita vissuta come vocazione impedisce alla libertà
di abbandonarsi all’arbitrio e alla solitudine, di essere derubata
della sua speranza affidabile. Intendere
la vita come carriera, come accumulo di esperienze, come ossessione
di autorealizzazione, come un destino ineluttabile conduce alla
disperazione e al nulla. Perché
non siamo capaci e determinati nel presentare il vangelo della
vocazione? Lo
sguardo della fede riconosce la presenza del Signore che dà ad ogni
vita la dignità vertiginosa di una vocazione: il Signore è
interlocutore reale delle nostre scelte, infonde in noi il suo
Spirito di sapienza e di fortezza affinchè possiamo portare a
compimento la missione, ci rende pietre vive del corpo mistico che
è la Chiesa perché la nostra vita sia inserita nella comunione dei
santi e tutti troviamo nell’esempio, nel consiglio,
nell’intercessione dei fratelli l’aiuto necessario per il
discernimento cristiano. La presenza del Signore è reale: ognuno di
noi è destinatario di un’annunciazione. E anch’io, come
Giuseppe, sarò salvato dallo smarrimento se ascolterò la parola
che dice: “Non temere!” Quest’anno
sacerdotale deve essere l’occasione per un rilancio di una
specifica attenzione vocazionale che è, in realtà, il contenuto
sostanziale della pastorale giovanile. La cura per le vocazioni al
ministero sacerdotale non è certo guidata da una sorta di
ossessione per il reclutamento del personale ecclesiastico. È
invece il frutto del coraggio e di uno sguardo penetrante che gli
adulti, i genitori, gli educatori, i preti per primi, devono avere
per riconoscere i segni di una vocazione ministeriale: un coraggio e
uno sguardo che sono possibili solo quando la premura educativa, la
dedizione formativa vengono lucidamente intese come una povera
mediazione umana, ma normalmente necessaria a riconoscere la
presenza di Dio e ad ascoltare la sua parola. La
presenza oggi qui in Duomo dei candidati al diaconato e al
presbiterato, delle loro famiglie, dei fedeli delle loro comunità,
dei loro amici, la loro gioia, il loro “eccomi!” consapevole e
lieto sono i segni che lo sguardo credente riconosce con commozione:
davvero la gloria di Dio riempie la terra e trasfigura i giorni in
occasioni di grazia e offre alla libertà di compiersi in dedizione
e servizio d’amore. L’Anno Sacerdotale e il
cammino del presbiterio
L’Anno
Sacerdotale è una proposta che richiama e coinvolge anzitutto i
preti. Nelle parole del Papa si riconosce la preoccupazione affinchè
i sacerdoti vivano secondo l’altezza della propria vocazione:
“Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te, per
l’imposizione delle mie mani” (2 Tm 1,6). Le parole del Papa, le
indicazioni che ho offerto nella lettera per l’inizio dell’anno
sacerdotale, la lettera Pietre vive che invio a tutti i fedeli della
Chiesa Ambrosiana, le proposte della formazione permanente (in
particolare i corsi di esercizi spirituali), offrono occasioni per
quella sosta sul Tabor tanto necessaria per perseverare nella
sequela di Gesù fino al compimento del suo mistero pasquale. Ci
sono nella vita di ciascuno di noi dei momenti in cui viene
spontaneo domandarsi: “Ma io che uomo sto diventando? Che prete
sto diventando?”. Sono i momenti che possono segnare una svolta,
una conversione. Mi sono fatto l’idea che le buone intenzioni
giovanili, i buoni propositi, la continuazione nel ministero si
trovano spesso a un bivio. O
la vita del prete si immerge nel mistero di Dio in una sorta di
percorso mistico che unifica tutta la persona nella relazione con il
Signore e ne fa la dimora dello Spirito, di tutta la pienezza di
Dio, oppure il ministero si disperde in una specie di politeismo
pratico, si riduce ad una devozione tollerante e innocua, in
sostanza insignificante. La vecchiaia del sapientissimo Salomone
trascinato dalle sue donne al culto di molti dei rimane un
inquietante rischio anche per chi nella giovinezza ha provato
l’emozione e l’entusiasmo di constatare che davvero il Dio di
Gesù Cristo abita sulla terra. Invito
quindi i sacerdoti a rileggere i diversi interventi del Papa, in
particolare la “Lettera
di indizione dell'Anno Sacerdotale in occasione del 150°
anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney (16
giugno 2009)” e le allocuzioni tenute sull’argomento alle
udienze del mercoledì. L’Anno
Sacerdotale e il sacerdozio comune dei battezzati Chiamiamo
il sacerdozio dei preti “ministeriale” per dire che è a
servizio dell’edificazione dei fedeli e del compimento della
vocazione che ciascuno riceve nel Battesimo. Pertanto l’Anno
Sacerdotale richiama i preti alla responsabilità di offrire un
servizio secondo il cuore di Cristo, praticando le vie di sempre per
invitare a conversione, per incoraggiare il cammino di santità di
tutto il popolo cristiano. Questo
richiamo però è rivolto a tutti i fedeli affinchè riconoscano la
dignità della propria vocazione ad essere figli di Dio e si
dispongano a offrire il sacrificio gradito a Dio, che è la vita
secondo lo Spirito. “Dio è spirito e quelli che lo adorano devono
adorare in spirito e verità” (Gv 4,24). Il culto gradito a Dio,
l’adorazione in spirito e verità si celebra nella pratica
quotidiana della carità, nella testimonianza della speranza: la
presenza dei cristiani negli ambienti della vita, del lavoro, della
cultura, della sofferenza, della responsabilità civile e politica
è segnata dal compito di fare risplendere la luce davanti agli
uomini perché rendano gloria Padre che è nei cieli (cfr Mt 5,16).
Non lasciate andare via nessuno senza speranza! Alcuni
battezzati poi potranno e dovranno dare il loro contributo anche per
la vita della comunità cristiana, collaborando volentieri e in
spirito di comunione come operatori pastorali. La vita della Chiesa,
le sue iniziative, le nuove prospettive che si aprono, tutte le
forme che la missione deve assumere richiedono una collaborazione
ispirata da vero zelo, guidata da un lucido discernimento che sappia
unire generosità e sobrietà pastorale. E’
opportuno riprendere e meditare, da parte di tutti, l’omelia della
Messa crismale del Giovedì santo 2008: Il sacerdozio comune dei
fedeli. Riscopriamo un dono nascosto nel tesoro della Chiesa. 4.
LA MISSIONE CONTINUA, SENZA BORSA NE’ BISACCIA Nella
nostra Chiesa diocesana, straordinariamente ricca di persone
impegnate, di iniziative, di risorse, la parola di Gesù che dà
inizio alla missione dei discepoli è un interrogativo che continua
a provocare. Gesù infatti dice: “La
messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il
signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Andate:
ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa né
sacca, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada…”
(Lc 10, 2-4). Che
cosa faremo? Rinunceremo alla missione? Lo
sguardo di fede può riconoscere anche nella fatica e nelle
incertezze che ci inquietano un’occasione per operare scelte di
sobrietà pastorale, come siamo soliti dire in diverse
occasioni. Sento la responsabilità di proporre alcuni concreti
criteri di discernimento per conseguire quel “fare
meno, fare meglio, fare insieme” che potrebbe essere lo slogan
della sobrietà pastorale. Nel
quadro della missione, a livello di singoli decanati, deve essere
possibile camminare insieme in modo più sciolto e leggero. Ad
esempio la formazione degli operatori pastorali (catechisti,
operatori Caritas, ministri della santa Comunione, ecc.) può
trovare nel decanato quelle proposte che esonerano dal replicare le
iniziative formative in ogni parrocchia; la figura di un
“economo” può sollevare i preti dall’investire troppo tempo
nella gestione delle strutture e nella vigilanza sui lavori in
corso; la cura per la qualità celebrativa nella comunità può
suggerire – laddove fossero in abbondanza - un’opportuna
riduzione del numero delle sante Messe e una diversificazione di
momenti di preghiera affidati a diaconi, religiose, laici; la
disponibilità o meno di collaboratori capaci e pronti alla
corresponsabilità può essere il criterio per mantenere iniziative
abitualmente guidate e animate dai preti (pellegrinaggi, feste
patronali, ecc); la constatazione dei ritmi di lavoro abituali per
la gente può suggerire di liberare le serate da incontri e riunioni
che magari si possono svolgere in giorno di domenica. La
fede nella presenza del Signore, la certezza che il Signore, elevato
da terra, attira tutti a sé (cfr. Gv 12,32), l’umile
sapienza che riconosce i mezzi poveri che Dio preferisce possono
forse convincerci a privilegiare con fiducia quel seminare che non
presume di misurare il raccolto e possono suggerire di dedicarci
alla cura dell’essenziale: la predicazione del Vangelo
preparata con docile attenzione allo Spirito e studiosa pazienza; la
disponibilità per ascoltare, consigliare, assolvere chi si accosta
al Sacramento della Riconciliazione; l’accoglienza attenta delle
persone e delle famiglie che bussano alle porte della comunità
cristiana. Non
dobbiamo mai perdere di vista l’essenziale, secondo la forte parola di Gesù:
“cercate il Regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà
dato in aggiunta” (Mt 6,33); e dobbiamo aver cura di non
essere un ostacolo a chi cerca il Signore, a chi ha sete
dell’acqua della vita. E se una preferenza dobbiamo avere deve
essere per i preferiti da Gesù, i più poveri, i più provati dalla
vita, i più piccoli. 5.
E BEATA COLEI CHE HA CREDUTO Affidiamo l’anno pastorale che inizia alla protezione di Maria: ci sentiamo accompagnati dalla Vergine Madre, patrona del nostro Duomo, così venerata nella nostra Chiesa. Ci
insegni Maria a percorrere la via della modestia e della fede. Noi,
in verità, non possiamo salvare nessuno. Per quanto intensi
siano i rapporti che stabiliamo, per quanto frenetici siano i nostri
giorni nel tentare di portare soccorso agli altri, noi non possiamo
salvare nessuno. Ma se riuscissimo a interpretare il vero bisogno di
chi ci sta vicino, se riuscissimo a provare compassione per chi
soffre con l’animo di Maria, se riuscissimo a dire, come lei: “Non
hanno vino” e “Qualsiasi
cosa vi dica, fatela” (Gv 2,3.5.) forse potremmo
davvero contribuire alla gioia dei nostri fratelli. Ci
insegni Maria a riconoscere la presenza e l’opera del Signore
nella nostra vita, nella nostra Chiesa, così che possiamo dimorare
nello stupore e nell’esultanza, e possiamo dire con verità ogni
giorno, nella preghiera della sera: L’anima
mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio
salvatore… grandi cosa ha fatto per me l’Onnipotente (Lc
1,46-47.49). Affidiamo
a Maria i nuovi candidati al diaconato e al presbiterato, e tutti i
preti e tutti i nostri giovani ai quali il Signore manda l’angelo
dell’annunciazione: conoscano il turbamento e l’esultanza della
loro vocazione e siano sostenuti dalla materna intercessione di
Maria nello sperimentare la beatitudine della fede. Affidiamo
a Maria il nostro cammino pastorale di quest’anno: ci insegni a
prenderci il tempo per meditare ogni parola del Signore perché da
questa intimità vengano le parole essenziali, la generosità della
testimonianza e la sobrietà dell’azione pastorale. Ci
insegni Maria a prenderci il tempo di essere contenti perché siamo
poveri peccatori, salvati dall’amore infinito di Dio che ci chiama
ad essere una cosa sola in lui, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.
+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano |
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