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IV Domenica del Tempo Ordinario Pontificale nella XXX Giornata per la vita Milano - Duomo, 3 febbraio 2008

"Servire la vita" secondo il Vangelo

Carissimi, chiamati dal Signore a celebrare l'Eucaristia, ci sentiamo in comunione con tutta la Chiesa, in particolare con quella italiana, che dal 1978 propone alle comunità cristiane la "Giornata per la vita" nella prima domenica di febbraio. E' una giornata destinata a ridestare e a fortificare in tutti un profondo senso di amore e di responsabilità nei riguardi del dono grande della vita umana: una vita che chiede di essere accolta, curata e promossa nei suoi molteplici aspetti: personali e familiari, socio-economici e politici, giuridici e culturali e, più radicalmente, morali e religiosi. La ricorrenza di quest'anno è particolarmente significativa, sia perché intende ricordare il trentennale di questa Giornata, sia per la coincidenza con altri anniversari: alcuni come espressione della coscienza civile, quali i 60 anni della Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo e della Costituzione italiana; altri propri della comunità cristiana, come i 40 anni dell'enciclica Humanae vitae di Paolo VI e i 25 anni della Carta dei Diritti della Famiglia, voluta dalla Santa Sede. La convergenza di queste ricorrenze rende ancora più impegnativo e coinvolgente questo nostro incontro in Duomo.

Il Vangelo della vita.

L'incontro avviene in un momento nel quale, dentro la nostra società, si fa sempre più ampio e forte il dibattito, culturale anzitutto, sui più diversi problemi della vita umana, e questo sotto l'incalzare inarrestabile delle scoperte scientifiche e delle applicazioni tecnologiche e sotto il peso schiacciante delle questioni politico-legislative, delle condizioni sociali precarie di vita di persone e famiglie, dei poteri forti e dei grandi interessi economici. Più acuta, anzi fondamentale e decisiva, è ovviamente la problematica etica sulla vita umana, specie nelle sue situazioni di maggiore fragilità, come è il caso, in particolare, della vita ai suoi inizi e prima della nascita, come pure al suo epilogo. In tutto questo, nessuno di noi può tirarsi fuori, ma ciascuno - lo voglia o no - è coinvolto, perché "tutti siamo responsabili di tutti". Quella della vita è questione che riguarda non soltanto i cristiani o i credenti, ma tutti gli uomini, tutti i cittadini, anche i non credenti. E' questione umana, è questione sociale, è la prima e più grande questione umana e sociale. Come scrivono i Vescovi italiani nel loro messaggio: "La civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità a servire la vita". Ma non un messaggio, un appello, una provocazione, e neppure un rimprovero, una denuncia, un'accusa alla società civile, oggi noi qui vogliamo dare. C'è, invece, qualcosa di originale, di unico, di sorprendentemente nuovo e bello che vogliamo ricordare, celebrare e portare nel vissuto di ogni nostra giornata. C'è qualcosa di tipicamente cristiano, qualcosa che ci tocca come discepoli del Signore, come membri della sua Chiesa. Siamo qui infatti a "fare memoria della Pasqua di Gesù", del suo sacrificio d'amore, ossia della sua vita donata in totalità al Padre e agli uomini nella passione e morte di croce. Non c'è proclamazione più alta - davvero insuperabile! - del grande valore della vita della proclamazione fatta da Gesù, che per nostro amore accetta liberamente di morire sulla croce. Qui, sul Calvario; qui, su ogni altare dove si celebra l'Eucaristia, viene annunciato l'Evangelium vitae, la "buona notizia" della vita e del suo vero valore. E qui giunge a compimento ogni altro annuncio, sempre sul valore della vita, che troviamo nell'esistenza e nella missione di Gesù di Nazaret e che è testimoniato dalle pagine del Vangelo, anche dalla pagina che oggi la liturgia ci ha fatto riascoltare: quella delle beatitudini. Sì, la vita è beata! E' beata perché è un bene inestimabile, anche nelle condizioni più difficili, faticose e tragiche; è un bene da desiderare e da vivere, sempre con l'impegno di una dedizione di sé piena d'amore e di servizio. E' Gesù stesso, inchiodato sulla croce, il vero, il grande, l'unico "beato" tra la moltitudine sconfinata degli uomini. E' Dio Padre, l'amante per antonomasia della vita, che mostra tutto lo splendore della vita nel suo donarsi a noi in Cristo, il Figlio del Dio vivente. E' questo "vangelo della vita" - un vangelo che fa luce su tutti gli aspetti e tutte le situazioni della vita umana - che la Chiesa ha ricevuto come grazia dal suo Signore e che essa, con limpidità assoluta e senza alcun timore, deve annunciare al mondo. Di questo "vangelo della vita", la Chiesa è debitrice a tutti e sempre. Ora come membri della Chiesa, anche noi non possiamo stancarci e desistere dal guardare e dal parlare così della vita umana: essa è un grande dono di Dio, è un frutto prezioso del suo amore e della sua fiducia nei nostri riguardi, tanto che egli affida a noi questa stessa vita perché ci impegniamo, con senso di responsabilità, ad amarla e a servirla: il che significa stimarla, custodirla, difenderla, curarla e promuoverla in ogni circostanza. Solo se la vita umana viene presentata dai cristiani con questo suo vero volto, all'uomo sarà possibile riconoscere l'intollerabile disordine di ogni vita misconosciuta nei suoi valori e nelle sue esigenze. E' dunque unicamente la bellezza di questo "vangelo della vita" che può aprirci gli occhi e toccarci il cuore per cogliere tutta la gravità delle offese che minacciano, calpestano, feriscono ed eliminano la vita umana. Come scrivono i Vescovi, "una vita è sempre e comunque degna in quanto tale…: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita non merita più di essere vissuta".

Dalle parole alle opere Un altro passo dobbiamo compiere - il più entusiasmante, per un verso, per l'altro il più impegnativo - quale test sicuro del nostro essere veri cristiani. La Chiesa infatti, proprio perché debitrice a tutti del "vangelo della vita", è chiamata non solo ad annunciarlo, a proclamarlo a parole, ma ultimamente a testimoniarlo con le opere. Ecco allora spalancarsi qui l'amplissimo capitolo di una comunità cristiana che, nel segno della concretezza quotidiana, sente su di sé un'enorme responsabilità: quella di offrire momenti, modi e gesti precisi di vicinanza, accoglienza, ascolto, accompagnamento, aiuto, condivisione, solidarietà in termini sempre delicati, rispettosi e insieme credibili e forti affinchè le situazioni problematiche o negative di una vita - in particolare nascente - minacciata di essere soppressa possano ricevere una risposta coerente al vero e al bene di ogni persona, soprattutto nelle situazioni più disperate. Quanti cuori feriti, prima e più di corpi in qualche modo lacerati, sono in attesa di vicinanza e di speranza! E soprattutto, forse inconsapevolmente, dell'amore misericordioso di Dio! Proprio con questo spirito, nell'omelia dell'Epifania - durante la celebrazione in Duomo per la Festa dei popoli - così mi rivolgevo alle donne immigrate: "E' nella donna e nella sua forza originale di donazione che deve brillare l'amore per i bambini. E' per questo che vorrei rivolgermi in un modo speciale alle mamme. Sì, carissime mamme: vi ringrazio per i sacrifici, le rinunce, il lavoro, la fatica, le preoccupazioni, le lacrime, la dedizione che avete verso i vostri figli, in una parola per il vostro amore generoso e coraggioso". E continuavo: "Una parola di speranza voglio riservare a quelle mamme che possono essere tentate, per le tante o troppe difficoltà di vario genere, di spegnere una vita umana prima ancora che venga alla luce. Vi chiedo di non rinchiudervi in voi stesse con l'interrogativo angosciante se 'accettare o no' la nuova vita; di non avere paura, perché anche nelle situazioni più pesanti e drammatiche Dio non lascia mai mancare intorno a voi gente che vuole esservi vicina e che vi vuole aiutare. Vi chiedo di ricorrere alla comunità cristiana, al suo interessamento e al suo sostegno". Sì, ricorrere alla comunità cristiana, perché questa - lo ripeto -, per la grazia di aver ricevuto l'annuncio del "vangelo della vita", ha il sacrosanto e irrinunciabile dovere di testimoniarlo con le opere dell'accoglienza e del servizio, secondo il monito dell'apostolo Giacomo: "Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?… se non ha le opere, è morta in se stessa" (Giacomo 2,14-17). E' allora a voi che mi rivolgo, carissimi: a voi che siete membri attivi e responsabili della comunità cristiana, a voi che per la vostra specifica professione di operatori sanitari, per la vostra partecipazione a movimenti e a centri di difesa e di sostegno della vita, per il vostro contributo educativo come genitori e maestri, per il servizio consultoriale che svolgete, e per tante e tante altre forme di intervento da parte di moltissime donne e uomini impegnati in un volontariato umile, nascosto ma quanto mai operoso: a voi dico che vi vedo tutti quale espressione privilegiata del grande "popolo della vita e per la vita", come è chiamato ad essere l'intero popolo di Dio. Come Vescovo di questa Chiesa ambrosiana, sento di dovervi ringraziare di cuore uno a uno. Anzi chiedo al Signore che sia lui stesso, con la sua consolazione e la sua gioia, a rendervi merito per il vostro amare e servire la vita umana, soprattutto nelle condizioni più complesse, più disperate e drammatiche. Nello stesso tempo, lasciatevi interpellare in continuità dalle tante, dalle troppe situazioni nelle quali la vita è seriamente minacciata e gravemente offesa. E tutti noi, insieme, con vera saggezza e con grande coraggio chiediamoci: in questo campo abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, tutto quello che dovevamo fare? E' un esame di coscienza che a tutti noi si impone, non per una facile o falsa autoassoluzione, non per un'interrogazione retorica che ci lascia indisturbati, ma per una riscoperta, una ripresa, un rilancio, un salto di qualità, un supplemento di generosità e di audacia, un impegno rinnovato e deciso a fare di più e a fare meglio nel nostro amore e servizio per la vita. "Fare di più e fare meglio"! Chiediamolo alle nostre comunità parrocchiali, alle nostre aggregazioni ecclesiali, alle nostre famiglie, ai nostri sacerdoti e alle persone consacrate, alle più varie realtà di Chiesa! Chiediamolo a noi stessi, prima che agli altri! E non solo in occasione della Giornata per la Vita! Così si semina la speranza nel contesto di una "cultura di morte" e in un clima di sfiducia e di paura. Sentiamoci allora chiamati a sviluppare un'azione concertata e resa più ampia, articolata, efficace e incisiva proprio dalla sinergia delle diverse persone, istituzioni e risorse. E sentiamoci chiamati oltre l'impegno comunitario: ci sono, infatti, responsabilità del tutto personali, dal momento che ciascuno di noi incontra sul cammino della vita attese, richieste, bisogni, urgenze, sofferenze, drammi che reclamano una sua insostituibile e indilazionabile risposta. Testimone coraggiosa e gioiosa della vita umana e del suo valore sia davvero la comunità cristiana, oggi. E' questo il servizio più prezioso e urgente che il Signore risorto le chiede di offrire alla stessa società civile! Con i Vescovi italiani oggi vi dico: "Grazie: voi che servite la vita siete la parte seria e responsabile di un Paese che vuole rispettare la sua storia e credere nel futuro".

+ Dionigi card. Tettamanzi Arcivescovo di Milano