XXX Pellegrinaggio Macerata-LoretoIntervento di
don Julián Carrón
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| Cosa ha portato qui ognuno di noi, questa sera? Soltanto il
riconoscimento e l'aver preso sul serio il proprio bisogno umano, solo un momento di
lealtà con se stessi, con la propria umanità. Perché ognuno di noi è proprio questo:
bisognoso. È bello essere bisognosi, perché ci rimanda all'Unico che può rispondere a
questo bisogno. Ma bisognosi di che cosa? Il Papa nella si domandava nella Spe salvi (n. 11): che cosa vogliamo veramente? «In
fondo» - diceva il Papa citando sant'Agostino - «vogliamo una sola cosa: la vita che è
semplicemente vita, semplicemente "felicità". Non c'è, in fin dei conti, altro
che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati: di questo solo si
tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in
fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente», e tuttavia «sappiamo che deve
esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti». Non
è scontato riconoscere che ognuno di noi ha questo bisogno e che deve esistere qualcosa
che non conosciamo, perché - come ci ricorda il regista Tarkovskij - "da tempo
l'uomo occidentale ha bruciato la bisaccia e il bastone del viandante, con la sua
commovente attitudine alla domanda". L'uomo ha rinunciato ad essere pellegrino, vale
a dire ha rinunciato a capire che la vita è cammino verso un destino infinito, e allora
"la dimora dell'uomo non è più l'orizzonte, ma il nascondiglio, dove non incontra
più nessuno e dove perciò comincia a dubitare della sua stessa esistenza". L'epoca
contemporanea è una tragica documentazione di ciò cui l'uomo arriva nella pretesa di
autonomia, di farsi da sé, di realizzarsi da sé, di crearsi da sé. Per questo la lotta
è tra il mendicante, tra chi si riconosce bisognoso, e l'autosufficiente, chi pensa di
non aver bisogno di niente e di bastare a se stesso. È una lotta fra due concezioni
dell'uomo, fra chi appartiene a qualcosa di più grande e chi appartiene a se stesso. Ognuno di noi sa di essere immerso in questa lotta: perciò la
domanda più stringente è come venirne fuori vincitori. Per don Giussani è chiaro qual
è il primo passo da compiere: l'uomo ritorna ad essere se stesso quando torna ad essere
mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino, come un bambino che mendica È
la notizia arrivata a quella ragazza di 15/17 anni, a Nazareth, che la fa esultare di
gioia, come esprime lei stessa davanti a Elisabetta: "Il Signore ha guardato
l'umiltà" - il niente - "della sua serva". Il Questo è il nostro valore: noi, che non siamo niente, siamo
stati guardati - siamo guardati ora - così, e perciò chi ha incontrato questo sguardo
non ha potuto non essere preso fino al midollo. Da allora tutti quelli che lo hanno
incrociato sono diventati, anche loro, mendicanti di Questa
vita nella carne io la vivo nella fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se
stesso per me. Lasciare entrare questa presenza si chiama memoria: è quello che consente
che tutte le nostre prigioni diventino luogo di respiro, che qualsiasi circostanza, anche
quella più brutta, possa essere investita da un respiro e da una novità nuova. La vita
ci è stata data per questo: per riconoscere sempre di più che cos'è Amici, percorriamo la strada verso Loreto coscienti del nostro
niente, perché altrimenti saremmo formali, incoscienti del nostro bisogno. Non abbiamo
altro, per sostenere la strada, se non questo nostro bisogno, con gli occhi fissi nella
Madonna "di speranza fontana vivace" (Dante, Par./span>
XXX 12), guardando Lei senza censurare niente. Ecco come la nostra vita può riempirsi di
speranza. Qualsiasi sia il momento che attraversiamo, andiamo verso di Lei con tutto il
nostro bisogno, perché |

