21/11/2007 AVVENIRE
| Ricerca. Lo scienziato
britannico famoso per aver «prodotto» la prima pecora-fotocopia cambia strada: meglio
lavorare su cellule staminali adulte Il padre di Dolly: non clono più
Wilmut rinuncia a manipolare e distruggere embrioni
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● Proprio il ricercatore che oltre 10 anni fa stupì il mondo con la clonazione di un
mammifero ha annunciato di voler rinunciare a tali studi
● Seguendo l’esempio di un team giapponese, Wilmut si dedicherà a esperimenti per
riprogrammare le staminali adulte
● «Sono strade che promettono migliori risultati – ha detto a un quotidiano – e
sono più accettabili socialmente ed eticamente»
● Il genetista Dallapiccola: si conferma quanto dicevamo sin dall’epoca dei referendum
sulla legge 40
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Pubblicati gli studi condotti in Giappone
e Usa su cellule adulte fatte «ringiovanire» a staminali pluripotenti. Nuova via per
ricerche eticamente sostenibili
Scienza, uccidere non serve
Spazzato via l’alibi di chi distrugge embrioni
● Due gruppi di ricerca in Giappone e negli Stati Uniti hanno dimostrato la possibilità
di riportare cellule umane adulte a uno stadio simile a quello delle staminali embrionali,
con ampia capacità di trasformarsi in diversi tipi di tessuto
● Gli esperimenti fanno ipotizzare che, una volta portate all’uso clinico, queste
cellule possano rendere inutile il ricorso a embrioni umani, una strada a lungo spacciata
da molti come indispensabile per ottenere risultati che tuttavia non si sono mai visti
● La scoperta simultanea delle due équipe dà valore alle ricerche che rispettano il
punto fermo della vita umana intangibile in ogni stadio del suo sviluppo e che mai può
essere 'usata' per scopi scientifici
● In fermento la comunità scientifica Angelo Vescovi: «Abbiamo appena iniziato a
intravedere un nuovo orizzonte, ci attende ancora un duro lavoro»
| Angelo Vescovi: si apre una nuova era nella ricerca
DA MILANO ENRICO NEGROTTI
« E sistono alternative per produrre cellule embrionali staminali senza produrre
embrioni». Queste parole di Angelo Luigi Vescovi, docente di Biologia all’Università
di Milano-Bicocca e direttore scientifico dell’Istituto «Brain Repair» di Terni,
sono comparse su Avvenire nel dicembre 2004, ancora prima degli accesi
dibattiti per i referendum sulla fecondazione assistita. «Sono stato buon profeta –
osserva oggi lo stesso Vescovi – ma le mie parole erano basate su studi che si stavano
già pubblicando: in particolare i primi risultati erano stati presentati da Alan
Trouson, direttore del Monash Institute australiano, a un convegno a Boston nel giugno
2004». La strada è stata poi esplorata da altri: «Sono usciti già lavori su Nature
e Cell, ora anche Science: sono le maggiori riviste internazionali, segno
del valore di questi studi».
Da uno dei pionieri dello studio sulle cellule staminali in Italia viene la
spiegazione dell’importanza pratica della scoperta dei ricercatori giapponesi e
statunitensi: «È la dimostrazione che è possibile riprogrammare una cellula adulta e
riportarla a un livello simile a quello della cellula embrionale senza però creare alcun
embrione». «In prospettiva – aggiunge Vescovi – quando fosse reso possibile un
loro uso clinico, queste cellule simil-embrionali sarebbero clonate dallo stesso
paziente, quindi si eviterebbe ogni rischio di rigetto ».
In altre parole «viene messo a disposizione dei ricercatori un processo attraverso
il quale una cellula adulta specializzata – chiarisce Vescovi – viene riportata a
uno stadio indifferenziato. Si può quasi dire che eravamo davanti a un muro dietro il
quale supponevamo ci fosse un mondo meraviglioso, e adesso abbiamo fatto un piccolo foro
attraverso il quale abbiamo capito che quel mondo esiste: ora si tratta di allargare
quel foro». Una prospettiva che ha affascinato anche Ian Wilmut: «È la dimostrazione
che lo scienziato può cambiare idea se viene proposta una via più praticabile».
Occorre ancora lavorare per eliminare i problemi: si è parlato della difficoltà
di elimina- re i retrovirus che sono serviti a introdurre i geni nelle cellule: «La
riuscita dell’esperimento era l’obiettivo più importante – spiega Vescovi –.
Per questo sono stati utilizzati vettori molto potenti in modo che i geni fossero
trasportati efficacemente. Ora che il risultato è arrivato, sarà possibile studiare
come evitare di lasciare i geni all’interno della cellula: usando tecniche per
eliminarli, oppure impiegando vettori più labili».
Il valore della scoperta è comunque enorme: «Siamo agli inizi di una nuova era
nella ricerca, come ripetono tutti gli osservatori qualificati – ricorda Vescovi –.
Certamente occorre mantenere i piedi per terra, continuare a lavorare con metodo,
ripetendo gli esperimenti ». Le applicazioni cliniche non sono dietro l’angolo, ma la
strada sembra tracciata: «Per passare dal topo all’uomo è ci è voluto un anno. E
se sono pubblicati oggi, gli esperimenti risalgono almeno a sei mesi fa: nei laboratori
sono sicuramente già più avanti. La tecnica va perfezionata per avere cellule da
sperimentare in clinica: non sarà subito, ma i tempi dovrebbero essere ragionevolmente
brevi». «Anche noi – aggiunge Vescovi – che ci stavamo dedicando anche alle
staminali dal testicolo, faremo esperimenti in questa direzione. Questi risultati
confermano la validità e la liceità di scelte che perseguono vie alternative all’uso
degli embrioni, quale lo studio di staminali di feti da aborto spontaneo, che stiamo
effettuando all’Istituto “Brain Repair” di Terni grazie all’opera di mecenati
quali il vescovo Vincenzo Paglia che ci sostiene generosamente».
«Ora bisogna lavorare per arriv are all’uso clinico Si conferma la validità di
scelte eticamente ispirate nella ricerca scientifica»
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DI MICHELE ARAMINI
L a notizia che Ian Wilmut, lo scienziato scozzese padre della pecora Dolly, ha
deciso di abbandonare le sue ricerche sulla clonazione e la sperimentazione sugli embrioni
umani è certamente motivo di soddisfazione. In pratica Wilmut ha rinunciato a servirsi
dell’autorizzazione recentemente concessagli dal governo inglese di creare embrioni
chimera uomo-animale.
La posizione etica di Wilmut sul valore della vita dell’embrione tuttavia non
è cambiata: «Siamo contrari alla clonazione a scopo riproduttivo, ma l’embrione
nei suoi stadi iniziali non è una persona. Non vi è nessun accenno di sistema
nervoso e non lo avrà per settimane». È chiaro perciò che il motivo del suo nuovo
orientamento di ricerca consiste nel fatto che la tecnica di riprogrammare le cellule
adulte, per ottenere cellule con le stesse caratteristiche di quelle embrionali, è più
conveniente rispetto al tentativo di indirizzare le embrio- nali a evolvere verso un
determinato tipo di cellule. Una conversione etica che rispetti l’inviolabilità dell’embrione
sarebbe stata auspicabile, ma al momento non c’è.
Il discorso vale sostanzialmente anche per i due team di ricercatori (Università
di Kyoto e Università del Wisconsin- Madison) che sono riusciti a ottenere cellule
staminali con caratteristiche simili a quelle delle cellule embrionali a partire da
cellule dell’epidermide. Sono state le difficoltà insormontabili a programmare
le cellule staminali nel senso voluto che hanno spinto questi ricercatori a percorrere
un’altra strada.
La vicenda di cui ci occupiamo ripropone due questioni decisive. La prima è la
superficialità con cui ci si è sbarazzati della qualità umana dell’embrione e della
necessità di difendere la sua esistenza, in nome di esigenze pratiche. La motivazione
utilitarista- terapeutica continuamente invocata per il bene dell’uomo viene troppo
facilmente applicata contro l’uomo: l’utilità dei forti a scapito dei deboli. È
necessario richiamare gli scienziati al fatto che la scienza è un’impresa etica se si
mette a servizio di tutti gli uomini. Per motivi utilitaristici non si può declassare
il valore della vita di nessun essere umano.
La seconda questione è quella dell’autonomia della scienza e della ricerca. Sul
punto è bene richiamare che la ricerca scientifica non è quasi mai libera, non tanto
per la supposta influenza opprimente della Chiesa, quanto perché risponde agli
obiettivi dei finanziatori, e non può fare altrimenti.
Un valore etico fondamentale come la difesa della vita e della dignità dell’uomo
non può essere considerato come un limite alla ricerca. Anzi: esso deve valere come
stimolo a percorrere nuove vie di ricerca. Le recenti scoperte di cui parliamo in queste
pagine sarebbero forse avvenute prima se si fosse puntato decisamente, per tempo, alla
salvaguardia dell’embrione e allo studio delle staminali adulte. La comprensione
della vicenda delle cellule staminali, fino a questi ultimi sviluppi, ci mostra come
anche la ricerca scientifica possa trasformarsi facilmente in ideologia. Infatti da
molto tempo è chiaro che la via delle staminali adulte è la più promettente. Eppure
si è insistito sulle embrionali con una sicurezza che è andata molto al di là del
ragionevole. Perciò è necessario mantenere un’attenzione critica nei confronti del
progetto scientifico, perché mantenga il suo valore etico. La scienza è condotta
eticamente solo se si pone veramente a servizio di tutte le persone umane. Senza
eccezioni.
I ricercatori hanno verificato che la nuova tecnica è più efficace e dà risultati
sinora impossibili. Dunque una «conversione» non dettata dall’etica
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