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VATICANO
I 5 anni di Benedetto XVI

http://www.asianews.it/notizie-it/I-5-anni-di-Benedetto-XVI-18178.html

di Bernardo Cervellera

Roma (AsiaNews) - Il pianto di Benedetto XVI, pieno di “vergogna” e “tristezza” nell’incontro a Malta con i giovani abusati da qualche prete pedofilo è un fatto che coglie di sorpresa. La canea di molti media mondiali che mostravano un pontefice complice nel silenzio e nel soffocare il grido delle vittime non ci aveva preparato a una simile testimonianza di umiltà e di amore alla verità che questo papa continua ad offrire al mondo.
 
Anche i commenti dei giovani incontrati (“Lei può riempire il vuoto”; “Finalmente posso andare dalle mie figlie e dire che ho ritrovato la fede”) ci aprono a una sorpresa: che lo scandalo e la denuncia sono sterili se non si arriva a guarire e riconciliare.
 
Ma proprio queste dinamiche – incontro, umiltà, amore alla verità, guarigione, riconciliazione – sono tipiche del pontificato di Benedetto XVI.
 
Tutte le volte che in questi cinque anni il mondo ha gridato allo scandalo (sterile), il papa e con lui molta parte della Chiesa, hanno lavorato con umiltà alla verità, alla guarigione e alla riconciliazione.
 
È avvenuto così con il discorso di Regensburg, in cui Benedetto XVI ha posto la domanda all’islam su quale deve essere il contributo della religione se si appiattisce in una violenza che rinnega Dio e la ragione. Alcune frange del mondo musulmano e soprattutto l’intellighenzia secolarizzata e saccente dell’occidente si sono scagliati contro il papa che non sa usare i termine giusti. Ma da quel discorso sono cresciute sempre di più gli apprezzamenti per il suo coraggio. E proprio dal mondo islamico vi sono state dichiarazioni di sintonia con il papa, tanto che quella che molti definiscono “una gaffe” è divenuta la spinta per un dialogo più serrato fra cattolici e islam.
 
E il fatto che oggi sempre più intellettuali musulmani condannano esplicitamente la violenza (in Arabia saudita, Iraq, Indonesia, India, Egitto e perfino Pakistan) è un frutto del coraggio nel dire la verità da parte di questo pontefice.
 
Verità, guarigione e riconciliazione sono state al centro del suo pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso anno, in cui Benedetto ha mostrato profonda amicizia a israeliani e palestinesi, chiedendo loro di finirla con la violenza e cercare la via della convivenza, battendo in coraggio e speranza tutti i politici della terra, abituati a parteggiare per uno o per l’altro dei due popoli. E questo, mentre tutti lo accusavano di essere “nazista”, negazionista, illuso.
 
Guarigione e riconciliazione hanno dominato la sua scelta nel togliere la scomunica ai vescovi lefebvriani, un scelta preoccupata di ricondurre all’unità viva della Chiesa centinaia di preti, considerata più importante dei mugugni dei cattolici progressisti e degli anti-negazionisti contro il vescovo Williamson. E anche se l’affare Williamson e la stessa vicenda pedofilia mostrano qualche pecca nella macchina vaticana, il papa rimane tenace nel suo diritto a tentare di salvare una situazione, definendo il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, rifiutando gli schieramenti ciechi e le demonizzazioni.
 
La verità, la guarigione e la riconciliazione sono da sempre le direttive della Chiesa. Quanti ebrei, quanti nazisti, quanti partigiani sono stati salvati da cattolici, preti e laici, prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale?
 
Molta dell’inimicizia del mondo verso Benedetto XVI dipende da questa differenza fra la verità, che è attenta a tutti i particolari della realtà, e i modi viscerali e ideologici, tendenti a distruggere l’avversario, tipici di una situazione contemporanea dove non esiste alcuna verità oggettiva, se non il mio sentire (la “dittatura del relativismo” e del “conformismo”).
 
Ma forse questa annotazione non basta a spiegare tutto l’astio, la menzogna, il fango che in queste settimane sono stati rovesciati sul papa. In tutto questo c’è un risentimento sordo e violento che nasce dal fatto che l’uomo di oggi - che sognava con la scienza e la tecnica di toccare il cielo e di essere divenuto potente come Dio - si scopre in realtà povero e carente, con una scienza che produce distruzioni ecologiche ed umane, con una politica sempre più impotente, con un’economia “scientifica” che si mostra sempre più immorale, oltre che incapace.
Benedetto XVI ricorda al mondo che la ragione umana rivela il limite che nessuno vuole confessare, che solo Dio può guarire queste azzoppature tragiche della nostra pretesa, che solo Gesù Cristo è la medicina che dà immortalità e bellezza alla vita.
 
Quella della ragione è una battaglia che Benedetto XVI sta conducendo anche nella Chiesa. Contro un cristianesimo sentimentale, abitudinario, ideologico (tradizionalista, progressista), egli spinge a un rapporto vivo col Signore e con la Chiesa come Corpo di Cristo, non luogo del potere o del riparo dal mondo. Tale rapporto vivo fa crescere le ragioni personali della fede e spinge alla testimonianza dentro il mondo. Ogni liturgia, anche la più solenne non serve come un’occasione di narcisismo nella Chiesa, ma a portare la verità, la guarigione e la riconciliazione a un mondo che l’attende, anche se talvolta non lo sa nemmeno.
 

 

GLI 83 ANNI DI BENEDETTO XVI

MILLE VOLTE GRAZIE LA NOSTRA SPERANZA È TAGLIATA DA ROCCIA ANTICA
MARINA CORRADI

Oggi il Papa compie 83 anni. Tanti ne sono pas­sati da quel giorno di Sabato Santo a Marktl am Inn, in Baviera, quando si aspettò, in una not­te di neve, l’alba di Pasqua per fare battezzare quel bambino con l’acqua appena benedetta, con l’ac­qua 'nuova'. E già questo particolare dice della provenienza da un cristianesimo profondo, ere­ditato con il respiro prima che con le parole da u­na madre e da un padre. Da questo humus viene Benedetto XVI, e da una storia che a noi, che po­tremmo essere suoi figli, appare remota e spa­ventevole. La guerra, e il nazismo incalzante. E un ragazzo di 17 anni, richiamato al Servizio lavora­tivo del Reich, che un vecchio ufficiale una notte in caserma cerca di indurre all’arruolamento 'vo­lontario' nelle SS. «Io con alcuni altri ebbi la for­tuna di poter rispondere che volevo diventare pre­te cattolico», ha raccontato Ratzinger nella sua autobiografia, e ha aggiunto: «Venimmo ricoper­ti di scherni e di insulti». Agli insulti e agli attacchi in ragione della sua fe­de il Papa s’è abituato presto; e non sono quelli di oggi, crediamo, a poterlo turbare – se non, forse, per l’eco di una avversione più grande, oltre la sua persona, alla Chiesa intera, di cui alcuni titoli mo­strano il riverbero. Più degli attacchi forse pesa il dolore per un male per cui, ancora ieri, il Papa ha invocato «penitenza». E allora per i suoi 83 anni, Santità, più che una solidarietà oggi vorremmo dirle di una gratitudine. Una gratitudine profon­da per ciò che lei testimonia ed è; con quella sua storia iniziata per noi in un tempo lontano, ma arrivata limpida e fedele ad oggi. Per una sensibi­lità che si incontra nelle sue parole, dalla ' Spe Sal­vi ' al 'Gesù di Nazareth', e che va diritta alle domande e ai dub­bi dei cristiani di questo mo­mento storico. Perché è stra­no: stupisce, in un uomo cresciuto naturaliter cri­stiano, che sia così inten­samente cosciente dei dubbi della generazione successiva, quasi inconsa­pevolmente invece forma­ta nel relativismo. Un Papa che in una enciclica do­manda: «La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la vita, o è ormai soltanto una informazio­ne accantonata?» mostra di ben conoscere il tarlo che educatamente ci ro­de e sussurra che, via, la verità dei Vangeli è anti­quata, e non regge il confronto con le splendide sorti dell’umano progresso, e del 'libero' pensie­ro. Ma poi che appassionata istruttoria, nella stes­sa ' Spe salvi ', a mostrare la bruciante contem­poraneità delle antiche parole: « Spe salvi facti su­mus », nella speranza siamo stati salvati.

Passione e insieme lucidità, rigoroso uso della ra­gione. Anche di questo, grazie. Per la sfida che da anni conduce, prima e dopo Ratisbona: il Dio in cui crediamo non mutila, in niente, l’uso pieno della nostra umana ragione. (Grazie, perché nei li­cei del dopo ’68 a molti di noi hanno insegnato che il cristianesimo era una speranza da illusi).
  E grazie, in questo compleanno in giorni amari, della disarmante audacia della Lettera ai cattoli­ci d’Irlanda. Della sollecitudine per gli innocen­ti, in realtà già mostrata nelle linee guida della Congregazione per la dottrina della fede, dove si affermava che in qualsiasi momento del proce­dimento canonico al vescovo locale è conferito «il potere di tutelare i bambini». Della coscienza, nella Lettera agli irlandesi evidente, che «nulla può cancellare il male sopportato» dalle vittime. (Nulla, tranne Cristo: il cui amore è più grande di ogni male).
E grazie, ancora, dell’esempio indicato nel 'Gesù di Nazareth': il « vir desideriorum » del Libro del profeta Daniele, l’«uomo dei desideri», che «non si accontenta della realtà esistente e non soffoca l’inquietudine del cuore, quell’inquietudine che rimanda l’uomo a qualcosa di più grande».
E lo sappiamo in fondo, che tanti attacchi affon­dano radici in qualcosa che va oltre tutte le accu­se espresse. È la radicale opposizione della Chie­sa alla mentalità del 'mondo', ciò che alimenta una ostilità che cova e lievita, e a tratti sbuca alla superficie. È la pretesa cristiana di insegnare ai fi­gli un altro senso, e tutta un’altra logica, da quel­la che ci vorrebbe docilmente allineare. È la fe­deltà al «non conformatevi» di Paolo, il duro an­tico nodo dello scontro. Quel «non conformate­vi » che vede in lei, Santità, un testimone. Tenace nella storia attraversata. Come tagliato da una roc­cia antica.