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VATICANO di Bernardo Cervellera
Roma (AsiaNews) - Il pianto di Benedetto XVI, pieno di
“vergogna” e “tristezza” nell’incontro a Malta con i
giovani abusati da qualche prete pedofilo è un fatto che coglie di
sorpresa. La canea di molti media mondiali che mostravano un
pontefice complice nel silenzio e nel soffocare il grido delle
vittime non ci aveva preparato a una simile testimonianza di umiltà
e di amore alla verità che questo papa continua ad offrire al
mondo.
Anche i commenti dei giovani incontrati (“Lei può riempire il
vuoto”; “Finalmente posso andare dalle mie figlie e dire che ho
ritrovato la fede”) ci aprono a una sorpresa: che lo scandalo e la
denuncia sono sterili se non si arriva a guarire e riconciliare.
Ma proprio queste dinamiche – incontro, umiltà, amore alla verità,
guarigione, riconciliazione – sono tipiche del pontificato di
Benedetto XVI.
Tutte le volte che in questi cinque anni il mondo ha gridato allo
scandalo (sterile), il papa e con lui molta parte della Chiesa,
hanno lavorato con umiltà alla verità, alla guarigione e alla
riconciliazione.
È avvenuto così con il discorso di Regensburg, in cui Benedetto
XVI ha posto la domanda all’islam su quale deve essere il
contributo della religione se si appiattisce in una violenza che
rinnega Dio e la ragione. Alcune frange del mondo musulmano e
soprattutto l’intellighenzia secolarizzata e saccente
dell’occidente si sono scagliati contro il papa che non sa usare i
termine giusti. Ma da quel discorso sono cresciute sempre di più
gli apprezzamenti per il suo coraggio. E proprio dal mondo islamico
vi sono state dichiarazioni di sintonia con il papa, tanto che
quella che molti definiscono “una gaffe” è divenuta la spinta
per un dialogo più serrato fra cattolici e islam.
E il fatto che oggi sempre più intellettuali musulmani condannano
esplicitamente la violenza (in Arabia saudita, Iraq, Indonesia,
India, Egitto e perfino Pakistan) è un frutto del coraggio nel dire
la verità da parte di questo pontefice.
Verità, guarigione e riconciliazione sono state al centro del suo
pellegrinaggio in Terra Santa lo scorso anno, in cui Benedetto ha
mostrato profonda amicizia a israeliani e palestinesi, chiedendo
loro di finirla con la violenza e cercare la via della convivenza,
battendo in coraggio e speranza tutti i politici della terra,
abituati a parteggiare per uno o per l’altro dei due popoli. E
questo, mentre tutti lo accusavano di essere “nazista”,
negazionista, illuso.
Guarigione e riconciliazione hanno dominato la sua scelta nel
togliere la scomunica ai vescovi lefebvriani, un scelta preoccupata
di ricondurre all’unità viva della Chiesa centinaia di preti,
considerata più importante dei mugugni dei cattolici progressisti e
degli anti-negazionisti contro il vescovo Williamson. E anche se
l’affare Williamson e la stessa vicenda pedofilia mostrano qualche
pecca nella macchina vaticana, il papa rimane tenace nel suo diritto
a tentare di salvare una situazione, definendo il vero e il falso,
il giusto e l’ingiusto, rifiutando gli schieramenti ciechi e le
demonizzazioni.
La verità, la guarigione e la riconciliazione sono da sempre le
direttive della Chiesa. Quanti ebrei, quanti nazisti, quanti
partigiani sono stati salvati da cattolici, preti e laici, prima,
durante e dopo la Seconda guerra mondiale?
Molta dell’inimicizia del mondo verso Benedetto XVI dipende da
questa differenza fra la verità, che è attenta a tutti i
particolari della realtà, e i modi viscerali e ideologici, tendenti
a distruggere l’avversario, tipici di una situazione contemporanea
dove non esiste alcuna verità oggettiva, se non il mio sentire (la
“dittatura del relativismo” e del “conformismo”).
Ma forse questa annotazione non basta a spiegare tutto l’astio, la
menzogna, il fango che in queste settimane sono stati rovesciati sul
papa. In tutto questo c’è un risentimento sordo e violento che
nasce dal fatto che l’uomo di oggi - che sognava con la scienza e
la tecnica di toccare il cielo e di essere divenuto potente come Dio
- si scopre in realtà povero e carente, con una scienza che produce
distruzioni ecologiche ed umane, con una politica sempre più
impotente, con un’economia “scientifica” che si mostra sempre
più immorale, oltre che incapace.
Benedetto XVI ricorda al mondo che la ragione umana rivela il limite
che nessuno vuole confessare, che solo Dio può guarire queste
azzoppature tragiche della nostra pretesa, che solo Gesù Cristo è
la medicina che dà immortalità e bellezza alla vita.
Quella della ragione è una battaglia che Benedetto XVI sta
conducendo anche nella Chiesa. Contro un cristianesimo sentimentale,
abitudinario, ideologico (tradizionalista, progressista), egli
spinge a un rapporto vivo col Signore e con la Chiesa come Corpo di
Cristo, non luogo del potere o del riparo dal mondo. Tale rapporto
vivo fa crescere le ragioni personali della fede e spinge alla
testimonianza dentro il mondo. Ogni liturgia, anche la più solenne
non serve come un’occasione di narcisismo nella Chiesa, ma a
portare la verità, la guarigione e la riconciliazione a un mondo
che l’attende, anche se talvolta non lo sa nemmeno.
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GLI 83 ANNI DI BENEDETTO XVI MILLE
VOLTE GRAZIE LA NOSTRA SPERANZA È TAGLIATA DA ROCCIA ANTICA Oggi il Papa compie 83 anni. Tanti ne sono passati da quel giorno di Sabato Santo a Marktl am Inn, in Baviera, quando si aspettò, in una notte di neve, l’alba di Pasqua per fare battezzare quel bambino con l’acqua appena benedetta, con l’acqua 'nuova'. E già questo particolare dice della provenienza da un cristianesimo profondo, ereditato con il respiro prima che con le parole da una madre e da un padre. Da questo humus viene Benedetto XVI, e da una storia che a noi, che potremmo essere suoi figli, appare remota e spaventevole. La guerra, e il nazismo incalzante. E un ragazzo di 17 anni, richiamato al Servizio lavorativo del Reich, che un vecchio ufficiale una notte in caserma cerca di indurre all’arruolamento 'volontario' nelle SS. «Io con alcuni altri ebbi la fortuna di poter rispondere che volevo diventare prete cattolico», ha raccontato Ratzinger nella sua autobiografia, e ha aggiunto: «Venimmo ricoperti di scherni e di insulti». Agli insulti e agli attacchi in ragione della sua fede il Papa s’è abituato presto; e non sono quelli di oggi, crediamo, a poterlo turbare – se non, forse, per l’eco di una avversione più grande, oltre la sua persona, alla Chiesa intera, di cui alcuni titoli mostrano il riverbero. Più degli attacchi forse pesa il dolore per un male per cui, ancora ieri, il Papa ha invocato «penitenza». E allora per i suoi 83 anni, Santità, più che una solidarietà oggi vorremmo dirle di una gratitudine. Una gratitudine profonda per ciò che lei testimonia ed è; con quella sua storia iniziata per noi in un tempo lontano, ma arrivata limpida e fedele ad oggi. Per una sensibilità che si incontra nelle sue parole, dalla ' Spe Salvi ' al 'Gesù di Nazareth', e che va diritta alle domande e ai dubbi dei cristiani di questo momento storico. Perché è strano: stupisce, in un uomo cresciuto naturaliter cristiano, che sia così intensamente cosciente dei dubbi della generazione successiva, quasi inconsapevolmente invece formata nel relativismo. Un Papa che in una enciclica domanda: «La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la vita, o è ormai soltanto una informazione accantonata?» mostra di ben conoscere il tarlo che educatamente ci rode e sussurra che, via, la verità dei Vangeli è antiquata, e non regge il confronto con le splendide sorti dell’umano progresso, e del 'libero' pensiero. Ma poi che appassionata istruttoria, nella stessa ' Spe salvi ', a mostrare la bruciante contemporaneità delle antiche parole: « Spe salvi facti sumus », nella speranza siamo stati salvati. Passione e insieme lucidità,
rigoroso uso della ragione. Anche di questo, grazie. Per la sfida che
da anni conduce, prima e dopo Ratisbona: il Dio in cui crediamo non
mutila, in niente, l’uso pieno della nostra umana ragione. (Grazie,
perché nei licei del dopo ’68 a molti di noi hanno insegnato che il
cristianesimo era una speranza da illusi). |
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