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ZI11030215 - 02/03/2011 Il Papa: per redimere il mondo bisogna conoscere la Verità, CristoAnticipazioni del secondo volume del libro “Gesù di Nazaret” di Roberta Sciamplicotti |
Anticipazioni del secondo volume del libro “Gesù di Nazaret”
La tragedia di Giuda: non credette nel perdono
di Benedetto XVI 02-03-2011
Il libro del Papa Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, uscirà la prossima settimana e sarà presentato in Vaticano il pomeriggio del 10 marzo. E' il secondo volume che Benedetto XVI dedica alla figura di Gesù di Nazaret. Ecco uno stralcio dal terzo capitolo intitolato "La lavanda dei piedi", nel quale si parla del tradimento di Giuda. La pericope della lavanda dei piedi ci mette di fronte a due differenti forme di reazione dell’uomo a questo dono: Giuda e Pietro. Subito dopo aver accennato all’esempio, Gesù comincia a parlare del caso di Giuda. Giovanni ci riferisce, al riguardo, che Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà» (13, 21). Tre volte Giovanni parla del «turbamento» ovvero
della «commozione» di Gesù: presso il sepolcro di Lazzaro (cfr. 11,
33. 38); la «Domenica delle Palme» dopo la parola sul chicco di grano
morto, in una scena che richiama da vicino l’ora del Monte degli ulivi
(cfr. 12, 24-27); e infine qui. Sono momenti in cui Gesù incontra la
maestà della morte ed è toccato dal potere delle tenebre — un potere
che è suo compito combattere e vincere. Ritorneremo a questa «commozione» dell’anima di
Gesù, quando rifletteremo sulla notte del Monte degli ulivi. Torniamo al nostro testo. L’annuncio del
tradimento suscita comprensibilmente agitazione e, al contempo, curiosità
tra i discepoli. «Uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava
a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi
chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù,
gli disse: “Signore, chi è?’’. Rispose Gesù: “È colui per il
quale intingerò un boccone e glielo darò’’» (13, 23 ss). Per la
comprensione di questo testo bisogna anzitutto tener conto del fatto che
per la cena pasquale era prescritto lo stare adagiati a tavola. Charles K. Barrett spiega il versetto appena citato
così: «I partecipanti ad una cena stavano sdraiati sulla loro
sinistra; il braccio sinistro serviva a sostenere il corpo; quello
destro era libero per essere usato. Il discepolo alla destra di Gesù
aveva quindi il suo capo immediatamente davanti a Gesù, e si poteva
conseguentemente dire che era adagiato presso il suo petto. Ovviamente
era in grado di parlare in confidenza con Gesù, ma il suo non era il
posto d’onore più alto; questo era situato a sinistra
dell’ospitante. Il posto occupato dal discepolo amato era nondimeno il
posto di un intimo amico»; Barrett fa notare in questo contesto che
esiste una descrizione parallela in Plinio (p. 437). Così come è qui riportata, la risposta di Gesù è
totalmente chiara. Ma l’evangelista ci fa sapere che, tuttavia, i
discepoli non capirono a chi si riferiva. Possiamo quindi supporre che Giovanni, ripensando
all’evento, abbia dato alla risposta una evidenza che essa per i
presenti, sul momento, non aveva. Il versetto 18 ci mette sulla giusta
traccia. Qui Gesù dice: «Deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia
il mio pane, ha alzato contro di me il suo calcagno» (cfr. Salmi, 41,
10; 55, 14). È questo lo stile caratteristico del parlare di Gesù:
con parole della Scrittura Egli allude al suo destino, inserendolo allo
stesso tempo nella logica di Dio, nella logica della storia della
salvezza. Successivamente tali parole diventano totalmente
trasparenti; si rende chiaro che la Scrittura descrive veramente il suo
cammino - ma sul momento rimane l’enigma. Inizialmente se ne arguisce
soltanto che colui che tradirà Gesù è uno dei commensali; diventa
evidente che il Signore deve subire sino alla fine e fin nei particolari
il destino di sofferenza del giusto, un destino che appare in molteplici
modi soprattutto nei Salmi. Gesù deve sperimentare l’incomprensione,
l’infedeltà fino all’interno del cerchio più intimo degli amici e
così «compiere la Scrittura». Egli si rivela come il vero soggetto
dei Salmi, come il «Davide», dal quale essi provengono e mediante il
quale acquistano senso. Giovanni, scegliendo al posto dell’espressione
usata nella Bibbia greca per «mangiare» la parola tro-gein con cui Gesù
nel suo grande discorso sul pane indica il «mangiare» il suo corpo e
sangue, cioè il ricevere il Sacramento eucaristico (cfr. Giovanni, 6,
54-58), ha aggiunto una nuova dimensione alla parola del Salmo ripresa
da Gesù come profezia sul proprio cammino. Così la parola del Salmo getta anticipatamente la
sua ombra sulla Chiesa che celebra l’Eucaristia, nel tempo
dell’evangelista come in tutti i tempi: con il tradimento di Giuda la
sofferenza per la slealtà non è finita. «Anche l’amico in cui
confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede»
(Salmi, 41, 10). La rottura dell’amicizia giunge fin nella comunità
sacramentale della Chiesa, dove sempre di nuovo ci sono persone che
prendono «il suo pane» e lo tradiscono. La sofferenza di Gesù, la sua
agonia, perdura sino alla fine del mondo, ha scritto Pascal in base a
tali considerazioni (cfr. Pensées, VII, 553). Possiamo esprimerlo anche
dal punto di vista opposto: Gesù in quell’ora si è caricato del
tradimento di tutti i tempi, della sofferenza che viene in ogni tempo
dall’essere traditi, sopportando così fino in fondo le miserie della
storia. Quanto al contesto che ci interessa, l’evangelista
dice soltanto laconicamente: «Allora, dopo quel boccone, satana entrò
in lui» (13, 27). Ciò che a Giuda è accaduto per Giovanni non è più
psicologicamente spiegabile. È finito sotto il dominio di qualcun
altro: chi rompe l’amicizia con Gesù, chi si scrolla di dosso il suo
«dolce giogo», non giunge alla libertà, non diventa libero, ma
diventa invece schiavo di altre potenze – o piuttosto: il fatto che
egli tradisce questa amicizia deriva ormai dall’intervento di un altro
potere, al quale si è aperto. Tuttavia, la luce che, provenendo da Gesù, era
caduta nell’anima di Giuda, non si era spenta del tutto. C’è un
primo passo verso la conversione: «Ho peccato», dice ai suoi
committenti. Cerca di salvare Gesù e ridà il denaro (cfr. Matteo, 27,
3 ss). Tutto ciò che di puro e di grande aveva ricevuto da Gesù,
rimaneva iscritto nella sua anima — non poteva dimenticarlo. La seconda sua tragedia – dopo il tradimento —
è che non riesce più a credere a un perdono. Il suo pentimento diventa
disperazione. Egli vede ormai solo se stesso e le sue tenebre, non vede
più la luce di Gesù – quella luce che può illuminare e superare
anche le tenebre. Ci fa così vedere il modo errato del pentimento: un
pentimento che non riesce più a sperare, ma vede ormai solo il proprio
buio, è distruttivo e non è un vero pentimento. Fa parte del giusto pentimento la certezza della
speranza – una certezza che nasce dalla fede nella potenza maggiore
della Luce fattasi carne in Gesù. Giovanni conclude il brano su Giuda
in modo drammatico con le parole: «Egli, preso il boccone, subito uscì.
Ed era notte» (13, 30). Giuda esce fuori – in un senso più profondo.
Entra nella notte, va via dalla luce verso il buio; il «potere delle
tenebre» lo ha afferrato (cfr. Giovanni, 3, 19; Luca, 22, 53).
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