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Dio
Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto Evento
Internazionale promosso dal
Comitato per il Progetto Culturale della CEI Roma,
10/12 dicembre 2009 Saluto Introduttivo S.Em.za
Card. Angelo Bagnasco Arcivescovo
di Genova Presidente
della Conferenza Episcopale Italiana Prima
di esprimere il mio saluto, vorrei ringraziare il Santo Padre Benedetto
XVI, per la lettera che ha avuto la bontà di indirizzarmi in questa
particolare circostanza, evidenziando il nucleo tematico e il fine
precipuo del presente evento internazionale su Dio. Le parole del Papa
contengono pure l’auspicio che è nel cuore di tutti noi e cioè che
queste giornate di riflessione possano “contribuire a diradare quella
penombra che rende precaria e timorosa per l’uomo del nostro tempo
l’apertura verso Dio, sebbene egli non cessi mai di bussare alla
nostra porta”. Vorrei
pure rinnovare sincera gratitudine a quanti hanno preparato il Convegno,
in particolare al Comitato del Progetto culturale della CEI e al Suo
Presidente, il card. Camillo Ruini. A tutti gli organizzatori, ai
relatori e a quanti saranno presenti in questi giorni la viva
riconoscenza della Chiesa italiana. “Et
inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te” 1. L’acuta osservazione di
sant’Agostino individua un tratto saliente e costante della condizione
umana. La “questione” di Dio non è un interrogativo astratto, ma
penetra nel profondo le fibre dell’uomo interiore, dove abita la Verità.
È domanda che si fa pressante proprio in questo nostro tempo, proprio
quando diffusi processi di rimozione culturale tendono ad emarginarla. Il
progresso delle scienze, senza dubbio, ha reso acuto il nostro sguardo
sull'universo: ha affinato la capacità di spiegarne i fenomeni, ha
ingigantito le nostre possibilità di dominarlo
e di distruggerlo; il centro stesso della costituzione biologica
dell'essere umano viene in qualche modo raggiunto
e messo a rischio. Tutto ciò contribuisce certamente a risolvere
molti problemi; però molti altri ne crea, in ambito
scientifico, ma soprattutto antropologico ed etico. Rimane
tuttavia radicalmente inevasa la
domanda cruciale: qual è l'origine, il significato, la destinazione
della realtà? Quale il senso della vita? Ecco
il nostro Convegno: “Dio
Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”. L’itinerario
tematico che esso propone si riconnette alla riflessione agostiniana e
ne sviluppa la valenza a partire dagli interrogativi che agitano
l'esistenza, nella prospettiva di una autentica “metafisica dell’humanum”
(Benedetto XVI, Caritas in
Veritate, 55). In questo quadro, si pone con forza la
questione della v(V)erità. 2.
Il cammino di queste intense giornate è dunque mosso dalla
esigenza tipicamente umana e profondamente cristiana della ricerca della
Verità. All’esterno della sensibilità cattolica, questa impresa
sembra a molti vana e illusoria. Noi manteniamo salda, al contrario, la
convinzione che l'uomo è fatto per la Verità, che il suo procedere
“a tastoni” non contraddice, anzi rafforza, l'esigenza di una
ricerca aperta, a tutto campo, sul significato profondo del vivere e
dell'operare. È questo, del resto, uno dei contrassegni che più
marcatamente distinguono l'uomo dall'animale e dalla macchina.
Soprattutto nel mondo occidentale, la questione di Dio è
lasciata fuori dai percorsi abituali della cultura. Emarginata e
psicologicamente rimossa, essa si presenta però - insopprimibile com'è
nel profondo del cuore umano - sotto mentite spoglie. Ecco allora
l'interesse crescente per il paranormale, per l'occulto, per forme
sfumate di religiosità esoterica. Modalità tutte dove la dignità
della ragione umana è mortificata e sconfitta. Le
modalità sono in parte nuove, ma, a ben guardare, é tentazione di
sempre: come Israele nel deserto, di fronte alle difficoltà e alla
precaria incertezza, si ricorre a proposte apparentemente rassicuranti,
si danza attorno a un vitello d'oro (cfr. Esodo
32). Anche l'uomo d’ oggi, l'uomo tecnologico, nonostante
l’annuncio weberiano dell’era del disincanto, continua a cadere
vittima dell’ idolatria: non soltanto nelle forme - mascherate, ma ben
note - del denaro e del potere; anche in nuove forme di religiosità,
insieme esotica e
modernistica, nel cui crogiolo trovano risonanza e momentaneo appagamento
le aspirazioni di superficie del nostro tempo. 3.
L’illusione idolatra mistifica e occulta la radicalità della opzione verticale – etsi Deus daretur - in conseguenza della quale “tutto cambia”.
Mentre l’opposto consegna alle teorie del caso l’apparente neutralità
dello svuotamento della ragione. L’istanza decisiva della questione,
invece, prende forma quando l'uomo smaschera il carattere effimero e
illusorio dei surrogati, abbatte i simulacri muti degli idoli e si
incammina fiducioso verso la terra promessa. Allora i suoi passi
acquistano il ritmo della storia, danno spessore al presente e
costruiscono futuro.
Quando l'uomo non elude la domanda, ma procede
con coraggio e trepidazione
sulla via della ricerca, due forti tensioni si agitano dentro di
lui. Da un lato, l'esperienza di una carenza, di una incompiutezza,
quasi di uno smarrimento di
fronte alla immensità dell’Assoluto e alla fragilità della
condizione umana storica; dall'altro, la percezione di una presenza, di
una porta che invita ad aprire, di una attesa di riscatto, di una
vocazione a proseguire senza indugio. L'intreccio di queste due
esperienze dice che l'uomo non si accontenta della conoscenza
"positiva", ma vuole vedere al di là: una tensione innata, e
tuttavia irretita dalla paura di avventurarsi in mare aperto
("fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e
conoscenza", Dante Inferno
XXVI). Oltre la superficie, come recitano questi versi – intensi di
sofferta speranza – di Ludwig Wittgenstein: "Io
so che il mondo esiste. Che io sono in esso, come il mio occhio nella
propria orbita. So
che in esso c'è qualcosa di problematico, che noi chiamiamo 'senso'. Che
questo senso non si trova in esso, ma fuori di esso... Credere
in Dio significa vedere che non tutto si può restringere alla realtà
del mondo visibile. Credere
in Dio significa vedere che la vita ha un senso" (Quaderni 1914-1916, a cura di Amedeo G. Conte, Torino, 1964,
p. 174). In
un mondo fatto incerto e quasi scettico dal diffondersi della sindrome
relativistica, in cui la passione e la stima per le grandi questioni
paiono assopite, in cui la ragione strumentale e pragmatica sembra farla
da padrona, ogni discorso su realtà certe, assolute e trascendenti,
rischia di essere respinto, inesorabilmente, nel recinto
circoscritto dell’opinabile soggettivo. La ricerca di Dio esige scelte coraggiose di libertà
interiore:
è facile stare con Mosè, quando proclama la fine della schiavitù, la
libertà dal Faraone, una terra promessa. Difficile è seguirlo nel
cammino del deserto. Allora insorge la contestazione, la voglia di
tornare indietro: scordata la frusta dei sorveglianti, si pensa solo
alla minestra di cipolle, amara ma garantita (Esodo
16,1-17,7); ed esplode la provocazione, antica e moderna: "il
Signore è in mezzo a noi o no?" (Es
17,7). 4.
La rilevanza insuperabile
della questione di Dio viene positivamente riconosciuta quando
l'uomo, superata la presunzione della ragione prometeica e l'abdicazione
del pensiero debole si fa di nuovo – con umile fierezza - cercatore di
verità. Anche il cristiano che, illuminato dallo Spirito, testimonia la
verità che ha ricevuto, se ne fa, nondimeno, ricercatore appassionato.
Sa che essa è dono, non conquista; e che, tuttavia, solo cercandola si
può riconoscerla. La
nostra ricerca, del resto, non parte da zero. Si muove, piuttosto, nel
solco di una Tradizione
vivente, con cui ci
confrontiamo, a partire dalla testimonianza delle Scritture.
È
l'itinerario dell'intellectus
quaerens fidem - tradizionale e classico nel pensiero cattolico -
che si fa carico, nel tempo della sfiducia nel pensiero, dei diritti e
della dignità della ragione umana. Compito imprescindibile, nella
prospettiva dell'umanesimo integrale richiamato con forza nella recente
enciclica Caritas in Veritate.
D’altro
canto il cristiano,
ammiratore della ragione, sa che essa non può che ritirarsi sconfitta
se non le si fa incontro la Parola della verità
in Cristo. L'esigenza, allora, è quella di far risuonare la
bella notizia che è Gesù - la sua persona, la sua parola, la sua opera
– illuminazione e risposta agli interrogativi e alle aspirazioni più
profonde dell’animo umano. Questo richiede, anzitutto, di liberare
l’orizzonte da un pregiudizio che mortifica in partenza l’efficacia,
la plausibilità stessa dell'annuncio cristiano: quello, cioè, secondo
il quale il fatto religioso sia da rubricarsi tra i fenomeni
subculturali. Molte forme del cosiddetto “ritorno del sacro”,
purtroppo, segnate da sentimentalismo ed emotivismo (cfr. CiV
3), finiscono per avallare l’opinione diffusa che religione e
ragione appartengano a due mondi, se non contrapposti, quantomeno
incomunicabili. Ecco perché è necessario rivendicare con rispettosa
parresia la dignità e la rilevanza culturale del Vangelo, capace di
interpretare l'esistenza e di orientare l'uomo viandante del nostro
tempo, di ogni tempo. 5.
Di fronte alla invocazione silenziosa, e che pur sale dalla
atmosfera diffusa di secolarizzazione esistenziale dell'uomo postmoderno
(cfr. Charles Taylor, A Secular
Age), il cristiano si trova posto radicalmente in questione: o si lascia
egli stesso comprimere dall'orizzonte a-metafisico e si incammina sui
sentieri di una pseudo sapienza colorata di teologumeni gnostici (dove
non si parla più di Dio ma del divino, dell'energia spirituale
dell'universo...); oppure, si incammina sul sentiero faticoso dell’
intelligenza della fede per offrire all’uomo del nostro tempo nuove
aperture, che schiudono l'orizzonte della trascendenza.
Appare chiaro, allora, che la questione della Verità e
dell'Assoluto - la questione di Dio - non è una investigazione
astratta, avulsa dalla realtà del quotidiano; ma la
domanda cruciale, da cui dipende radicalmente la scoperta del senso
(o del non senso) del mondo e della vita: della propria vita personale.
Si impone qui il massimo impegno di approfondimento critico. Il
cristianesimo annuncia promesse e avanza esigenze che non possono essere
liquidate con un'occhiata frettolosa. Si tratta di un annuncio
sconvolgente, intellettualmente sovversivo, vitalmente impegnativo: come
ha richiamato la Caritas in
Veritate, la fede cristiana mette in chiara evidenza l'intrinseca
connessione tra verità e carità. La reciprocità di verità e carità
è scritta nel cuore stesso della rivelazione cristiana, perché è la
sostanza intima della vita divina. Di conseguenza, essa segna di sé sia
la manifestazione di Dio, sia la nostra possibilità di conoscerlo.
Ecco perché il linguaggio della fede si caratterizza non come
semplice asserzione di conoscenze, quanto piuttosto come attestazione
della verità, chiarificazione totale dell’esistenza, requisito
imprescindibile di autenticità. Con Dio, davvero tutto cambia, perché
la volontà di Dio è che "crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù
Cristo, e ci amiamo gli uni gli altri" (1Gv 3,23). 6.
La parola della fede cambia la vita: “… il cristianesimo
non era soltanto una ‘buona notizia’ – scrive Benedetto XVI - una
comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti. Nel nostro
linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo ‘informativo’,
ma ‘performativo’. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una
comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che
produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro,
è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata
donata una vita nuova” (Spe
Salvi 2).
Solo nell'amore noi
possiamo conoscere la verità di Dio: "chiunque ama è generato da
Dio e conosce Dio perché Dio è amore" (1
Gv 4,7.8) – Deus Caritas Est.
È quindi necessaria la conversione del cuore, per "giungere alla
conoscenza della verità" (2Tim
2,25). La razionalità teologica trova dunque la sua specificità
proprio nella carità: "Chi fa la verità viene alla luce" (Gv
3,21).
Solo così la conoscenza raggiunge la pienezza della verità. Al
di fuori di questa prospettiva esistenziale concreta, Dio rimane lontano
e inconoscibile, astratto e irrilevante. Il vertice della conoscenza di
Dio si raggiunge nell'amore: “Allo
stesso modo che una conoscenza non potrebbe esserci senza la volontà
– scrive von Balthasar -; così
neppure una verità sarebbe pensabile senza l’amore. L’amore non è
un oltre la verità; l’amore è nella verità ciò che le assicura,
oltre ogni suo svelamento, un mistero sempre nuovo (…);
l’amore è nell’esistente ciò che non gli consente mai di
diventare puro fatto, ed è nella conoscenza ciò che non le consente
mai di riposare in se stessa, ma la rende servibile a qualcosa di più
elevato. Il concetto dell’amore appartiene al concetto pieno della
verità, come il concetto della volontà appartiene al concetto pieno
della conoscenza”[1].
E
così si fa chiaro
che cosa distingua la carità in
veritate dalle sue contraffazioni: “Ci
può essere quindi certamente al di fuori dell’amore un’imitazione
della verità; si può discorrere con proposizioni che, formalmente
considerate, contengono delle verità, forse addirittura
incontrovertibili, ma non può esserci quella verità che, sola, rende
finalmente vere tutte queste proposizioni: la verità dell’autosvelamento
dell’essere. La bocca della menzogna può grondare di singole verità,
può costruire sistemi, la cui intima logica è sbalorditiva e senza
errore. Ma, divise dal movimento fondamentale dell’amore, tutte queste
proposizioni formalmente corrette restano al servizio della menzogna e
collaborano con la loro ‘verità’ alla proliferazione della
menzogna. Viceversa è senz’altro possibile che l’amore si sbagli in
qualche singolo aspetto”[2]. 7.
Generata dall’amore, la verità cristiana non comprime ma esalta
la libera scelta dell'uomo: "la
Chiesa si rivolge all'uomo nel pieno rispetto della sua libertà: la
missione non coarta la libertà, ma piuttosto la favorisce. La Chiesa
propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma
davanti al sacrario della coscienza"[3]. La verità cristiana conosce solo la
forza persuasiva delle buone ragioni che la sostengono e dell'amore
disinteressato che la propone. Non segue la via della
strumentalizzazione e della persuasione occulta, conosce invece
il dialogo, aperto e franco, chiaro nella propria identità e
rispettoso dell'interlocutore. Con quella parresia che testimonia
l’identità della fede.
La parola della fede dice la verità sull'uomo e sul mondo
essenzialmente perché essa è auto-comunicazione di Dio: in Gesù noi
scopriamo che Dio è amore. Questo è il senso profondo della parola
della croce.
Illuminata dalla verità e animata dalla carità, l'impresa della
ricerca di Dio viene sorpresa
dall’incontro (Cfr. Deus
Caritas est, 1). Come per i discepoli di Emmaus, una folgorazione
improvvisa svela il volto di quel misterioso compagno di viaggio perché,
durante il cammino, l’amarezza di un apparente fallimento non ha
chiuso la porta alla interrogazione e all’ascolto. Dio si avvicina al
viandante di ogni tempo. Se l’uomo ascolta la Sua voce, allora
comincia a ritrovare se stesso. “Come devo cercarti, Signore? Quando cerco te, o mio Dio, io cerco la
felicità della mia vita. Ti cercherò, perché viva l'anima
mia”. |
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