
commenti di
TORNIELLI, di
CERVELLERA
“Spe salvi”, una enciclica per donare speranza all'umanità
Benedetto XVI: la vita “non finisce nel vuoto”
Nella sua seconda enciclica
Benedetto XVI afferma che né l’attuale “fede” nel progresso scientifico, né la
contestazione di Dio basata sulle ingiustizia del mondo danno una vera risposta alla
domanda dell’uomo su futuro. “Luoghi” di apprendimento e di esercizio della speranza
sono la preghiera, l’agire, il soffrire e l’attesa per il Giudizio di Dio.
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 novembre 2007 (ZENIT.org).- Questo
venerdì è stata presentata l'enciclica di Benedetto XVI, dal titolo "Spe
salvi" ("Salvati nella speranza") con la quale il Santo Padre ha voluto
offrire all'umanità, speso disillusa, la dimensione della speranza offerta da Cristo.
Il documento, di circa 80 pagine, diviso in otto parti, è stato
firmato dal Papa questo venerdì nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, ed è
indirizzato ai Vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i
fedeli laici.
Comincia con un passaggio della Lettera dell'apostolo San Paolo ai
Romani “nella speranza siamo stati salvati” (8, 24) e sottolina come “elemento
distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro”: la loro vita “non finisce
nel vuoto” (n. 2)
“Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa
ricevere speranza", dichiara nel numero 3 della enciclica, la seconda del Papa, dopo
la “Deus Caritas est” (“Dio è amore”), publicata a gennaio del 2006.
Il Papa spiega la speranza cristiana presentando l'esempio
della schiava sudanese santa Giuseppina Bakhita, nata nel 1869 in Darfur,
che diceva “io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da
questo Amore” (3).
Nel testo si afferma inoltre che Gesù non ha portato “un
messaggio sociale-rivoluzionario” come Spartaco, e che “non era un
combattente per una liberazione politica”; ma che ha portato “l’incontro con
il Dio vivente”, “l’incontro con una speranza che era più forte delle
sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo”
(4).
Cristo ci rende veramente liberi: “Non siamo schiavi dell’universo”
e delle “leggi della materia e dell’evoluzione”.
“Non sono gli elementi del cosmo … che in definitiva governano
il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo”,
continua il Papa. Siamo liberi perché “il cielo non è vuoto”, perché il Signore
dell’universo è Dio che “in Gesù si è rivelato come Amore” (5).
Cristo “ci dice chi in realtà è l’uomo e che cosa egli deve
fare per essere veramente uomo”. “Egli indica anche la via oltre la morte” (6).
Per questo motivo, per il Papa è molto chiaro che la vera
speranza non è qualcosa ma Qualcuno: non è fondata su cose che passano e ci
possono essere tolte, ma su Dio che si dona per sempre (8).
In questo senso, aggiunge, “l’attuale crisi della fede è
soprattutto una crisi della speranza cristiana”.
Il documento papale mostra inoltre le illusioni che hanno reso
schiava l'umanità come per esempio il marxismo che “ha dimenticato l’uomo e ha
dimenticato la sua libertà”. “Credeva che una volta messa a posto l’economia tutto
sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo” (20-21).
Il mito del progresso è un’altra delusione analizzata, così come
succede a quanti credono che l’uomo possa essere redento mediante la scienza. La scienza
“può anche distruggere l’uomo e il mondo”. “Non è la scienza che redime
l’uomo”. (24-26)
Oggi, si crede che la “redenzione” del genere umano
verrà dal progresso, è la “fede nel progresso” : “l’attuale crisi della
fede è soprattutto una crisi della speranza cristiana”. E “due categorie entrano
sempre più al centro dell'idea di progresso: ragione e libertà. Il progresso è
soprattutto un progresso nel crescente dominio della ragione e questa ragione viene
considerata ovviamente un potere del bene e per il bene. Il progresso è il superamento di
tutte le dipendenze – è progresso verso la libertà perfetta. Anche la libertà viene
vista solo come promessa, nella quale l'uomo si realizza verso la sua pienezza. In ambedue
i concetti – libertà e ragione – è presente un aspetto politico. Il regno della
ragione, infatti, è atteso come la nuova condizione dell'umanità diventata totalmente
libera” (n. 18).
Ma, nella realtà, le concretizzazioni di questo ideale, in
particolare la rivoluzione francese e quella marxista, hanno mostrato il limite di questa
speranza. Il marxismo, in particolare, ha lasciato “una distruzione desolante”.
Marx “ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato
l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre
libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l'economia, tutto
sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l'uomo,
infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo
solamente dall'esterno creando condizioni economiche favorevoli”. (n. 21). Perché, “se
al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo,
nella crescita dell’uomo interiore (cfr Ef 3,16; 2 Cor 4,16), allora esso non è un
progresso, ma una minaccia per l'uomo e per il mondo” (n. 22). La verità è che “non
è la scienza che redime l’uomo”, essa “può anche distruggere l’uomo e il mondo”,
“l’uomo viene redento dall’amore” (n. 26).
Il Papa indica poi quattro luoghi di apprendimento e di
esercizio della speranza.
Il primo è la preghiera: “Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi
ascolta ancora”. Il Pontefice ricorda quindi la testimonianza del Cardinale
vietnamita François Xavier Nguyen van Thuân, per 13 anni in carcere, di cui 9
in isolamento: “In una situazione di disperazione apparentemente totale, l’ascolto di
Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza” (32-34).
Un altro luogo è l’agire. “La speranza in
senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale
lottiamo” affinché “il mondo diventi un po’ più luminoso e umano” (35).
La sofferenza è l'altro luogo di apprendimento della
speranza: “Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la
sofferenza”, tuttavia “non è la fuga davanti al dolore che guarisce l’uomo, ma la
capacità di accettare la tribolazione e in essa maturare, di trovare senso mediante l’unione
con Cristo, che ha sofferto con infinito amore” (36-39). Bisogna cercare di superare la
sofferenza, sapendo però che «eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre
possibilità semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e
perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male». Il Papa
definisce «crudele e disumana» una società che non riesce ad accettare i sofferenti.
L’ultimo luogo di apprendimento della speranza è il
Giudizio di Dio. “La fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto
speranza”: “esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la ‘revoca’
della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto” (41-47). Solo
Dio «può creare giustizia» e la fede «non cambia il torto in diritto». «I malvagi
– assicura Ratzinger – alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente
a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato».
In questo senso Benedetto XVI riconosce che l’ateismo del XIX e
del XX secolo è "una protesta contre le ingiustizie del mondo" che diventa
"protesta contro Dio".
Tuttavia, spiega, "se di fronte alla sofferenza di questo mondo
la protesta contro Dio è comprensibile, la pretesa che l'umanità possa e debba fare ciò
che nessun Dio fa né è in grado di fare, è presuntuosa ed intrinsecamente non vera. Che
da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia
non è un caso ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa" (42).
“La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per
gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me”, indica. “Da cristiani
non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso?”, afferma il Papa,
ma “che cosa posso fare perché altri vengano salvati?” (48).
L’enciclica conclude presentando Maria come “stella
della speranza”: “Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed
amare con te – invoca –. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla
su di noi e guidaci nel nostro cammino!” (49-50).
L'enciclica è stata presentata questo venerdì dal Cardinale
Georges Cottier O.P, teologo emerito della Casa Pontificia, e da padre Albert Vanhoye
S.I., professore di esegesi del Nuovo Testamento al Pontificio Instituto Biblico.
Padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della
Santa Sede, ha dichiarato che l'enciclica è stata scritta totalmente dal Papa e non ha
scartato la possibilità che dopo i due precedenti documenti sull'amore e sulla speranza
ne possa seguire un altro sulla fede. |