CITTA' DEL VATICANO, domenica, 13 settembre 2009 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo l'omelia che Benedetto XVI ha pronunciato questo sabato
conferendo l'ordinazione episcopale nella Basilica Vaticana a cinque
nuovi presuli: gli Arcivescovi Gabriele Giordano Caccia, Franco
Coppola e Pietro Parolin e i Vescovi Raffaello Martinelli e Giorgio
Corbellini.
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Cari fratelli e sorelle!
Salutiamo con affetto e ci uniamo cordialmente alla gioia di
questi cinque nostri Fratelli presbiteri che il Signore ha chiamato
ad essere successori degli Apostoli: Mons. Gabriele Giordano Caccia,
Mons. Franco Coppola, Mons. Pietro Parolin, Mons. Raffaello
Martinelli e Mons. Giorgio Corbellini. Sono grato a ciascuno di essi
per il fedele servizio che hanno reso alla Chiesa lavorando in
Segreteria di Stato o nella Congregazione per la Dottrina della Fede
o nel Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e sono
certo che, con lo stesso amore per Cristo e con il medesimo zelo per
le anime, svolgeranno nei nuovi campi di azione pastorale il
ministero che oggi viene loro affidato con l'Ordinazione episcopale.
Secondo la Tradizione apostolica, questo Sacramento viene conferito
mediante l'imposizione delle mani e la preghiera. L'imposizione
delle mani si svolge in silenzio. La parola umana ammutolisce.
L'anima si apre in silenzio per Dio, la cui mano s'allunga verso
l'uomo, lo prende per sé e, al contempo, lo copre in modo da
proteggerlo, affinché in seguito egli sia totalmente proprietà di
Dio, gli appartenga del tutto e introduca gli uomini nelle mani di
Dio. Ma, come secondo elemento fondamentale dell'atto di
consacrazione, segue poi la preghiera. L'Ordinazione episcopale è
un evento di preghiera. Nessun uomo può rendere un altro sacerdote
o vescovo. È il Signore stesso che, attraverso la parola della
preghiera e il gesto dell'imposizione delle mani, assume quell'uomo
totalmente al suo servizio, lo attira nel suo stesso Sacerdozio.
Egli stesso consacra gli eletti. Egli stesso, l'unico Sommo
Sacerdote, che ha offerto l'unico sacrificio per tutti noi, gli
concede la partecipazione al suo Sacerdozio, affinché la sua Parola
e la sua opera siano presenti in tutti i tempi.
Per questa connessione tra la preghiera e l'agire di Cristo
sull'uomo, la Chiesa nella sua Liturgia ha sviluppato un segno
eloquente. Durante la preghiera di Ordinazione si apre sul candidato
l'Evangeliario, il Libro della Parola di Dio. Il Vangelo deve
penetrare in lui, la Parola vivente di Dio deve, per così dire,
pervaderlo. Il Vangelo, in fondo, non è solo parola - Cristo stesso
è il Vangelo. Con la Parola, la stessa vita di Cristo deve
pervadere quell'uomo, così che egli diventi interamente una cosa
sola con Lui, che Cristo viva in lui e dia alla sua vita forma e
contenuto. In questa maniera deve realizzarsi in lui ciò che nelle
letture dell'odierna Liturgia appare come l'essenza del ministero
sacerdotale di Cristo. Il consacrato deve essere colmato dello
Spirito di Dio e vivere a partire da Lui. Deve portare ai poveri il
lieto annunzio, la vera libertà e la speranza che fa vivere l'uomo
e lo risana. Egli deve stabilire il Sacerdozio di Cristo in mezzo
agli uomini, il Sacerdozio al modo di Melchisedek, cioè il regno
della giustizia e della pace. Come i 72 discepoli mandati dal
Signore, egli deve essere uno che porta guarigione, che aiuta a
risanare la ferita interiore dell'uomo, la sua lontananza da Dio. Il
primo ed essenziale bene di cui abbisogna l'uomo è la vicinanza di
Dio stesso. Il regno di Dio, di cui si parla nel brano evangelico di
oggi, non è qualcosa "accanto" a Dio, una qualche
condizione del mondo: è semplicemente la presenza di Dio stesso,
che è la forza veramente risanatrice.
Gesù ha riassunto tutti questi molteplici aspetti del suo
Sacerdozio nell'unica frase: "Il Figlio dell'uomo non è venuto
per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto
per molti" (Mc 10, 45). Servire e in ciò donare se
stessi; essere non per se stessi, ma per gli altri, da parte di Dio
e in vista di Dio: è questo il nucleo più profondo della missione
di Gesù Cristo e, insieme, la vera essenza del suo Sacerdozio. Così,
Egli ha reso il termine "servo" il suo più alto titolo
d'onore. Con ciò ha compiuto un capovolgimento dei valori, ci ha
donato una nuova immagine di Dio e dell'uomo. Gesù non viene come
uno dei padroni di questo mondo, ma Lui, che è il vero Padrone,
viene come servo. Il suo Sacerdozio non è dominio, ma servizio: è
questo il nuovo Sacerdozio di Gesù Cristo al modo di Melchisedek.
San Paolo ha formulato l'essenza del ministero apostolico e
sacerdotale in maniera molto chiara. Di fronte ai litigi, che
c'erano nella Chiesa di Corinto tra correnti diverse che si
riferivano ad Apostoli diversi, egli domanda: Ma cosa è mai un
Apostolo? Cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Sono servitori;
ciascuno come il Signore gli ha concesso (cfr 1 Cor 3, 5).
"Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei
misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che
ognuno risulti fedele" (1 Cor 4, 1s). A Gerusalemme,
nell'ultima settimana della sua vita, Gesù stesso ha parlato in due
parabole di quei servi ai quali il Signore affida i suoi beni nel
tempo del mondo, e vi ha rilevato tre caratteristiche del servire
nel modo giusto, nelle quali si concretizza anche l'immagine del
ministero sacerdotale. Gettiamo infine ancora un breve sguardo su
queste caratteristiche, per contemplare, con gli occhi di Gesù
stesso, il compito che voi, cari amici, siete chiamati ad assumere
in quest'ora.
La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la
fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli
appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la
Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il
bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non
cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli
uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li
introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità.
La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il
ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le
cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa
soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata
conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la
comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee
un'immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e
a percuotere i dipendenti, tradendo così l'essenza del suo
incarico. In greco, la parola che indica "fedeltà"
coincide con quella che indica "fede". La fedeltà del
servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non
cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole
di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse
sono il bene più prezioso che ci è stato affidato. Una tale fedeltà
non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone
rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene
consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà
il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi
dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma
è ispirata dall'amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il
servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di
essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi
stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli
altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla
in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per
far aumentare in esso la presenza di Dio.
La seconda caratteristica, che Gesù richiede dal servo, è la
prudenza. Qui bisogna subito eliminare un malinteso. La prudenza è
una cosa diversa dall'astuzia. Prudenza, secondo la tradizione
filosofica greca, è la prima delle virtù cardinali; indica il
primato della verità, che mediante la "prudenza" diventa
criterio del nostro agire. La prudenza esige la ragione umile,
disciplinata e vigilante, che non si lascia abbagliare da
pregiudizi; non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la
verità - anche la verità scomoda. Prudenza significa mettersi alla
ricerca della verità ed agire in modo ad essa conforme. Il servo
prudente è innanzitutto un uomo di verità e un uomo dalla ragione
sincera. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci ha spalancato la
finestra della verità che, di fronte alle sole forze nostre, rimane
spesso stretta e soltanto in parte trasparente. Egli ci mostra nella
Sacra Scrittura e nella fede della Chiesa la verità essenziale
sull'uomo, che imprime la direzione giusta al nostro agire. Così,
la prima virtù cardinale del sacerdote ministro di Gesù Cristo
consiste nel lasciarsi plasmare dalla verità che Cristo ci mostra.
In questa maniera diventiamo uomini veramente ragionevoli, che
giudicano in base all'insieme e non a partire da dettagli casuali.
Non ci lasciamo guidare dalla piccola finestra della nostra
personale astuzia, ma dalla grande finestra, che Cristo ci ha aperto
sull'intera verità, guardiamo il mondo e gli uomini e riconosciamo
così che cosa conta veramente nella vita.
La terza caratteristica di cui Gesù parla nelle parabole del
servo è la bontà: "Servo buono e fedele ... prendi parte alla
gioia del tuo padrone" (Mt 25, 21.23). Ciò che
s'intende con la caratteristica della "bontà" può
rendersi chiaro a noi, se pensiamo all'incontro di Gesù con il
giovane ricco. Quest'uomo si era rivolto a Gesù chiamandolo
"Maestro buono" e ricevette la risposta sorprendente:
"Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio
solo" (Mc 10, 17s). Buono in senso pieno è solo Dio.
Egli è il Bene, il Buono per eccellenza, la Bontà in persona. In
una creatura - nell'uomo - l'essere buono si basa pertanto
necessariamente su un profondo orientamento interiore verso Dio. La
bontà cresce con l'unirsi interiormente al Dio vivente. La bontà
presuppone soprattutto una viva comunione con Dio, il Buono, una
crescente unione interiore con Lui. E di fatto: da chi altri si
potrebbe imparare la vera bontà se non da Colui, che ci ha amato
sino alla fine, sino all'estremo (cfr Gv 13, 1)? Diventiamo
servi buoni mediante il nostro rapporto vivo con Gesù Cristo. Solo
se la nostra vita si svolge nel dialogo con Lui, solo se il suo
essere, le sue caratteristiche penetrano in noi e ci plasmano,
possiamo diventare servi veramente buoni.
Nel calendario della Chiesa si ricorda oggi il Nome di Maria. In
Lei che era ed è totalmente unita al Figlio, a Cristo, gli uomini
nelle tenebre e nelle sofferenze di questo mondo hanno trovato il
volto della Madre, che ci dà coraggio per andare avanti. Nella
tradizione occidentale il nome "Maria" è stato tradotto
con "Stella del Mare". In ciò si esprime proprio questa
esperienza: quante volte la storia in cui viviamo appare come un
mare buio che colpisce minacciosamente con le sue onde la navicella
della nostra vita. Talvolta la notte sembra impenetrabile. Spesso può
crearsi l'impressione che solo il male abbia potere e Dio sia
infinitamente lontano. Spesso intravvediamo solo da lontano la
grande Luce, Gesù Cristo che ha vinto la morte e il male. Ma allora
vediamo molto vicina la luce che si accese, quando Maria disse:
"Ecco, sono la serva del Signore". Vediamo la chiara luce
della bontà che emana da Lei. Nella bontà con cui Ella ha accolto
e sempre di nuovo viene incontro alle grandi e alle piccole
aspirazioni di molti uomini, riconosciamo in maniera molto umana la
bontà di Dio stesso. Con la sua bontà porta sempre nuovamente Gesù
Cristo, e così la grande Luce di Dio, nel mondo. Egli ci ha dato la
sua Madre come Madre nostra, affinché impariamo da Lei a
pronunciare il "sì" che ci fa diventare buoni.
Cari amici, in questa ora preghiamo per voi la Madre del Signore,
perché vi conduca sempre verso il suo Figlio, fonte di ogni bontà.
E preghiamo perché diventiate servi fedeli, prudenti e buoni e così
possiate un giorno sentire dal Signore della storia la parola: Servo
buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone. Amen.
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