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Indirizzata “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle
persone consacrate, ai fedeli laici e a tutti gli uomini di
buona volontà”, l’enciclica, di 127 pagine, comincia
con l’affermazione che “la carità nella verità, di cui
Gesù Cristo s'è fatto testimone” è “la principale forza
propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità
intera”. Il binomio è indivisibile, “la verità è luce
che dà senso e valore alla carità” e “senza verità, la
carità scivola nel sentimentalismo. L'amore diventa un guscio
vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio
dell'amore in una cultura senza verità” (n. 3). E “un
Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente
scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la
convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci
sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo” (n.
4).
“Caritas in veritate”, è “principio intorno a
cui ruota la dottrina sociale della Chiesa”, della quale
Benedetto XVI sottolinea in particolare due aspetti, la
giustizia e il bene comune. “La carità - nota - eccede la
giustizia, perché amare è donare”, ma “non posso
‘donare’ all'altro del mio, senza avergli dato in primo
luogo ciò che gli compete secondo giustizia”. Il bene
comune poi “è il bene di quel ‘noi-tutti’, formato da
individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in
comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma
per le persone che fanno parte della comunità sociale e che
solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire
il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è
esigenza di giustizia e di carità” (n. 7).
La Populorum Progressio
E’ in questa prospettiva che il Papa esamina il problema
attuale dello sviluppo in tutte le sue sfaccettature, partendo
dal cuore della Populorum progressio, alla quale è
dedicato il primo capitolo del documento. In essa Paolo VI ci
diceva che “l'annuncio di Cristo è il primo e principale
fattore di sviluppo e ci ha lasciato la consegna di camminare
sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con
tutta la nostra intelligenza, vale a dire con l'ardore della
carità e la sapienza della verità” (n. 8). Ne deriva che
“l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente
la totalità della persona in ogni sua dimensione” ( n. 11).
Papa Montini “osservava che le cause del sottosviluppo non
sono primariamente di ordine materiale. Egli ci invitava a
ricercarle in altre dimensioni dell'uomo. Nella volontà,
prima di tutto, che spesso disattende i doveri della
solidarietà. Nel pensiero, in secondo luogo, che non sempre
sa orientare convenientemente il volere” (n. 19). “La
società sempre più globalizzata - osserva Benedetto XVI - ci
rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola,
è in grado di cogliere l'uguaglianza tra gli uomini e di
stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a
fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione
trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo,
insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità
fraterna” (n. 19).
Lo sviluppo umano nel nostro tempo
“Lo sviluppo economico che auspicava Paolo VI doveva essere
tale da produrre una crescita reale, estensibile a tutti e
concretamente sostenibile. È vero che lo sviluppo c'è stato
e continua ad essere un fattore positivo che ha tolto dalla
miseria miliardi di persone”, ma “va riconosciuto che lo
stesso sviluppo economico è stato e continua ad essere
gravato da distorsioni e drammatici problemi, messi
ancora più in risalto dall'attuale situazione di crisi”.
Tali sono l’attività finanziaria “per lo più
speculativa”, i flussi migratori “spesso solo provocati”
e poi mal gestiti e, ancora, “lo sfruttamento sregolato
delle risorse della terra”. “La complessità e gravità
dell'attuale situazione economica” deve far “assumere con
realismo, fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui ci
chiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo
rinnovamento culturale e della riscoperta di valori di fondo
su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a
riprogettare il nostro cammino” (n. 21).
Oggi, lo sviluppo è “policentrico”. “Cresce la
ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le
disparità” e nascono nuove povertà, continua “lo
scandalo di disuguaglianze clamorose”. “La corruzione e
l'illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di
soggetti economici e politici dei Paesi ricchi, vecchi e
nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A non rispettare i
diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese
transnazionali e anche gruppi di produzione locale” (n .
22). “Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti
dalle loro finalità, per irresponsabilità” dei donatori e
dei fruitori, mentre “ci sono forme eccessive di protezione
della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un
utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà
intellettuale, specialmente nel campo sanitario” (n. 22).
Nella nostra epoca, inoltre, “lo Stato si trova nella
situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua
sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e
finanziario internazionale”. “Questo nuovo contesto ha
modificato il potere politico degli Stati” (n. 24). Ma
“facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi
economica in atto che vede i pubblici poteri dello Stato
impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni,
sembra più realistica una rinnovata valutazione del loro
ruolo e del loro potere” (n. 24). Ciò è particolarmente
urgente in un mercato diventato globale che “ha stimolato
anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove
delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre
i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e
accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori
consumi per il proprio mercato interno” (n. 25). Oltre a
stimolare “forme nuove di competizione tra Stati allo scopo
di attirare centri produttivi di imprese straniere”,
“questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di
sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi
competitivi”, con “grave pericolo per i diritti dei
lavoratori, per i diritti fondamentali dell'uomo e per la
solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato
sociale” (n. 25). L’enciclica ricorda, in proposito, che
la Chiesa ha sempre sostenuto la creazione di associazioni dei
lavoratori per la difesa dei propri diritti e che ciò oggi è
ancora più necessario, anche a livello internazionale.
La globalizzazione sta avendo effetti anche sul piano
culturale, facilitando le possibilità di interazione tra le
culture. “Non va tuttavia trascurato il fatto che
l'accresciuta mercificazione degli scambi culturali favorisce
oggi un duplice pericolo”. In primo luogo, un eclettismo
culturale in cui le culture vengono “considerate
sostanzialmente equivalenti”. Il pericolo opposto è
“l’appiattimento culturale”, “l’omologazione degli
stili di vita”. “In questo modo viene perduto il
significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle
tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si
misura con le domande fondamentali dell'esistenza” (n. 26).
La stessa esistenza, peraltro, è spesso a rischio. In molti
Paesi poveri rimane lo scandalo della fame. “Dare da
mangiare agli affamati”, ricorda il Papa “ è un
imperativo etico per la Chiesa” ed è divenuto, “anche un
traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la
stabilità del pianeta”. “La fame non dipende tanto da
scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse
sociali, la più importante delle quali è di natura
istituzionale”. “È necessario, pertanto, che maturi una
coscienza solidale che consideri l'alimentazione e l'accesso
all'acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani,
senza distinzioni né discriminazioni” (n. 28). Dallo
sviluppo dei popoli il rispetto per la vita “non può in
alcun modo essere disgiunto”. “L'apertura alla vita è al
centro del vero sviluppo”, mentre in varie parti del mondo
si sviluppano forme di controllo demografico che “giungono a
imporre anche l’aborto”. Nei Paesi sviluppati si è
diffusa una “mentalità antinatalista che spesso si cerca di
trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso
culturale” e c’è “il fondato sospetto che a volte gli
stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati” a “politiche
sanitarie implicanti di fatto l’imposizione” del controllo
delle nascite. Preoccupanti sono pure le “legislazioni che
prevedono l’eutanasia”. “Quando una società s’avvia
verso la negazione e la soppressione della vita finisce per
non trovare più” motivazioni ed energie “per adoperarsi a
servizio del vero bene dell’uomo” (n. 28).
Anche il diritto alla libertà religiosa fa parte dello
sviluppo dei popoli. Nella sua negazione il documento,
“oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti
impedisce l'esercizio del diritto di libertà di religione”,
indica anche “la promozione programmata dell'indifferenza
religiosa o dell'ateismo pratico da parte di molti Paesi”.
Ciò “contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli,
sottraendo loro risorse spirituali e umane”. “Quando lo
Stato promuove, insegna, o addirittura impone, forme di
ateismo pratico, sottrae ai suoi cittadini la forza morale e
spirituale indispensabile per impegnarsi nello sviluppo umano
integrale e impedisce loro di avanzare con rinnovato dinamismo
nel proprio impegno per una più generosa risposta umana
all'amore divino” (n. 29).
A conclusione di questo esame, il Papa scrive che “le grandi
novità, che il quadro dello sviluppo dei popoli oggi
presenta, pongono in molti casi l'esigenza di soluzioni
nuove”. Occorre che le scelte economiche mirino “a
perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al
lavoro” per tutti. Va evitata l’economia “del breve e
talvolta brevissimo termine” che determina
“l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei
lavoratori” per far acquisire ad un Paese “maggiore
competitività internazionale”. La correzione delle
disfunzioni del modello di sviluppo richiede attenzione anche
allo “stato di salute ecologica del pianeta”.
Fraternità, sviluppo economico e società civile
La realtà mostra che “la convinzione della esigenza di
autonomia dell'economia, che non deve accettare
‘influenze’ di carattere morale, ha spinto l'uomo ad
abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo.
A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi
economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà
della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo,
non sono stati in grado di assicurare la giustizia che
promettevano” (n. 34). Lo sviluppo invece, “se vuole
essere autenticamente umano”, deve “fare spazio al
principio di gratuità”. Ciò vale anche per il mercato
che, “lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore
dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione
sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare” (n. 34).
La “ logica mercantile”, così, “va finalizzata al
perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche
e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto
presente che è causa di gravi scompensi separare l'agire
economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da
quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia
mediante la ridistribuzione” (n. 36). Il principio di
gratuità e la logica del dono “possono e devono trovare
posto entro la normale attività economica” (n. 36).
Nelle attuali dinamiche economiche internazionali, “uno dei
rischi maggiori è senz'altro che l'impresa risponda quasi
esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per
ridurre la sua valenza sociale”. “Anche se le impostazioni
etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità
sociale dell'impresa non sono tutte accettabili secondo la
prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto
che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al
quale la gestione dell'impresa non può tenere conto degli
interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche
farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che
contribuiscono alla vita dell'impresa: i lavoratori, i
clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la
comunità di riferimento” (n. 40).
Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente
Molte persone, oggi, “ritengono di essere titolari solo di
diritti e incontrano spesso forti ostacoli a maturare una
responsabilità per il proprio e l'altrui sviluppo integrale.
Per questo è importante sollecitare una nuova riflessione su
come i diritti presuppongano doveri senza i quali si
trasformano in arbitrio” (n. 43). E quando “trovano il
proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un'assemblea di
cittadini, possono essere cambiati in ogni momento e,
quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta
nella coscienza comune. I Governi e gli Organismi
internazionali possono allora dimenticare l'oggettività e l'
‘indisponibilità’ dei diritti. Quando ciò avviene, il
vero sviluppo dei popoli è messo in pericolo” (n. 43). La
necessità di un corretto rapporto tra diritti e doveri si
riflette in vari aspetti della vita sociale. A partire dalle
problematiche connesse con la crescita demografica. “Si
tratta di un aspetto molto importante del vero sviluppo, perché
concerne i valori irrinunciabili della vita e della famiglia.
Considerare l'aumento della popolazione come causa prima del
sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista
economico”: basta pensare, da una parte, al prolungamento
della vita media che si registra nei Paesi economicamente
sviluppati; “dall'altra, ai segni di crisi rilevabili nelle
società in cui si registra un preoccupante calo della natalità.
Resta ovviamente doveroso prestare la debita attenzione ad una
procreazione responsabile” (n. 44).
Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai
doveri che nascono dal rapporto dell'uomo con la natura.
Questa “è stata donata da Dio a tutti, e il suo uso
rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le
generazioni future e l'umanità intera” (n. 48). Vale anche
per le problematiche energetiche: “l'accaparramento delle
risorse energetiche non rinnovabili da parte di alcuni Stati,
gruppi di potere e imprese costituisce, infatti, un grave
impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri”. La comunità
internazionale deve perciò “trovare le strade istituzionali
per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non
rinnovabili”. “Le società tecnologicamente avanzate
possono e devono diminuire il proprio fabbisogno
energetico”, mentre deve “avanzare la ricerca di energie
alternative”. Alla fine “è necessario un effettivo
cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi
stili di vita” (n. 51). “Per salvaguardare la natura non
è sufficiente intervenire con incentivi o disincentivi
economici e nemmeno basta un'istruzione adeguata. Sono,
questi, strumenti importanti, ma il problema decisivo è la
complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta
il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende
artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita
dell'uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la
coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia
umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una
contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto
dell'ambiente naturale, quando l'educazione e le leggi non le
aiutano a rispettare se stesse” (n. 51).
La collaborazione della famiglia umana
Lo sviluppo dei popoli, in definitiva “dipende soprattutto
dal riconoscimento di essere una sola famiglia”. A questo
obiettivo il cristianesimo fornisce un aiuto indispensabile,
con il concetto di unità del genere umano, composto dai figli
di Dio. “Anche altre culture e altre religioni insegnano la
fratellanza e la pace e, quindi, sono di grande importanza per
lo sviluppo umano integrale. Non mancano, però, atteggiamenti
religiosi e culturali in cui non si assume pienamente il
principio dell'amore e della verità e si finisce così per
frenare il vero sviluppo umano o addirittura per impedirlo”
(n. 55). D’altronde la religione cristiana può contribuire
allo sviluppo “solo se Dio trova un posto anche nella sfera
pubblica”. Con “la negazione del diritto a professare
pubblicamente la propria religione”, la politica “assume
un volto opprimente e aggressivo”. “Nel laicismo e nel
fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo
fecondo” tra la ragione e la fede. Rottura che “comporta
un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità”. (n.
56)
“Manifestazione particolare della carità e criterio guida
per la collaborazione fraterna di credenti e non credenti è
senz'altro il principio di sussidiarietà, espressione
dell'inalienabile libertà umana. La sussidiarietà è prima
di tutto un aiuto alla persona, attraverso l'autonomia dei
corpi intermedi” (n. 57). “Si tratta quindi di un
principio particolarmente adatto a governare la
globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo
umano”, articolando il potere “su più livelli e su piani
diversi, che collaborino reciprocamente” (n. 57). La
sussidiarietà, è anche “l’antidoto più efficace contro
ogni forma di assistenzialismo paternalista”. Gli aiuti
internazionali “possono a volte mantenere un popolo in uno
stato di dipendenza”, per questo vanno erogati coinvolgendo
i soggetti della società civile e non solo i governi. A
quelli ricchi, in particolare, si chiede di “destinare
maggiori quote” del Pil per lo sviluppo e di facilitare un
maggiore accesso alla “formazione completa della persona”.
Di fronte “all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza
mondiale”, è fortemente sentita anche l'urgenza della
riforma sia dell'Onu che “dell'architettura economica e
finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale
concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è
pure l'urgenza di trovare forme innovative per attuare il
principio di responsabilità di proteggere e per attribuire
anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle
decisioni comuni” (n. 67). Serve “la presenza di una vera
Autorità politica mondiale” che si attenga “in modo
coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà”.
Un’autorità che goda di “potere effettivo”. Si dovrebbe
infine istituire “un grado superiore di ordinamento
internazionale” per governare la globalizzazione.
Lo sviluppo dei popoli e la tecnica
“Il problema dello sviluppo oggi è strettamente congiunto
con il progresso tecnologico, con le sue strabilianti
applicazioni in campo biologico”. La tecnica “è un fatto
profondamente umano, legato all'autonomia e alla libertà
dell'uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria
dello spirito sulla materia” (n. 69). Lo sviluppo
tecnologico, però, “può indurre l'idea
dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo,
interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché
dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica
assume un volto ambiguo”. “Il processo di globalizzazione
potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa
stessa un potere ideologico” (n. 70). “Quando prevale l'assolutizzazione
della tecnica si realizza una confusione fra fini e mezzi,
l'imprenditore considererà come unico criterio d'azione il
massimo profitto della produzione; il politico, il
consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle
sue scoperte” (n. 72). Connessi con lo sviluppo tecnologico
è la “pervasività” dei mezzi di comunicazione sociale,
chiamati invece a promuovere “la dignità della persona e
dei popoli” (n. 73). “Di fronte a questi drammatici
problemi, ragione e fede si aiutano a vicenda. Solo assieme
salveranno l'uomo. Attratta dal puro fare tecnico, la ragione
senza la fede è destinata a perdersi nell'illusione della
propria onnipotenza. La fede senza la ragione, rischia l'estraniamento
dalla vita concreta delle persone” (n. 74).
Alla fine, “lo sviluppo deve comprendere una crescita
spirituale oltre che materiale, perché la persona umana è
un'‘unità di anima e corpo’, nata dall'amore creatore di
Dio e destinata a vivere eternamente. L'essere umano si
sviluppa quando cresce nello spirito, quando la sua anima
conosce se stessa e le verità che Dio vi ha germinalmente
impresso, quando dialoga con se stesso e con il suo Creatore.
Lontano da Dio, l'uomo è inquieto e malato. L'alienazione
sociale e psicologica e le tante nevrosi che caratterizzano le
società opulente rimandano anche a cause di ordine
spirituale. Una società del benessere, materialmente
sviluppata, ma opprimente per l'anima, non è di per sé
orientata all'autentico sviluppo”. “Non ci sono sviluppo
plenario e bene comune universale senza il bene spirituale e
morale delle persone, considerate nella loro interezza di
anima e corpo” (n. 76).