ph_benedettoxvi.jpg (13245 byte)

image004.jpg (34527 byte)
 
ZI09070704 - 07/07/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-18888?l=italian

Le grandi novità dell’Enciclica “Caritas in Veritate”

La "questione antropologica" diventa a pieno titolo "questione sociale"
di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- Da oltre un anno i mass media di tutto il mondo hanno cercato di fornire anticipazioni e dettagli dell’Enciclica sociale di Benedetto XVI. In molti casi hanno raccontato cose fantasiose.

Adesso che l’Enciclica è uscita, bisogna valutarne le novità e precisarne le sfide.

In particolare, a spiegarne il progetto culturale e le rilevanti novità, è stato monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, appena nominato dal Santo Padre, Arcivescovo di Trieste.

Intervenendo nella Sala Stampa vaticana martedì 6 luglio, monsignor Crepaldi ha indicato la grammatica dell’Enciclica con la frase “il ricevere precede il fare” spiegando che la ‘Caritas in Veritate’ propone una vera e propria "conversione" verso una nuova sapienza sociale.

Nel contesto in cui dai doveri nascono i diritti, il neo Arcivescovo di Trieste ha affermato che “bisogna convertirsi a vedere l’economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi, come una chiamata” perchè secondo la dottrina cristiana lo sviluppo è una “vocazione” che implica “una assunzione solidale di responsabilità per il bene comune”.

Per fare in modo che la società sarà una vera comunità, le cui relazioni siano dettate dalla fraternità, la “Caritas in Veritate” ritiene che la verità e l’amore abbiano una forza sociale fondamentale.

L’Enciclica di Benedetto XVI sostiene che “la società ha bisogno di verità e di amore” ed “il cristianesimo è la religione della Verità e dell’Amore”, per questo motivo “il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l’annuncio di Cristo”.

Verità e amore sono fondanti per l’organizzazione sociale e svolgono una funzione di "purificazione" per l’economia e per la politica.

Monsignor Crepaldi ha sottolineato che, per la prima volta in una Enciclica sociale, il diritto alla vita e alla libertà religiosa trovano una esplicita e corposa collocazione in relazione allo sviluppo.

Nella “Caritas in Veritate” (ai punti 28, 44 e 75) la cosiddetta "questione antropologica" diventa a pieno titolo "questione sociale".

“La procreazione e la sessualità - ha aggiunto -, l’aborto e l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l’accoglienza del debole”.

L’Enciclica ribadisce che “non sarà più possibile, impostare programmi di sviluppo solo di tipo economico-produttivo che non tengano sistematicamente conto anche della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

Altra tematica nuova è quella dell’ambiente. Il Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha sostenuto che “l’ecologia ambientale deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche (presenti in molte versioni dell’ecologismo) che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana e nel considerare la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o dalla necessità”.

“L’impegno per l’ambiente – ha affermato mons. Crepaldi – non sarà pienamente fruttuoso se non verrà sistematicamente associato al diritto alla vita della persona umana, primo elemento di una ecologia umana che faccia da cornice di senso per una ecologia ambientale”.

Novità assoluta anche la trattazione che l’Enciclica svolge nei confronti del problema della tecnica che spesso sfocia in una mentalità che può chiamarsi "tecnicità".

“Il rischio – ha rilevato mons. Crepaldi – è che la mentalità esclusivamente tecnica, riduca tutto a puro fare e si sposi con la cultura nichilista e relativista”.

Per il neo Arcivescovo di Trieste la “Caritas in Veritate” è una grande proposta culturale e di mentalità a servizio dell’autentico sviluppo, perchè le risorse da utilizzare per lo sviluppo non sono solo economiche, ma immateriali e culturali, di mentalità e di volontà.

In questo contesto si richiede una nuova prospettiva sull’uomo che solo il Dio che è Verità e Amore può dare.

Monsignor Crepaldi ha precisato che “verità e amore sono gratuiti, superano la semplice dimensione della fattibilità e ci aprono alla dimensione dell’indisponibile”.

Si tratta del principio secondo cui la reciprocità propria della fraternità entra pienamente dentro i meccanismi economici ed è motivo di ridistribuzione, di giustizia sociale e di solidarietà non successivamente o a latere degli stessi.

E’ in questo contesto che la gratuità della verità e dell’amore conducono verso il vero sviluppo anche perché eliminano riduzionismi e visioni interessate.

In conclusione, monsignor Crepaldi ha constatato che l’Enciclica ha il grande merito di togliere di mezzo visioni obsolete, schemi di analisi superati, semplificazioni di problemi complessi, quali: un eccessivo riduzionismo Nord-Sud dei problemi dello sviluppo, dopo il crollo del riduzionismo Est-Ovest; una frequente sottovalutazione dei problemi culturali del sottosviluppo; un ecologismo spesso separato da una completa visione della persona umana; l’attenzione verso i problemi economici in senso stretto più che verso quelli istituzionali; una visione assistenzialista e non sussidiaria dello sviluppo.

L’attenzione è ancora una volta indirizzata all’uomo concreto, oggetto di verità e di amore ed esso stesso capace di verità e di amore.

Alla domanda sul perchè si sia dovuti aspettare tanto per l'uscita dell’Enciclica, monsignor Crepaldi ha raccontato che “La Centesimus annus, l’ultima Enciclica sociale pubblicata da Giovanni Paolo II, impiegò 5 anni ad uscire, mentre la “Caritas in Veritate” ha impiegato solo due anni e mezzo.

Sul perchè il tema della pace non sia stato affrontato a fondo, il segretario del Pontificio Consiglio ha risposto che si tratta di “una Enciclica e non di una enciclopedia”.

D’altro canto, quando ci fu l’anniversario della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, alla richiesta di scrivere un eventuale Enciclica, l’allora Pontefice Giovanni Paolo II rispose che i Messaggi annuali per la Pace sono già una corposa Enciclica.

 

ZI09070706 - 07/07/2009
Permalink: http://www.zenit.org/article-18890?l=italian

Né socialista né capitalista, ma fraterna e cristiana

Il prof. Zamagni spiega le innovazioni della “Caritas in Veritate”

di Antonio Gaspari

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- “La Caritas in Veritate propone un superamento dell’utilitarismo in favore di uno sviluppo del mercato e dell’economia di tipo umanistico e improntato sulla fraternità”, sostiene il prof. Stefano Zamagni.

Docente ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna e Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il prof. Zamagni ha così spiegato, martedì 7 luglio, nella Sala Stampa vatican, le implicazione dell’enciclica sociale di Benedetto XVI.

Secondo Zamagni, la Caritas in Veritate (CV) invita a “superare l’ormai obsoleta dicotomia tra sfera dell’economico e sfera del sociale” e cioè a risolvere quell’errore teorico che ha portato ad identificare “l’economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà e/o della compassione”.

“La CV [Caritas in Veritate] ci dice, invece, che si può fare impresa anche se si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all’azione da motivazioni di tipo pro-sociale”, ha sottolineato il docente di Economia Politica.

Il prof. Zamagni ha quindi criticato la competizione intesa con l’hobbesiana "mors tua, vita mea", o l’immorale principio utilitaristico, perchè in questo modo l’attività economica tende a divenire “luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, quindi inumana e dunque ultimamente inefficiente”.

Secondo il docente, la Dottrina Sociale della Chiesa “va oltre (ma non contro) l’economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l’unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà”.

“La Dottrina Sociale della Chiesa – ha spiegato – ci ricorda invece che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia”.

Al tempo stesso, la Dottrina Sociale della Chiesa non parteggia con chi combatte i mercati e vede l’economico in endemico e naturale conflitto con la vita buona, invocando una decrescita e un ritiro dell’economico dalla vita in comune.

“Piuttosto - ha sottolineato -, essa propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato è visto come momento importante della sfera pubblica – sfera che è assai più vasta di ciò che è statale – e che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e del dono, costruisce la città".

Per il prof. Zamagni la parola chiave per comprendere la novità della “Caritas in Veritate” è quella di “fraternità”, parola già presente nella bandiera della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico.

Il Consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha spiegato che “è stata la scuola di pensiero francescana a dare alla ‘fraternità' il significato che è quello di costituire, il complemento e l’esaltazione del principio di solidarietà”.

Il prof. Zamagni ha precisato che “mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi”.

“La fraternità – ha aggiunto – consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma”.

Per Zamagni, “la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è necessariamente vero”.

In conclusione il docente di Economia Politica ha sostenuto che “non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità”, perchè non è “capace di progredire quella società in cui esiste solamente il ‘dare per avere’ oppure il ‘dare per dovere'".

Alla domanda se l’enciclica sia o no anticapitalistica, il prof. Zamagni ha risposto che “non è una enciclica anticapitalista” ed ha spiegato che il problema non è il capitalismo, ma le concezioni riduzionistiche dell’utilitarismo e del profitto a tutti i costi.

Il docente di Economia Politica ha precisato che è ormai evidente come l’accumulazione della ricchezza, superato il limite del benessere, non garantisce la felicità. E gli umani cercano la felicità, non il potere e il denaro ad ogni costo.

Per quanto riguarda il debito, il prof. Zamagni ha spiegato che la cancellazione non risolve i problemi, perchè è necessario cambiare le strutture. La cancellazione del debito non garantisce lo sviluppo, che invece ha bisogno di cambiamenti sociali e strutturali.