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Lezione Magistrale per la presentazione
dell’Enciclica di Benedetto XVI"Caritas
in veritate" "La carità nella verità di cui Gesù Cristo s’è fatto
testimone con la sua vita e, soprattutto con la sua morte e
risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo
di ogni persona e dell’umanità intera" L’incipit dell’Enciclica ne è la fondamentale chiave
interpretativa. Il mio compito questa sera è di aiutarvi a leggerla
con questa chiave interpretativa; non di sostituirmi alla sua lettura
attenta. 1. A modo di premessa al mio discorso parto da una domanda: di
chi, di che cosa parla l’Enciclica? E quindi a chi si rivolge? Per rispondere parto da due testi singolarmente sintonici: uno di
G. Leopardi, e uno di S. Ambrogio. Il testo leopardiano è desunto da una Operetta morale, Dialogo
di un fisico e di un metafisico. In esso il grande poeta immagina
che un fisico [oggi potremmo dire un biologo, un economista] abbia
finalmente scoperto la modalità per tutti di vivere lungamente: di
questa scoperta si mostra molto fiero. Il metafisico [oggi diremmo:
uno che non si accontenta di usare la sua ragione in modo limitato]
gli risponde di secretare subito la scoperta, fino a "quando
sarà trovata l’arte di vivere felicemente". E aggiunge:
"se la vita non è felice …… meglio ci torna averla breve che
lunga" dal momento che "la vita debb’essere viva, cioè
vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio". Questa ultima affermazione sembra risuonare e quasi ripetere una
pagina di S. Ambrogio, citata da Benedetto XVI nell’Enc. Spe
salvi [Cf. n. 10]. Dice dunque il grande Vescovo di Milano:
"A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad
essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile.
Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse
ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto
che un vantaggio, se non la illumina la grazia". I due testi narrano una quotidiana esperienza di ogni uomo: questi
non desidera, non vuole semplicemente vivere: desidera, vuole vivere
bene; vivere una buona vita. Faccio una breve parentesi. In realtà l’Enciclica non usa questa
terminologia. Parla di "vero sviluppo di ogni persona e
dell’umanità intera". Le due parole – "buona/vera vita
– vero sviluppo" - denotano la stessa realtà. La seconda ha il
vantaggio di sottolineare una proprietà essenziale della persona
vivente: il suo sviluppo; il suo dinamismo intrinseco. E’ dunque in questo contesto che l’Enciclica afferma che la
"forza propulsiva" che sviluppa e la persona e la società;
la "forza propulsiva" che fa vivere e alla persona e alla
società una buona, una vera vita: che dà origine ad una buona vita
ed a una buona società, è la carità nella verità. La
qualità della vita personale e la qualità della vita associata
dipende dalla messa in atto della "carità nella verità". Abbiamo trovato la risposta alle due domande da cui siamo partiti.
Prima domanda: di che cosa parla l’Enciclica? Parla di come e spiega
perché la "carità nella verità" "produca" una
buona vita associata [= produca il vero sviluppo]. Seconda domanda: a
chi si rivolge l’Enciclica? Ad ogni uomo di buona volontà, cioè a
chi vuole vivere una vita associata buona, e quindi "amare nella
verità". Ne deriva che la comprensione di ciò che significa "carità
nella verità" o "amore nella verità" è la conditio
sine qua non per comprendere il testo pontificio. Nel secondo punto della mia riflessione cercherò di darvi un aiuto
in questo senso. Prima però devo fare alcune considerazioni
preliminari, molto semplici. L’Enciclica non parla genericamente di "vita umana", ma
di "vita umana associata": più semplicemente, di società
umana. E’ quindi un discorso di dottrina della società, di dottrina
sociale. Intendendo tutte le espressioni della socialità umana
[escluse matrimonio e famiglia]: le società economiche, la società
politica, la società internazionale. Per usare un’espressione molto
cara al Magistero della Chiesa: parla della famiglia umana. L’Enciclica quindi intende insegnare perché e come la carità
nella verità è la principale forza costruttiva di una buona vita
associata. Per usare l’espressione pontificia: l’Enciclica tratta
della caritas in veritate in re sociali. E’ di questo che
parla. L’Enciclica fa perciò un’affermazione di grande importanza
epistemica all’interno dell’enciclopedia del sapere teologico. La
Dottrina sociale della Chiesa è la caritas in veritate - in re
sociali – in quanto essa [la caritas in veritate] diventa dottrina,
cioè pensiero sociale, economico, politico,……….. ma di questo
non è il caso ora di parlare. Dico solo: che è un’affermazione di
grande importanza. 2. In questo secondo punto vorrei aiutarvi a capire che cosa
significa nell’Enciclica "caritas in veritate". Quando la Dottrina sociale parla della carità, parla di una
elevazione, di una capacitazione della nostra volontà che la rende
capace di amare, cioè di volere il bene dell’altro nel modo con cui
Dio stesso ha voluto e vuole in Cristo il bene dell’uomo. La carità
è la forza divina creatrice e redentiva dell’uomo, che viene
comunicata all’uomo che crede. Proviamo ora a rispondere alla seguente domanda: che cosa
produce, cementa e solidifica i rapporti sociali? Non
possiamo ora dare una risposta molto articolata. Semplificando un
poco, possiamo dire che noi rispondiamo a questa domanda a seconda che
riteniamo o no che la persona umana sia originariamente, per natura
sociale, oppure che ciascuno sia per natura un individuo isolato. Partiamo da questa seconda ipotesi. Se ciascuno di noi è per
natura un individuo a se stante, ciò che spinge ciascuno ad entrare
in società con l’altro è l’utilità che può venirgli dal
rapporto sociale. La società quindi si costruisce sulla base dello
scambio di equivalenti. È in sostanza la contrattazione fra individui
separati originariamente, che sono alla ricerca del proprio bene
individuale in con-correnza con gli altri individui. Possiamo dire che
"la principale forza propulsiva" di una società così
pensata sia la carità? Non sembra. La principale forza propulsiva è
che ……. alla fine i conti tornino: che cioè il "peso del
vivere associato" sia almeno equivalentemente ricompensato dai
vantaggi. Se, al contrario, parto dalla certezza, generata dall’esperienza,
che la persona umana è originariamente, per natura, relazionata ad
ogni altra persona umana; che ogni uomo è il prossimo di ogni uomo,
la società è edificata da relazioni istituite per il bene umano
comune. Ritorneremo su questo concetto centrale nella Enciclica. La forza propulsiva che produce, aumenta e solidifica i rapporto
sociali non è principalmente la ricerca del mio bene a prescindere
dal, o contro il tuo bene. È la ricerca del bene che è mio e tuo
perché è il bene umano comune. Questa forza è la carità.
L’Enciclica quindi dice che essa "è il principio non solo
delle micro-relazioni: rapporti amicali, famigliari, di piccolo
gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici,
politici" [2,1]. Il primo modello di società mira a creare una società di uguali;
il secondo, una società di fratelli. Si può essere uguali senza
essere fratelli; non si può essere fratelli se non si è uguali nella
diversità e diversi nell’uguaglianza. La "cifra" del primo modello è lo scambio di
equivalenti, e quindi l’assenza della gratuità; la cifra del
secondo, è il principio di gratuità [Cf. 34,2]. Tutto questo non deve mai farci dimenticare che esiste ed opera
dentro alla società umana una forza disgregatrice, "conseguente
alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in
termini di fede – dal peccato delle origini. La sapienza della
Chiesa ha sempre proposto di tener presente il peccato originale anche
nell’interpretazione di fatti sociali e della costruzione della
società" [34,1]. L’Enciclica però non dice semplicemente che la carità è la
principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e
dell’umanità intera. Ma insegna che tale è la carità nella
verità. E’ il punto centrale del documento pontificio. Che cosa
significa? Potrei rispondere molto semplicemente e molto brevemente: significa
che la carità non radicata nella verità "diventa un guscio
vuoto, da riempire arbitrariamente" [3]; significa che la carità
"va compresa, avvalorata e praticata nella luce della
verità" [2,2]. Ma per capire e capirci, di quale verità si parla? Insomma di che
cosa parliamo quando in questo contesto parliamo di verità? Parliamo
di ciò che è bene per l’uomo; di ciò che è bene per l’uomo in
quanto esso – il bene dell’uomo e per l’uomo – è indicato, è
suggerito dalle fondamentali esigenze della persona umana come tale. Faccio qualche esempio. Se un uomo ha fame, non è difficile capire
ciò che è bene per quell’uomo: mangiare. Non è difficile sapere
che cosa è il bene di quell’uomo: il cibo in quantità sufficiente.
Vedete? Alla domanda circa il bene dell’uomo ho risposto con
certezza: è il cibo. Ho detto la verità circa il bene dell’uomo.
Se di fronte ad un affamato, ritenessi che il suo bene fosse il
vestito, e gli donassi un vestito, e non il cibo, non lo amerei in
verità: non vorrei il suo bene. La "carità nella verità"
significa volere il bene reale, vero dell’altro. Ho fatto di proposito un esempio assai semplice. Ma le cose
purtroppo non lo sono, o comunque non lo sono sempre così
chiaramente. Per due motivi. Il primo. I fenomeni, i fatti sociali sono complessi.
L’Enciclica, per esempio, parlando del mercato scrive: "E’
certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo,
non perché questo sia la sua natura, ma perché una certa ideologia
lo può indirizzare in tal senso" [36,2]. Il mercato è un fatto sociale imprescindibile. L’Enciclica fa su
di esso una riflessione cha da una parte non può dimenticare che
"il mercato non esiste allo stato puro ….. (ma) trae forma
dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo
orientano"; ma dall’altra parte, l’Enciclica afferma che o il
mercato è ispirato, governato anche dal principio di gratuità o
altrimenti va contro al bene dell’uomo. Potete costatare che è messo in atto lo stesso uso della ragione.
Quale è il bene per chi ha fame? Il cibo. Quale è il mercato che
risponde alle esigenze dell’uomo? Quello in cui trova posto il
principio di gratuità e la logica del dono. Se tu a chi ha fame doni
un vestito, non lo ami in verità; se tu costruisci un mercato dal
quale escludi per principio gratuità e dono, non ami l’uomo in
verità: non favorisci il vero sviluppo. Il secondo fatto che complica la questione. Oggi è
comune il pensiero che non esista una verità universalmente
condivisibile circa ciò che è bene / male per l’uomo, ma tutto
dipende esclusivamente dal consenso sociale. Non si dice più:
"questo è bene; questo è male"; ma si preferisce:
"oggi si ritiene che questo sia bene, che questo sia male". Spero di aver chiarito che cosa significa "nella
verità". Se ci sono riuscito, non vi sarà difficile comprendere
e sottoscrivere, alcune gravi affermazioni; e dedurre due conseguenze. Gravi affermazioni. Il Papa dice: "Senza verità, la carità
scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da
riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una
cultura senza verità" [3]. Alla fine, se la comunità cristiana
si lascia assoggettare dalla tirannia del relativismo, essa riduce la
sua forza più grande, la carità, ad un fatto marginale nella
società, relegato in un ambito privato e ristretto. La prima conseguenza. Se non esiste una verità circa ciò che è
bene / male per l’uomo, la ricerca e lo sforzo per edificare una
vita associata non può non diventare e continuare ad essere uno
scontro per imporre i propri interessi. Dice il S. Padre: "Senza
verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e
responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati
interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla
società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in
momenti difficili come quelli attuali" [5,2; cf. anche 4]. La seconda conseguenza. Possiamo comprendere meglio che cosa è la
Dottrina sociale della Chiesa, e quale è la sua funzione. Essa è
costituita dal Magistero della Chiesa che insegna quali sono le
esigenze vere della persona umana e della vita associata; che
cosa è chiesto alla carità per volere e promuovere il vero bene
della persona umana. La Dottrina sociale non intende offrire soluzioni tecniche ai
problemi sociali, né ancor meno programmi politici concorrenziali con
altri programmi politici nella vita democratica della società
politica. Si pone su un altro piano. Indica quella verità circa il
bene da compiere per una società a misura della dignità dell’uomo.
Potrei dire: la Dottrina sociale è "caritas quaerens intellectum";
è la carità che diventa pensiero. Ecco ho spiegato – spero di esserci riuscito – quale è la
"vera forza propulsiva per il vero sviluppo": la caritas in
veritate. 3. Giunti a questo punto della nostra riflessione possiamo
individuare con una certa facilità la domanda fondamentale a cui
l’Enciclica cerca di rispondere. Se è la carità che costruisce i rapporti sociali; se la carità
chiede quali sia in verità una buona società [caritas in veritate],
la domanda fondamentale allora è: quale è il vero sviluppo della
persona, della società, dell’umanità intera? E quindi, come
contro–domanda fondamentale: quali sono i principali errori, e
quindi le insidie più gravi circa lo sviluppo della persona, della
società, dell’umanità intera? Se voi verificate semplicemente l’indice dell’Enciclica, potete
rendervi conto che questa è la sua "filigrana teoretica".
Una filigrana in cui s’intrecciano i due fili, le due risposte a
domanda e contro–domanda, non limitandosi ad affermazioni generiche,
ma analizzando i momenti costitutivi della vita umana associata.
Ovviamente non ne faccio l’analisi completa; vi dicevo all’inizio,
che non intendo sostituirmi alla lettura personale. Mi limito a due
richiami di fondo. L’uno all’interno della risposta alla domanda,
l’altro, della risposta alla contro– domanda. Il primo. Partiamo da un’esperienza semplice, quotidiana, ma
stupenda. Nella comunità famigliare la fraternità – l’essere in
più figli degli stessi genitori – mostra e fa vivere il fatto che
lo stesso amore – quello dei genitori, appunto – è condiviso
senza essere spartito, è comunicato senza essere diminuito, è
moltiplicato senza essere raffreddato. È la sublime esperienza della
fraternità dove ciascuno è se stesso nella sua diversità, ma
ugualmente riconosciuto nella sua dignità. L’Enciclica insiste varie volte nell’affermare che il vero
sviluppo della società si fonda sulla fraternità. Ma l’esperienza
della fraternità può sorgere solo dall’esperienza della stessa
paternità. Scrive l’Enciclica: "Dio è il garante del vero
sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne
fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il costitutivo
anelito ad "essere di più"" [29]. Il secondo. Uno dei rischi e delle insidie più gravi oggi al
vero sviluppo dell’uomo è la tecnocrazia o, come lo chiama il S.
Padre, "l’assolutismo della tecnicità". Ho parlato recentemente di questo tema, e non è tempo di
riprenderlo ora. Che cosa significa "assolutismo della
tecnocrazia"? Una cosa molto semplice: se qualcosa è fattibile
ed io desidero che si faccia, nessuno – almeno in linea di principio
– deve impedirmi di averla e al tecnico di compiere, su richiesta,
la prestazione. In breve: l’unica domanda sensata di fronte ad un
possibile corso d’azione, è se essa è tecnicamente possibile. Ogni
altra domanda – è bene? è male? promuove il bene comune? – non
ha senso. Si legga il n. 68. Assolutismo tecnocratico significa far
coincidere il vero col fattibile [Cf. 70]. Siamo così ritornati al punto di partenza. Se non esiste una
verità circa il bene della persona: se la carità non è nella
verità, l’uomo è esposto ad ogni pericolo. 4. Sono così giunto alla conclusione. Mi faccio ancora una
domanda: questa Enciclica riguarda tutti, o solo chi ha
responsabilità politiche, sociali, economiche, finanziarie? Riguarda tutti noi, almeno per due ragioni connesse. Essa ci aiuta
a capire il fatto sociale nelle sue espressioni fondamentali, alla
luce congiunta della ragione e della fede. In una situazione come
quella attuale di grave incertezza, fare luce è la prima necessità. L’Enciclica poi, e di conseguenza, ci educa a quel discernimento
o giudizio della fede mediante il quale impariamo non solo a capire,
ma anche a valutare ciò che accade nella società di oggi. Senza
essere schiavi delle mode imperanti. Ma soprattutto chi a vario titolo ha responsabilità sociali non
può ignorare questo documento. Va letto tenendo sempre presente che
esso si pone al di sopra della sviante distinzione fra
"destra" e "sinistra" correggendo l’una con
apporti dell’altra. L’Enciclica si pone oltre. Essa
affronta ed offre soluzioni a questioni assai concrete ed ancora oggi
irrisolte, relative alla vita personale e sociale: le domande che ogni
uomo, di "destra" o "sinistra" che sia, ma
veramente appassionato al suo destino, non può non avere. |
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