25/10/2008 10:39
VATICANO
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=13579&size=A
Il messaggio conclusivo del Sinodo
sulla Parola di Dio
L’assemblea dei vescovi chiude i lavori presentando il messaggio
finale. “La nostra fede non ha al centro solo un libro, ma una
storia di salvezza e una persona, Gesù Cristo, Parola di Dio
fatta carne”. Il testo svolge un percorso in quattro tappe: dal
rapporto creatore di Dio con l’uomo sino all’invito di Gesù
alla Chiesa: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”.
Città del Vaticano (AsiaNews) - Nella
giornata di venerdì 24 il Sinodo dei vescovi ha approvato il
messaggio conclusivo dell’assemblea iniziata il 5 ottobre e
dedicata al tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione
della Chiesa”. Pubblichiamo di seguito il testo integrale del
messaggio.
Ai fratelli e sorelle «pace e carità con fede da parte di Dio
Padre e del Signore Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli
che amano il Signore nostro Gesù Cristo con amore incorruttibile».
Con questo saluto così intenso e appassionato san Paolo
concludeva la sua Lettera ai cristiani di Efeso (6, 23-24). Con
queste stesse parole noi Padri sinodali, riuniti a Roma per la XII
Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sotto la guida
del Santo Padre Benedetto XVI, apriamo il nostro messaggio rivolto
all’immenso orizzonte di tutti coloro che nelle diverse regioni
del mondo seguono Cristo come discepoli e continuano ad amarlo con
amore incorruttibile. A loro noi di nuovo proporremo la voce e la
luce della Parola di Dio, ripetendo l’antico appello: «Questa
parola è molto vicina a te, è sulla tua bocca e nel tuo cuore
perché la metta in pratica» (Dt 30, 14). E Dio stesso dirà a
ciascuno: «Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico
accoglile nel cuore e ascoltale con gli orecchi» (Ez 3, 10). A
tutti ora proporremo un viaggio spirituale che si svolgerà in
quattro tappe e che dall’eterno e dall’infinito di Dio ci
condurrà fino nelle nostre case e lungo le strade delle nostre
città.
I. La voce della Parola: la Rivelazione
1. «Dio vi parlò in mezzo al fuoco: voce di parole
voi ascoltavate, nessuna immagine vedevate, solo una voce!» (Dt
4,12). È Mosè che parla evocando l’esperienza vissuta da
Israele nell’aspra solitudine del deserto del Sinai. Il Signore
si era presentato non come un’immagine o un’effigie o una
statua simile al vitello d’oro, ma con “una voce di parole”.
È una voce che era entrata in scena agli inizi stessi della
creazione, quando aveva squarciato il silenzio del nulla: «In
principio… Dio disse: Sia la luce! E la luce fu… In principio
era il Verbo… e il Verbo era Dio… Tutto è stato fatto per
mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che
esiste» (Gn 1, 1.3; Gv 1, 1.3). Il creato non nasce da una lotta
intradivina, come insegnava l’antica mitologia mesopotamica,
bensì da una parola che vince il nulla e crea l’essere. Canta
il Salmista: «Dalle parole del Signore furono creati i cieli, dal
soffio della sua bocca tutto il loro esercito… perché egli ha
parlato e tutto fu, ha ordinato e tutto esistette» (Sal 33, 6.9).
E san Paolo ripeterà «Dio dà vita ai morti e chiama
all’esistenza le cose che non esistono» (Rm 4, 17). Si ha, così,
una prima rivelazione “cosmica” che rende il creato simile a
un’immensa pagina aperta davanti all’intera umanità, che in
essa può leggere un messaggio del Creatore: «I cieli narrano la
gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il
giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne
trasmette notizia. Senza linguaggio, senza parole, senza che si
oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio» (Sal 19, 2-5).
2. La parola divina è, però, anche alla radice della
storia umana. L’uomo e la donna, che sono «immagine e
somiglianza di Dio» (Gn 1, 27) e che quindi recano in sé
l’impronta divina, possono entrare in dialogo col loro Creatore
o possono da lui allontanarsi e respingerlo attraverso il peccato.
La Parola di Dio, allora, salva e giudica, penetra nella trama
della storia col suo tessuto di vicende ed eventi: «Ho osservato
la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…,
conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere
dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra
bella e spaziosa…» (Es 3, 7-8). C’è, dunque, una presenza
divina nelle vicende umane che, attraverso l’azione del Signore
della storia, vengono inserite in un disegno più alto di
salvezza, perché «tutti gli uomini siano salvati e giungano alla
conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4).
3. La parola divina efficace, creatrice e salvatrice,
è quindi in principio all’essere e alla storia, alla creazione
e alla redenzione. Il Signore viene incontro all’umanità
proclamando: «Ho detto e ho fatto!» (Ez 37, 14). C’è, però,
una tappa ulteriore che la voce divina percorre: è quella della
parola scritta, la Graphé o le Graphaí, le Scritture sacre, come
si dice nel Nuovo Testamento. Già Mosè era sceso dalla vetta del
Sinai reggendo «in mano le due tavole della Testimonianza, tavole
scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano
opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio» (Es 32, 15-16).
E lo stesso Mosè imporrà a Israele di conservare e riscrivere
queste “tavole della Testimonianza”: «Scriverai su pietre
tutte le parole di questa legge, con scrittura ben chiara» (Dt
27, 8). Le Sacre Scritture sono la “testimonianza” in forma
scritta della parola divina, sono il memoriale canonico, storico e
letterario attestante l’evento della Rivelazione creatrice e
salvatrice. La Parola di Dio precede, dunque, ed eccede la Bibbia,
che pure è “ispirata da Dio “ e contiene la parola divina
efficace (cf. 2 Tm 3, 16). È per questo che la nostra fede non ha
al centro solo un libro, ma una storia di salvezza e, come
vedremo, una persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne,
uomo, storia. Proprio perché l’orizzonte della parola divina
abbraccia e si estende oltre la Scrittura, è necessaria la
costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità»
(Gv 16, 13) chi legge la Bibbia. È questa la grande Tradizione,
presenza efficace dello “Spirito di verità” nella Chiesa,
custode delle Sacre Scritture, autenticamente interpretate dal
Magistero ecclesiale. Con la Tradizione si giunge alla
comprensione, all’interpretazione, alla comunicazione e alla
testimonianza della Parola di Dio. Lo stesso san Paolo,
proclamando il primo Credo cristiano, riconoscerà di
“trasmettere” quello che egli «aveva ricevuto» dalla
Tradizione (1 Cor 15, 3-5).
II. Il volto della Parola: Gesù Cristo
4. Nell’originale greco sono solo tre parole
fondamentali: Lógos sarx eghéneto, «il Verbo/Parola si fece
carne». Eppure, questo è l’apice non solo di quel gioiello
poetico e teologico che è il prologo del Vangelo di Giovanni (1,
14), ma è il cuore stesso della fede cristiana. La Parola eterna
e divina entra nello spazio e nel tempo e assume un volto e
un’identità umana, tant’è vero che è possibile accostarvisi
direttamente chiedendo, come fece quel gruppo di Greci presenti a
Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12, 20-21). Le parole
senza un volto non sono perfette, perché non compiono in pienezza
l’incontro, come ricordava Giobbe, giunto al termine del suo
drammatico itinerario di ricerca: «Io ti conoscevo per sentito
dire, ora i miei occhi ti vedono» (42, 5).Cristo è «il Verbo
che è presso Dio ed è Dio», è «l’immagine del Dio
invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15); ma è
anche Gesù di Nazaret che cammina per le strade di una marginale
provincia dell’impero romano, che parla una lingua locale, che
rivela i tratti di un popolo, l’ebraico, e della sua cultura. Il
Gesù Cristo reale è, quindi, carne fragile e mortale, è storia
e umanità, ma è anche gloria, divinità, mistero: Colui che ci
ha rivelato il Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1, 18). Il
Figlio di Dio continua a essere tale anche in quel cadavere che è
deposto nel sepolcro e la risurrezione ne è l’attestazione viva
ed efficace.
5. Ebbene, la tradizione cristiana ha spesso posto in
parallelo la Parola divina che si fa carne con la stessa Parola
che si fa libro. È ciò che emerge già nel Credo quando si
professa che il Figlio di Dio «si è incarnato per opera dello
Spirito Santo nel seno della Vergine Maria», ma anche si confessa
la fede nello stesso «Spirito Santo che ha parlato per mezzo dei
profeti». Il Concilio Vaticano II raccoglie questa antica
tradizione secondo la quale «il corpo del Figlio è la Scrittura
a noi trasmessa» – come afferma s. Ambrogio (In Lucam VI, 33)
– e dichiara limpidamente: «Le parole di Dio, espresse con
lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini,
come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le
debolezze della natura umana, si fece simile agli uomini» (DV
13). La Bibbia è, infatti, anch’essa “carne”,
“lettera”, si esprime in lingue particolari, in forme
letterarie e storiche, in concezioni legate a una cultura antica,
conserva memorie di eventi spesso tragici, le sue pagine sono non
di rado striate di sangue e violenza, al suo interno risuona il
riso dell’umanità e scorrono le lacrime, così come si leva la
preghiera degli infelici e la gioia degli innamorati. Per questa
sua dimensione “carnale” essa esige un’analisi storica e
letteraria, che si attua attraverso i vari metodi e approcci
offerti dall’esegesi biblica. Ogni lettore delle Sacre
Scritture, anche il più semplice, deve avere una proporzionata
conoscenza del testo sacro ricordando che la Parola è rivestita
di parole concrete a cui si piega e adatta per essere udibile e
comprensibile all’umanità. È, questo, un impegno necessario:
se lo si esclude si può cadere nel fondamentalismo che in pratica
nega l’incarnazione della parola divina nella storia, non
riconosce che quella parola si esprime nella Bibbia secondo un
linguaggio umano, che dev’essere decifrato, studiato e compreso,
e ignora che l’ispirazione divina non ha cancellato l’identità
storica e la personalità propria degli autori umani. La Bibbia,
però, è anche Verbo eterno e divino ed è per questo che essa
esige un’altra comprensione, data dallo Spirito Santo che svela
la dimensione trascendente della parola divina, presente nelle
parole umane.
6. Ecco, allora, la necessità della «viva Tradizione
di tutta la Chiesa» (DV 12) e della fede per comprendere in modo
unitario e pieno le Sacre Scritture. Se ci si ferma alla sola
“lettera”, la Bibbia rimane soltanto un solenne documento del
passato, una nobile testimonianza etica e culturale. Se, però, si
esclude l’incarnazione, si può cadere nell’equivoco
fondamentalistico o in un vago spiritualismo o psicologismo. La
conoscenza esegetica deve, quindi, intrecciarsi indissolubilmente
con la tradizione spirituale e teologica perché non venga
spezzata l’unità divina e umana di Gesù Cristo e delle
Scritture. In questa armonia ritrovata, il volto di Cristo
risplenderà nella sua pienezza e ci aiuterà a scoprire
un’altra unità, quella profonda e intima delle Sacre Scritture,
il loro essere, sì, 73 libri, ma inseriti in un unico
“Canone”, in un unico dialogo tra Dio e l’umanità, in unico
disegno di salvezza. «Dio, infatti, molte volte e in diversi modi
nei tempi antichi ha parlato ai padri per mezzo dei profeti, ma
ultimamente ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).
Cristo getta, così, la sua luce retrospettivamente sull’intera
trama della storia della salvezza e ne rivela la coerenza, il
significato, la direzione. Egli è il suggello, “l’alfa e
l’omega” (Ap 1, 8) di un dialogo tra Dio e le sue creature
distribuito nel tempo e attestato nella Bibbia. È alla luce di
questo sigillo finale che acquistano il loro “senso pieno” le
parole di Mosè e dei profeti, come aveva indicato lo stesso Gesù
in quel pomeriggio primaverile, mentre egli procedeva da
Gerusalemme verso il villaggio di Emmaus, dialogando con Cleofa e
il suo amico, «spiegando loro in tutte le Scritture ciò che si
riferiva a lui» (Lc 24, 27). Proprio perché al centro della
Rivelazione c’è la parola divina divenuta volto, l’approdo
ultimo della conoscenza della Bibbia «non è in una decisione
etica o in una grande idea, bensì nell’incontro con un
avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte
e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1)
III. La casa della Parola: la Chiesa
Come la sapienza divina nell’Antico Testamento si era
costruita la sua dimora nella città degli uomini e delle donne,
sorreggendola su sette colonne (cf. Pr 9, 1), così anche la
Parola di Dio ha una sua casa nel Nuovo Testamento: è la Chiesa
che ha il suo modello nella comunità-madre di Gerusalemme, la
Chiesa fondata su Pietro e sugli Apostoli e che oggi, attraverso i
vescovi in communione col Successore di Pietro, continua ad essere
custode, annunciatrice e interprete della parola (cf. LG 13).
Luca, negli Atti degli Apostoli (2, 42), ne traccia
l’architettura basata su quattro colonne ideali: «Erano
perseveranti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione
fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere».
7. Ecco innanzitutto la didaché apostolica, ossia la
predicazione della Parola di Dio. L’apostolo Paolo, infatti, ci
ammonisce che «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto
riguarda la parola di Cristo» (Rm 10, 17). Dalla Chiesa esce la
voce dell’araldo che a tutti propone il kérygma, ossia
l’annunzio primario e fondamentale che Gesù stesso aveva
proclamato agli esordi del suo ministero pubblico: «Il tempo è
compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel
Vangelo» (Mc 1, 15). Gli apostoli annunciano l’inaugurazione
del regno di Dio, e quindi dell’intervento decisivo divino nella
storia umana, proclamando la morte e la risurrezione di Cristo: «in
nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, sotto il cielo,
altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo
salvati» (At 4, 12). Il cristiano rende testimonianza di questa
sua speranza «con dolcezza, rispetto e retta coscienza», pronto,
però, anche ad essere coinvolto e forse travolto dalla bufera del
rifiuto e della persecuzione, consapevole che «è meglio soffrire
operando il bene che facendo il male» (1 Pt 3, 16-17). Nella
Chiesa risuona, poi, la catechesi: essa è destinata ad
approfondire nel cristiano «il mistero di Cristo alla luce della
Parola perché l’uomo intero sia irradiato da essa» (Giovanni
Paolo II, Catechesi tradendae, 20). Ma il vertice della
predicazione è nell’omelia che ancor oggi per molti cristiani
è il momento capitale dell’incontro con la Parola di Dio. In
questo atto il ministro dovrebbe trasformarsi anche in profeta.
Egli, infatti, deve in un linguaggio nitido, incisivo e
sostanzioso, non solo con autorevolezza «annunziare le mirabili
opere di Dio nella storia della salvezza» (SC 35) – offerte
prima attraverso una chiara e viva lettura del testo biblico
proposto dalla liturgia – ma deve anche attualizzarle nei tempi
e nei momenti vissuti dagli ascoltatori e far sbocciare nel loro
cuore la domanda della conversione e dell’impegno vitale: «Che
cosa dobbiamo fare?» (At 2, 37).Annunzio, catechesi e omelia
suppongono, quindi, un leggere e un comprendere, uno spiegare e un
interpretare, un coinvolgimento della mente e del cuore. Nella
predicazione si compie così un duplice movimento. Col primo si
risale alla radice dei testi sacri, degli eventi, dei detti
generatori della storia di salvezza, per comprenderli nel loro
significato e nel loro messaggio. Col secondo movimento si
ridiscende al presente, all’oggi vissuto da chi ascolta e legge,
sempre alla luce del Cristo che è il filo luminoso destinato a
unire le Scritture. È ciò che Gesù stesso aveva fatto – come
si è già detto – nell’itinerario da Gerusalemme a Emmaus in
compagnia di due suoi discepoli. È ciò che farà il diacono
Filippo sulla strada da Gerusalemme a Gaza, quando col funzionario
etiope intesserà quel dialogo emblematico: «Capisci quello che
stai leggendo?... E come potrei capire se nessuno mi guida?» (At
8, 30-31). E la meta sarà l’incontro pieno con Cristo nel
sacramento. Si presenta, così, la seconda colonna che regge la
Chiesa, casa della parola divina.
8. È la frazione del pane. La scena di Emmaus (cf. Lc
24, 13-35) è ancora una volta esemplare e riproduce quanto accade
ogni giorno nelle nostre chiese: all’omelia di Gesù su Mosè e
i profeti subentra, alla mensa, la frazione del pane eucaristico.
È, questo, il momento del dialogo intimo di Dio col suo popolo,
è l’atto della nuova alleanza suggellata nel sangue di Cristo (cf.
Lc 22, 20), è l’opera suprema del Verbo che si offre come cibo
nel suo corpo immolato, è la fonte e il culmine della vita e
della missione della Chiesa. La narrazione evangelica
dell’ultima cena, memoriale del sacrificio di Cristo, quando è
proclamata nella celebrazione eucaristica, nell’invocazione
dello Spirito Santo diventa evento e sacramento. È per questo che
il Concilio Vaticano II, in un passo di forte intensità,
dichiarava: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture
come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai,
soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita
dalla mensa sia della Parola di Dio sia del Corpo di Cristo, e di
porgerlo ai fedeli» (DV 21). Si dovrà, perciò, riportare al
centro della vita cristiana «la liturgia della parola e la
liturgia eucaristica, congiunte tra loro così strettamente da
formare un solo atto di culto» (SC 56).
9. Il terzo pilastro dell’edificio spirituale della
Chiesa, casa della Parola, è costituito dalle preghiere,
intessute – come ricordava san Paolo – da «salmi, inni,
cantici spirituali» (Col 3, 16). Un posto privilegiato è
occupato naturalmente dalla Liturgia delle Ore, la preghiera della
Chiesa per eccellenza, destinata a ritmare i giorni e i tempi
dell’anno cristiano, offrendo, soprattutto col Salterio, il cibo
quotidiano spirituale del fedele. Accanto ad essa e alle
celebrazioni comunitarie della Parola, la tradizione ha introdotto
la prassi della Lectio divina, lettura orante nello Spirito Santo,
capace di schiudere al fedele il tesoro della Parola di Dio, ma
anche di creare l’incontro col Cristo, parola divina vivente.
Essa si apre con la lettura (lectio) del testo che provoca una
domanda di conoscenza autentica del suo contenuto reale: che cosa
dice il testo biblico in sé? Segue la meditazione (meditatio)
nella quale l’interrogativo è: che cosa dice il testo biblico a
noi? Si giunge, così, alla preghiera (oratio) che suppone
quest’altra domanda: che cosa diciamo noi al Signore in risposta
alla sua parola? E si conclude con la contemplazione (contemplatio)
durante la quale noi assumiamo come dono di Dio lo stesso suo
sguardo nel giudicare la realtà e ci domandiamo: quale
conversione della mente, del cuore e della vita chiede a noi il
Signore? Di fronte al lettore orante della Parola di Dio si erge
idealmente il profilo di Maria, la madre del Signore, che «custodisce
tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19; cf. 2,
51), cioè – come dice l’originale greco – trovando il nodo
profondo che unisce eventi, atti e cose, apparentemente disgiunti,
nel grande disegno divino. O anche si può presentare agli occhi
del fedele che legge la Bibbia l’atteggiamento di Maria, sorella
di Marta, che si asside ai piedi del Signore in ascolto della sua
parola, impedendo che le agitazioni esteriori assorbano totalmente
l’anima, occupando anche lo spazio libero per «la parte
migliore» che non ci dev’essere tolta (cf. Lc 10, 38-42).
10. Eccoci, infine, davanti all’ultima colonna che
sorregge la Chiesa, casa della parola: la koinonía, la comunione
fraterna, altro nome dell’agápe, cioè dell’amore cristiano.
Come ricordava Gesù, per diventare suoi fratelli e sue sorelle
bisogna essere «coloro che ascoltano la Parola di Dio e la
mettono in pratica» (Lc 8, 21). L’ascoltare autentico è
obbedire e operare, è far sbocciare nella vita la giustizia e
l’amore, è offrire nell’esistenza e nella società una
testimonianza nella linea dell’appello dei profeti, che
costantemente univa Parola di Dio e vita, fede e rettitudine,
culto e impegno sociale. È ciò che ribadiva a più riprese Gesù,
a partire dal celebre monito del Discorso della montagna: «Non
chi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi
fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21). In
questa frase sembra echeggiare la parola divina proposta da Isaia:
«Questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi invoca con le
labbra, mentre il suo cuore è lontano da me» (29, 13). Questi
ammonimenti riguardano anche le Chiese quando non sono fedeli
all’ascolto obbediente della Parola di Dio. Essa, quindi, dev’essere
visibile e leggibile già sul volto stesso e nelle mani del
credente, come suggeriva san Gregorio Magno che vedeva in san
Benedetto, e negli altri grandi uomini di Dio, testimoni di
comunione con Dio e coi fratelli, la Parola di Dio fatta vita.
L’uomo giusto e fedele non solo “spiega” le Scritture, ma le
“dispiega” davanti a tutti come realtà viva e praticata. È
per questo che viva lectio, vita bonorum, la vita dei buoni è una
lettura/lezione vivente della parola divina. Era già stato san
Giovanni Crisostomo a osservare che gli apostoli scesero dal monte
di Galilea, ove avevano incontrato il Risorto, senza nessuna
tavola di pietra scritta come era accaduto a Mosè: la loro stessa
vita sarebbe divenuta da quel momento il Vangelo vivente. Nella
casa della Parola divina incontriamo anche i fratelli e le sorelle
delle altre Chiese e comunità ecclesiali che, pur nelle
separazioni ancora esistenti, si ritrovano con noi nella
venerazione e nell’amore per la Parola di Dio, principio e
sorgente di una prima e reale unità, anche se non piena. Questo
vincolo dev’essere sempre rafforzato attraverso le traduzioni
bibliche comuni, la diffusione del testo sacro, la preghiera
biblica ecumenica, il dialogo esegetico, lo studio e il confronto
tra le varie interpretazioni delle Sacre Scritture, lo scambio dei
valori insiti nelle diverse tradizioni spirituali, l’annuncio e
la testimonianza comune della Parola di Dio in un mondo
secolarizzato.
IV. Le strade della Parola: la missione
«Da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la parola del
Signore» (Is 2, 3). La Parola di Dio personificata “esce”
dalla sua casa, il tempio, e si avvia lungo le strade del mondo
per incontrare il grande pellegrinaggio che i popoli della terra
hanno intrapreso alla ricerca della verità, della giustizia e
della pace. C’è, infatti, anche nella moderna città
secolarizzata, nelle sue piazze e nelle sue vie – ove sembrano
dominare incredulità e indifferenza, ove il male sembra prevalere
sul bene, creando l’impressione della vittoria di Babilonia su
Gerusalemme – un anelito nascosto, una speranza germinale, un
fremito d’attesa. Come si legge nel libro del profeta Amos, «ecco
verranno giorni in cui manderò la fame nel paese, non fame di
pane né sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore»
(8, 11). A questa fame vuole rispondere la missione
evangelizzatrice della Chiesa.Anche il Cristo risorto agli
apostoli esitanti lancia l’appello a uscire dai confini del loro
orizzonte protetto: «Andate e fate discepoli tutti i popoli…
insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt
28, 19-20). La Bibbia è tutta attraversata da appelli a “non
tacere”, a “gridare con forza”, ad “annunciare la parola
al momento opportuno e non opportuno”, ad essere sentinelle che
lacerano il silenzio dell’indifferenza. Le strade che si aprono
davanti a noi non sono ora soltanto quelle sulle quali si
incamminava san Paolo o i primi evangelizzatori e, dietro di loro,
tutti i missionari che s’inoltrano verso le genti in terre
lontane.
11. La comunicazione stende ora una rete che avvolge
tutto il globo e un nuovo significato acquista l’appello di
Cristo: «Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce,
quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sulle terrazze» (Mt
10, 27). Certo, la parola sacra deve avere una sua prima
trasparenza e diffusione attraverso il testo stampato, con
traduzioni eseguite secondo la variegata molteplicità delle
lingue del nostro pianeta. Ma la voce della parola divina deve
risuonare anche attraverso la radio, le arterie informatiche di
Internet, i canali della diffusione virtuale on line, i CD, i DVD,
gli podcast e così via; deve apparire sugli schermi televisivi e
cinematografici, nella stampa, negli eventi culturali e sociali.
Questa nuova comunicazione, rispetto a quella tradizionale, ha
adottato una sua specifica grammatica espressiva ed è, quindi,
necessario essere attrezzati non solo tecnicamente, ma anche
culturalmente per questa impresa. In un tempo dominato
dall’immagine, proposta in particolare da quel mezzo egemone
della comunicazione che è la televisione, significativo e
suggestivo è ancor oggi il modello privilegiato da Cristo. Egli
ricorreva al simbolo, alla narrazione, all’esempio,
all’esperienza quotidiana, alla parabola: «Parlava loro di
molte cose in parabole… e fuor di parabola non diceva nulla alle
folle» (Mt 13, 3.34). Gesù nel suo annuncio del regno di Dio non
passava mai sopra le teste dei suoi interlocutori con un
linguaggio vago, astratto ed etereo, ma li conquistava partendo
proprio dalla terra ove erano piantati i loro piedi per condurli,
dalla quotidianità, alla rivelazione del regno dei cieli.
Significativa diventa, allora, la scena evocata da Giovanni: «Alcuni
volevano arrestare Gesù, ma nessuno mise le mani su di lui. Le
guardie tornarono dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi
dissero loro: Perché non lo avete condotto qui? Risposero le
guardie: Mai un uomo ha parlato così!» (7, 44-46).
12. Cristo avanza lungo le vie delle nostre città e
sosta davanti alle soglie delle nostre case: «Ecco, sto alla
porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io
verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). La
famiglia, racchiusa tra le mura domestiche con le sue gioie e i
suoi drammi, è uno spazio fondamentale in cui far entrare la
Parola di Dio. La Bibbia è tutta costellata di piccole e grandi
storie familiari e il Salmista raffigura con vivacità il
quadretto sereno di un padre assiso alla mensa, circondato dalla
sua sposa, simile a vite feconda, e dai figli, «virgulti
d’ulivo» (Sal 128). La stessa cristianità delle origini
celebrava la liturgia nella quotidianità di una casa, così come
Israele affidava alla famiglia la celebrazione della pasqua (cf.
Es 12, 21-27). La trasmissione della Parola di Dio avviene proprio
attraverso la linea generazionale, per cui i genitori diventano «i
primi araldi della fede» (LG 11). Ancora il Salmista ricordava
che «ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci
hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli,
raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti
del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto…e anch’essi
sorgeranno a raccontarlo ai loro figli» (Sal 78, 3-4.6). Ogni
casa dovrà, allora, avere la sua Bibbia e custodirla in modo
concreto e dignitoso, leggerla e con essa pregare, mentre la
famiglia dovrà proporre forme e modelli di educazione orante,
catechetica e didattica sull’uso delle Scritture, perché «giovani
e ragazze, vecchi insieme ai bambini» (Sal 148, 12) ascoltino,
comprendano, lodino e vivano la Parola di Dio. In particolare le
nuove generazioni, i bambini e i giovani, dovranno essere
destinatari di un’appropriata e specifica pedagogia che li
conduca a provare il fascino della figura di Cristo, aprendo la
porta della loro intelligenza e del loro cuore, anche attraverso
l’incontro e la testimonianza autentica dell’adulto,
l’influsso positivo degli amici e la grande compagnia della
comunità ecclesiale.
13. Gesù, nella sua parabola del seminatore, ci
ricorda che ci sono terreni aridi, sassosi, soffocati dai rovi (cf.
Mt 13, 3-7). Chi si inoltra per le strade del mondo scopre anche i
bassifondi ove si annidano sofferenze e povertà, umiliazioni e
oppressioni, emarginazioni e miserie, malattie fisiche e psichiche
e solitudini. Spesso le pietre delle strade sono insanguinate
dalle guerre e dalle violenze, nei palazzi del potere la
corruzione s’incrocia con l’ingiustizia. Si leva il grido dei
perseguitati per la fedeltà alla loro coscienza e alla loro fede.
C’è chi è travolto dalla crisi esistenziale o ha l’anima
priva di un significato che dia senso e valore allo stesso vivere.
Simili a «ombre che passano, a un soffio che s’affanna» (Sal
39, 7), molti sentono incombere su di sé anche il silenzio di
Dio, la sua apparente assenza e indifferenza: «Fino a quando,
Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai
il tuo volto?» (Sal 13, 2). E alla fine si erge davanti a tutti
il mistero della morte. Questo immenso respiro di dolore che sale
dalla terra al cielo è ininterrottamente rappresentato dalla
Bibbia, che propone appunto una fede storica e incarnata.
Basterebbe solo pensare alle pagine segnate dalla violenza e
dall’oppressione, al grido acre e continuo di Giobbe, alle
veementi suppliche salmiche, alla sottile crisi interiore che
percorre l’anima di Qohelet, alle vigorose denuncie profetiche
contro le ingiustizie sociali. Senza attenuanti è, poi, la
condanna del peccato radicale che appare in tutta la sua potenza
devastante fin dagli esordi dell’umanità in un testo
fondamentale della Genesi (c. 3). Infatti, il “mistero di
iniquità” è presente e agisce nella storia, ma è svelato
dalla Parola di Dio che assicura in Cristo la vittoria del bene
sul male.Ma soprattutto nelle Scritture a dominare è la figura di
Cristo che apre il suo ministero pubblico proprio con un annuncio
di speranza per gli ultimi della terra: «Lo Spirito del Signore
è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi
ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai
prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in
libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore»
(Lc 4, 18-19). Le sue mani si posano ripetutamente su carni malate
o infette, le sue parole proclamano la giustizia, infondono
coraggio agli infelici, donano perdono ai peccatori. Alla fine,
lui stesso si accosta al livello più basso, «svuotando se stesso»
della sua gloria, «assumendo la condizione di servo, diventando
simile agli uomini…, umiliando se stesso e facendosi obbediente
fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 7-8).Così, egli
prova la paura del morire («Padre, se è possibile, passi da me
questo calice!»), sperimenta la solitudine con l’abbandono e il
tradimento degli amici, penetra nell’oscurità del più crudele
dolore fisico con la crocifissione e persino nella tenebra del
silenzio del Padre («Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?») e giunge all’abisso ultimo di ogni uomo, quello
della morte («lanciando un forte grido, spirò»). Veramente a
lui si può applicare la definizione che Isaia riserva al Servo
del Signore: «uomo dei dolori che ben conosce il patire» (53,
3).Eppure egli, anche in quel momento estremo, non cessa di essere
il Figlio di Dio: nella sua solidarietà d’amore e col
sacrificio di sé depone nel limite e nel male dell’umanità un
seme di divinità, ossia un principio di liberazione e di
salvezza; col suo donarsi a noi irradia di redenzione il dolore e
la morte, da lui assunti e vissuti, e apre anche a noi l’alba
della risurrezione. Il cristiano ha, allora, la missione di
annunciare questa parola divina di speranza, attraverso la sua
condivisione coi poveri e i sofferenti, attraverso la
testimonianza della sua fede nel Regno di verità e di vita, di
santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace, attraverso
la vicinanza amorosa che non giudica e condanna, ma che sostiene,
illumina, conforta e perdona, sulla scia delle parole di Cristo:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò
ristoro» (Mt 11, 28).
14. Sulle strade del mondo la parola divina genera per noi
cristiani un incontro intenso col popolo ebraico a cui siamo
intimamente legati attraverso il comune riconoscimento e amore per
le Scritture dell’Antico Testamento e perché da Israele «proviene
il Cristo secondo la carne» (Rm 9, 5). Tutte le pagine sacre
ebraiche illuminano il mistero di Dio e dell’uomo, rivelano
tesori di riflessione e di morale, delineano il lungo itinerario
della storia della salvezza fino al suo pieno compimento,
illustrano con vigore l’incarnazione della parola divina nelle
vicende umane. Esse ci permettono di comprendere in pienezza la
figura di Cristo, il quale aveva dichiarato di «non essere venuto
ad abolire la Legge e i Profeti, ma a dare ad essi pieno
compimento» (Mt 5, 17), sono via di dialogo col popolo
dell’elezione che ha ricevuto da Dio «l’adozione a figli, la
gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» (Rm
9, 4), e ci consentono di arricchire la nostra interpretazione
delle Sacre Scritture con le risorse feconde della tradizione
esegetica giudaica. «Benedetto sia l’egiziano mio popolo, l’assiro
opera delle mie mani e Israele mia eredità» (Is 19, 25). Il
Signore stende, quindi, il manto protettivo della sua benedizione
su tutti i popoli della terra, desideroso che «tutti gli uomini
siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,
4). Anche noi cristiani, lungo le strade del mondo, siamo invitati
– senza cadere nel sincretismo che confonde e umilia la propria
identità spirituale – a entrare in dialogo con rispetto nei
confronti degli uomini e delle donne delle altre religioni, che
ascoltano e praticano fedelmente le indicazioni dei loro libri
sacri, a partire dall’Islam che nella sua tradizione accoglie
innumerevoli figure, simboli e temi biblici e che ci offre la
testimonianza di una fede sincera nel Dio unico, compassionevole e
misericordioso, Creatore di tutto l’essere e Giudice
dell’umanità. Il cristiano trova, inoltre, sintonie comuni con
le grandi tradizioni religiose dell’Oriente che ci insegnano
nelle loro testi sacri il rispetto della vita, la contemplazione,
il silenzio, la semplicità, la rinuncia, come accade nel
buddhismo. Oppure, come nell’induismo, esaltano il senso della
sacralità, il sacrificio, il pellegrinaggio, il digiuno, i
simboli sacri. O ancora, come nel confucianesimo, insegnano la
sapienza e i valori familiari e sociali. Anche alle religioni
tradizionali con i loro valori spirituali espressi nei riti e
nelle culture orali, vogliamo prestare la nostra cordiale
attenzione e intrecciare con loro un rispettoso dialogo. Anche a
quanti non credono in Dio, ma che si sforzano di «praticare la
giustizia, amare la bontà, camminare con umiltà» (Mi 6, 8),
dobbiamo con loro lavorare per un mondo più giusto e pacificato,
e offrire in dialogo la nostra genuina testimonianza della Parola
di Dio che può rivelare a loro nuovi e più alti orizzonti di
verità e di amore.
15. Nella sua Lettera agli artisti (1999), Giovanni
Paolo II ricordava che «la S. Scrittura è diventata una sorta di
“immenso vocabolario” (Paul Claudel) e di “atlante
iconografico” (Marc Chagall), a cui hanno attinto la cultura e
l’arte cristiana» (n. 5). Goethe era convinto che il Vangelo
fosse la «lingua materna dell’Europa». La Bibbia, come ormai
si è soliti dire, è «il grande codice» della cultura
universale: gli artisti hanno idealmente intinto il loro pennello
in quell’alfabeto colorato di storie, simboli, figure che sono
le pagine bibliche; i musicisti è attorno ai testi sacri,
soprattutto salmici, che hanno intessuto le loro armonie; gli
scrittori hanno per secoli ripreso quelle antiche narrazioni che
divenivano parabole esistenziali; i poeti si sono interrogati sul
mistero dello spirito, sull’infinito, sul male, sull’amore,
sulla morte e sulla vita spesso raccogliendo i fremiti poetici che
animavano le pagine bibliche; i pensatori, gli uomini di scienza e
la stessa società avevano non di rado come riferimento, sia pure
per contrasto, le concezioni spirituali ed etiche (si pensi al
Decalogo) della Parola di Dio. Anche quando la figura o l’idea
presente nelle Scritture veniva deformata, si riconosceva che essa
era imprescindibile e costitutiva della nostra civiltà.È per
questo che la Bibbia – la quale ci insegna anche la via
pulchritudinis, cioè il percorso della bellezza per comprendere e
raggiungere Dio («cantate a Dio con arte!», ci invita il Sal 47,
8) – è necessaria non solo al credente, ma a tutti per
riscoprire i significati autentici delle varie espressioni
culturali e soprattutto per ritrovare la nostra stessa identità
storica, civile, umana e spirituale. È in essa la radice della
nostra grandezza ed è attraverso essa che noi possiamo
presentarci con un nobile patrimonio alle altre civiltà e
culture, senza nessun complesso di inferiorità. La Bibbia
dovrebbe, quindi, essere da tutti conosciuta e studiata, sotto
questo straordinario profilo di bellezza e di fecondità umana e
culturale. Tuttavia, la Parola di Dio – per usare una
significativa immagine paolina – «non è incatenata» (2 Tm 2,
9) a una cultura; anzi, aspira a varcare le frontiere e proprio
l’Apostolo è stato un eccezionale artefice di inculturazione
del messaggio biblico entro nuove coordinate culturali. È ciò
che la Chiesa è chiamata a fare anche oggi attraverso un processo
delicato ma necessario, che ha ricevuto un forte impulso dal
magistero di Papa Benedetto XVI. Essa deve far penetrare la Parola
di Dio nella molteplicità delle culture ed esprimerla secondo i
loro linguaggi, le loro concezioni, i loro simboli e le loro
tradizioni religiose. Deve, però, essere sempre capace di
custodire la genuina sostanza dei suoi contenuti, sorvegliando e
controllando i rischi di degenerazione. La Chiesa deve, quindi,
far brillare i valori che la Parola di Dio offre alle altre
culture, così che ne siano purificate e fecondate. Come aveva
detto Giovanni Paolo II all’episcopato del Kenya durante il suo
viaggio in Africa nel 1980, «l’inculturazione sarà realmente
un riflesso dell’incarnazione del Verbo, quando una cultura,
trasformata e rigenerata dal Vangelo, produce nella sua propria
tradizione espressioni originali di vita, di celebrazione, di
pensiero cristiano».
Conclusione
«La voce che avevo udito dal cielo mi disse: “Prendi il
libro aperto dalla mano dell’angelo…”. E l’angelo mi
disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le
viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel
piccolo libro dalle mani dell’angelo e lo divorai; in bocca lo
sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito, ne
sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10, 8-11).Fratelli e
sorelle di tutto il mondo, accogliamo anche noi questo invito;
accostiamoci alla mensa della Parola di Dio, così da nutrirci e
vivere «non soltanto di pane ma anche di quanto esce dalla bocca
del Signore» (Dt 8, 3; Mt 4, 4). La Sacra Scrittura - come
affermava una grande figura della cultura cristiana - «ha passi
adatti a consolare tutte le condizioni umane e passi adatti a
intimorire in tutte le condizioni» (B. Pascal, Pensieri, n. 532
ed. Brunschvicg). La Parola di Dio, infatti, è «più dolce del
miele e di un favo stillante» (Sal 19, 11), è «lampada per i
passi e luce sul cammino» (Sal 119, 105), ma è anche « come il
fuoco ardente e come un martello che spacca la roccia» (Ger 23,
29). È come una pioggia che irriga la terra, la feconda e la fa
germogliare, facendo così fiorire anche l’aridità dei nostri
deserti spirituali (cf. Is 55, 10-11). Ma è anche «viva,
efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito,
fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i
pensieri del cuore» (Eb 4, 12). Il nostro sguardo si rivolge con
affetto a tutti gli studiosi, ai catechisti e agli altri servitori
della Parola di Dio per esprimere ad essi la nostra più intensa e
cordiale gratitudine per il loro prezioso e importante ministero.
Ci rivolgiamo anche ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che
sono perseguitati o che sono messi a morte a causa della Parola di
Dio e della testimonianza che rendono al Signore Gesù (cf. Ap 6,
9): quali testimoni e martiri ci raccontano “la forza della
parola” (Rm 1, 16), origine della loro fede, della loro speranza
e del loro amore per Dio e per gli uomini. Creiamo ora silenzio
per ascoltare con efficacia la parola del Signore e conserviamo il
silenzio dopo l’ascolto, perché essa continuerà a dimorare, a
vivere e a parlare a noi. Facciamola risuonare all’inizio del
nostro giorno perché Dio abbia la prima parola e lasciamola
echeggiare in noi alla sera perché l’ultima parola sia di Dio.
Cari fratelli e sorelle, «vi salutano tutti coloro che sono con
noi. Salutate tutti quelli che ci amano nella fede. La grazia sia
con tutti voi!» (Tt 3, 15). |
ZI08102605 - 26/10/2008
Permalink: http://www.zenit.org/article-15916?l=italian
Omelia del Papa per la conclusione del Sinodo
dei Vescovi sulla Parola
CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 26 ottobre 2008 (ZENIT.org).-
Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel
presiedere questa domenica nella Basilica vaticana la
concelebrazione dell’Eucaristia con i Padri sinodali, in
occasione della conclusione della XII Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si è svolta nell’Aula
del Sinodo in Vaticano, dal 5 al 26 ottobre 2008, sul tema: Verbum
Domini in vita et missione Ecclesiæ ("La Parola di Dio
nella vita e nella missione della Chiesa").
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* * *
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
La Parola del Signore, risuonata poc’anzi nel Vangelo, ci
ha ricordato che nell’amore si riassume tutta la Legge divina.
L’Evangelista Matteo racconta che i farisei, dopo che Gesù
ebbe risposto ai sadducei chiudendo loro la bocca, si riunirono
per metterlo alla prova (cfr 22,34-35). Uno di questi, un
dottore della legge, gli chiese: "Maestro, nella Legge,
qual è il grande comandamento?" (v. 36). La domanda lascia
trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione
giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie
formulazioni della volontà di Dio. Era domanda non facile,
considerato che nella Legge di Mosè sono contemplati ben 613
precetti e divieti. Come discernere, tra tutti questi, il più
grande? Ma Gesù non ha nessuna esitazione, e risponde
prontamente: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo
è il grande e primo comandamento" (vv. 37-38). Nella sua
risposta, Gesù cita lo Shemà, la preghiera che il pio
israelita recita più volte al giorno, soprattutto al mattino e
alla sera (cfr Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41):
la proclamazione dell’amore integro e totale dovuto a Dio,
come unico Signore. L’accento è posto sulla totalità di
questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che
definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde:
cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia,
contiene l’elemento razionale. Dio non è soltanto oggetto
dell’amore, dell’impegno, della volontà e del sentimento,
ma anche dell’intelletto, che pertanto non va escluso da
questo ambito. E’ anzi proprio il nostro pensiero a doversi
conformare al pensiero di Dio. Poi, però, Gesù aggiunge
qualcosa che, in verità, non era stato richiesto dal dottore
della legge: "Il secondo poi è simile a quello: Amerai il
tuo prossimo come te stesso" (v. 39). L’aspetto
sorprendente della risposta di Gesù consiste nel fatto che egli
stabilisce una relazione di somiglianza tra il primo e il
secondo comandamento, definito anche questa volta con una
formula biblica desunta dal codice levitico di santità (cfr Lv
19,18). Ed ecco quindi che nella conclusione del brano i due
comandamenti vengono associati nel ruolo di principio cardine
sul quale poggia l’intera Rivelazione biblica: "Da questi
due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" (v.
40).
La pagina evangelica sulla quale stiamo meditando pone in
luce che essere discepoli di Cristo è mettere in pratica i suoi
insegnamenti, che si riassumono nel primo e più grande
comandamento della Legge divina, il comandamento dell’amore.
Anche la prima Lettura, tratta dal libro dell’Esodo, insiste
sul dovere dell’amore; un amore testimoniato concretamente nei
rapporti tra le persone: devono essere rapporti di rispetto, di
collaborazione, di aiuto generoso. Il prossimo da amare è anche
il forestiero, l’orfano, la vedova e l’indigente, quei
cittadini cioè che non hanno alcun "difensore".
L’autore sacro scende a dettagli particolareggiati, come nel
caso dell’oggetto dato in pegno da uno di questi poveri (cfr Es
20,25-26). In tal caso è Dio stesso a farsi garante della
situazione di questo prossimo.
Nella seconda Lettura possiamo vedere una concreta
applicazione del sommo comandamento dell’amore in una delle
prime comunità cristiane. San Paolo scrive ai Tessalonicesi,
lasciando loro capire che, pur avendoli conosciuti da poco, li
apprezza e li porta con affetto nel cuore. Per questo egli li
addita come un "modello per tutti i credenti della
Macedonia e dell’Acaia" (1 Ts 1,6-7). Non mancano
certo debolezze e difficoltà in quella comunità fondata di
recente, ma è l’amore che tutto supera, tutto rinnova, tutto
vince: l’amore di chi, consapevole dei propri limiti, segue
docilmente le parole di Cristo, divino Maestro, trasmesse
attraverso un suo fedele discepolo. "Voi avete seguito il
nostro esempio e quello del Signore – scrive san Paolo –
avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove".
"Per mezzo vostro – prosegue l’Apostolo - la parola del
Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la
vostra fede si è diffusa dappertutto" (1 Ts 1,6.8).
L’insegnamento che traiamo dall’esperienza dei Tessalonicesi,
esperienza che in verità accomuna ogni autentica comunità
cristiana, è che l’amore per il prossimo nasce dall’ascolto
docile della Parola divina. E’ un amore che accetta anche dure
prove per la verità della parola divina e proprio così il vero
amore cresce e la verità risplende in tutto il suo fulgore.
Quanto è importante allora ascoltare la Parola e incarnarla
nell’esistenza personale e comunitaria!
In questa celebrazione eucaristica, che chiude i lavori
sinodali, avvertiamo in maniera singolare il legame che esiste
tra l’ascolto amorevole della Parola di Dio e il servizio
disinteressato verso i fratelli. Quante volte, nei giorni
scorsi, abbiamo sentito esperienze e riflessioni che evidenziano
il bisogno oggi emergente di un ascolto più intimo di Dio, di
una conoscenza più vera della sua parola di salvezza; di una
condivisione più sincera della fede che alla mensa della parola
divina si alimenta costantemente! Cari e venerati Fratelli,
grazie per il contributo che ciascuno di voi ha offerto
all’approfondimento del tema del Sinodo: "La Parola di
Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Tutti vi
saluto con affetto. Un saluto speciale rivolgo ai Signori
Cardinali Presidenti delegati del Sinodo e al Segretario
Generale, che ringrazio per la loro costante dedizione. Saluto
voi, cari fratelli e sorelle, che siete venuti da ogni
continente recando la vostra arricchente esperienza. Tornando a
casa, trasmettete a tutti il saluto affettuoso del Vescovo di
Roma. Saluto i Delegati Fraterni, gli Esperti, gli Uditori e gli
Invitati speciali: i membri della Segreteria Generale del
Sinodo, quanti si sono occupati dei rapporti con la stampa. Un
pensiero speciale va ai Vescovi della Cina Continentale, che non
hanno potuto essere rappresentati in questa assemblea sinodale.
Desidero farmi qui interprete, e renderne grazie a Dio, del loro
amore per Cristo, della loro comunione con la Chiesa universale
e della loro fedeltà al Successore dell’Apostolo Pietro. Essi
sono presenti nella nostra preghiera, insieme con tutti i fedeli
che sono affidati alle loro cure pastorali. Chiediamo al «Pastore
supremo del gregge» (1 Pt 5, 4) di dare ad essi gioia,
forza e zelo apostolico per guidare con sapienza e con
lungimiranza la comunità cattolica in Cina, a tutti noi così
cara.
Noi tutti, che abbiamo preso parte ai lavori sinodali,
portiamo con noi la rinnovata consapevolezza che compito
prioritario della Chiesa, all'inizio di questo nuovo millennio,
è innanzitutto nutrirsi della Parola di Dio, per rendere
efficace l'impegno della nuova evangelizzazione, dell’annuncio
nei nostri tempi. Occorre ora che questa esperienza ecclesiale
sia recata in ogni comunità; è necessario che si comprenda la
necessità di tradurre in gesti di amore la parola ascoltata,
perché solo così diviene credibile l’annuncio del Vangelo,
nonostante le umane fragilità che segnano le persone. Ciò
richiede in primo luogo una conoscenza più intima di Cristo ed
un ascolto sempre docile della sua parola.
In quest’Anno Paolino, facendo nostre le parole
dell'Apostolo: "guai a me se non predicassi il Vangelo"
(1 Cor 9,16), auspico di cuore che in ogni comunità
si avverta con più salda convinzione quest’anelito di Paolo
come vocazione al servizio del Vangelo per il mondo. Ricordavo
all’inizio dei lavori sinodali l’appello di Gesù: "la
messe è molta" (Mt 9,37), appello a cui
non dobbiamo mai stancarci di rispondere malgrado le difficoltà
che possiamo incontrare. Tanta gente è alla ricerca, talora
persino senza rendersene conto, dell’incontro con Cristo e col
suo Vangelo; tanti hanno bisogno di ritrovare in Lui il senso
della loro vita. Dare chiara e condivisa testimonianza di una
vita secondo la Parola di Dio, attestata da Gesù, diventa
pertanto indispensabile criterio di verifica della missione
della Chiesa.
La letture che la liturgia offre oggi alla nostra meditazione
ci ricordano che la pienezza della Legge, come di tutte le
Scritture divine, è l'amore. Chi dunque crede di aver compreso
le Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse, senza
impegnarsi a costruire, mediante la loro intelligenza, il
duplice amore di Dio e del prossimo, dimostra in realtà di
essere ancora lontano dall’averne colto il senso profondo. Ma
come mettere in pratica questo comandamento, come vivere
l’amore di Dio e dei fratelli senza un contatto vivo e intenso
con le Sacre Scritture? Il Concilio Vaticano II afferma essere
"necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra
Scrittura" (Cost. Dei Verbum, 22), perché le
persone, incontrando la verità, possano crescere nell’amore
autentico. Si tratta di un requisito oggi indispensabile per
l’evangelizzazione. E poiché non di rado l'incontro con la
Scrittura rischia di non essere "un fatto" di Chiesa,
ma esposto al soggettivismo e all'arbitrarietà, diventa
indispensabile una promozione pastorale robusta e credibile
della conoscenza della Sacra Scrittura, per annunciare,
celebrare e vivere la Parola nella comunità cristiana,
dialogando con le culture del nostro tempo, mettendosi al
servizio della verità e non delle ideologie correnti e
incrementando il dialogo che Dio vuole avere con tutti gli
uomini (cfr ibid., 21). A questo scopo va curata in modo
speciale la preparazione dei pastori, preposti poi alla
necessaria azione di diffondere la pratica biblica con opportuni
sussidi. Vanno incoraggiati gli sforzi in atto per suscitare il
movimento biblico tra i laici, la formazione degli animatori dei
gruppi, con particolare attenzione ai giovani. È da sostenere
lo sforzo di far conoscere la fede attraverso la Parola di Dio
anche a chi è "lontano" e specialmente a quanti sono
in sincera ricerca del senso della vita.
Molte altre riflessioni sarebbero da aggiungere, ma mi limito
infine a sottolineare che il luogo privilegiato in cui
risuona la Parola di Dio, che edifica la Chiesa, come
è stato detto tante volte nel Sinodo, è senza dubbio la
liturgia. In essa appare che la Bibbia è il libro di un
popolo e per un popolo; un'eredità, un testamento
consegnato a lettori, perché attualizzino nella loro vita la
storia di salvezza testimoniata nello scritto. Vi è pertanto un
rapporto di reciproca vitale appartenenza tra popolo e Libro: la
Bibbia rimane un Libro vivo con il popolo, suo soggetto, che lo
legge; il popolo non sussiste senza il Libro, perché in esso
trova la sua ragion d'essere, la sua vocazione, la sua identità.
Questa mutua appartenenza fra popolo e Sacra Scrittura è
celebrata in ogni assemblea liturgica, la quale, grazie allo
Spirito Santo, ascolta Cristo, poiché è Lui che parla quando
nella Chiesa si legge la Scrittura e si accoglie l'alleanza che
Dio rinnova con il suo popolo. Scrittura e liturgia convergono,
dunque, nell'unico fine di portare il popolo al dialogo con il
Signore e all’obbedienza alla volontà del Signore. La Parola
uscita dalla bocca di Dio e testimoniata nelle Scritture torna a
Lui in forma di risposta orante, di risposta vissuta, di
risposta sgorgante dall’amore (cfr Is 55,10-11).
Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché dal rinnovato
ascolto della Parola di Dio, sotto l'azione dello Spirito Santo,
possa sgorgare un autentico rinnovamento nella Chiesa
universale, ed in ogni comunità cristiana. Affidiamo i frutti
di questa Assemblea sinodale alla materna intercessione della
Vergine Maria. A Lei affido anche la II Assemblea Speciale del
Sinodo per l’Africa, che si svolgerà a Roma nell’ottobre
del prossimo anno. E’ mia intenzione recarmi nel marzo pro
esimo in Camerun per consegnare ai rappresentanti delle
Conferenze Episcopali dell’Africa l’Instrumentum laboris
di tale Assemblea sinodale. Di lì proseguirò, a Dio piacendo,
per l’Angola, per celebrare solennemente il 500° anniversario
di evangelizzazione del Paese. Maria Santissima, che ha offerto
la sua vita come "serva del Signore", perché tutto si
compisse in conformità ai divini voleri (cfr Lc 1,38) e
che ha esortato a fare tutto ciò che Gesù avrebbe detto (cfr Gv
2,5), ci insegni a riconoscere nella nostra vita il primato
della Parola che sola ci può dare salvezza. E così sia!
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